Amelia
Era un amore disarmante, il nostro.
Eravamo molto piccoli quando ci siamo incrociati la prima volta. All’uscita di scuola. Io frequentavo la terza media, mi sentivo già grande: capelli lunghi fino alle spalle, barbetta incolta, Levi’s sdruciti come simbolo d’identità.
Non l’avevo mai vista prima, o forse non l’avevo mai notata.
Prendeva l’autobus alla fermata difronte alla mia.
Io salivo sul numero 9, lei sul numero 5.
Dove portava l’autobus 5? La mia curiosità mi spinse a scoprilo.
Un mercoledì decisi di salirci arrivando fino al capolinea. Viaggiava fino al porto, in un piccolo paese sul mare. Silenzioso, calmo. Desolato. Io vivevo più in collina.
Una distesa di piccole barche, barche di pescatori, penso. Quel posto sembrava dimenticato dal tempo. Me ne innamorai.
A casa mia l’amore era un concetto difficile.
I miei genitori non erano troppo presenti nonostante passassero più ore in casa che fuori. Questo rendeva la mia vita un inferno. Papà spesso urlava, non era in grado di comunicare. Mamma lo assecondava. Iniziai a chiedermi: è questo l’amore?
“Fai come dico io!” diceva lui.
“Fai come dice tuo padre” diceva lei.
Mamma e papà facevano spesso sesso in mansarda. Era il loro rifugio, la loro gabbia.
Iniziai ad uscire di nascosto, proprio quando da quella mansarda provenivano suoni soffocati, silenzi rotti da colpi sordi.
Chi avrebbe notato la mia assenza?
Nella mia testa c’erano solo l’autobus numero 5, le barche al porto e… Amelia.
Da lì a poco scoprii che il suo luogo del cuore era al molo, si rifugiava là, in solitudine, nascondendosi dagli occhi indiscreti della gente. Sembrava aspettasse qualcosa. O qualcuno.
Quel posto divenne presto un rifugio anche per me.
Accidenti quanto era bella Amelia.
Non so descriverla.
Trapelava mistero, incanto, dolcezza. Passione.
Mi dava l’idea di essere una tosta, sveglia e molto furba.
Passò un anno dalla prima volta che la incrociai, avevo quindici anni, mi bocciarono a scuola, papà urlava sempre di più e i miei Levi’s erano più strappi che stoffa.
I miei genitori trascorrevano sempre più tempo a casa, mentre io al porto.
Avevo quindici anni quando trovai il coraggio di raggiungerla al molo.
Era un giovedì. Tirava un vento freddo nonostante fosse Aprile, il mare era mosso, il sole tiepido tagliava le onde in piccoli riflessi.
Mi avvicinai, ci guardammo.
Disse solo: «Ti stavo aspettando.»
Dio mio quanto era straordinaria Amelia.
Iniziò così la nostra storia d’amore.
Cominciammo a vederci il primo e il terzo giovedì del mese. Poi tutti i giovedì. Si aggiunsero i venerdì, il weekend, fino ad incontrarci ogni giorno, cascasse il mondo.
Compii diciassette anni e poi diciotto. Amelia era con me. Mi dava qualcosa che nessun altro sapeva darmi. Mi piaceva sempre di più, quando ero triste mi aiutava a ritrovare la serenità, quando ero felice ad esserlo ancora di più.
Condividevamo tutto, eravamo in simbiosi. Ci siamo scambiati l’anima.
Crescevamo, mutavano le stagioni, le conoscenze, gli interessi, il rapporto con i genitori. Mamma e papà non facevano più sesso. Papà usciva spesso e tornava tardi la notte, mamma dormiva. In casa il silenzio era diventato più assordante del caos. La mansarda, un tempo santuario di due genitori che si consumavano a vicenda, divenne il mio rifugio. Mio e di Amelia.
Amelia non bussava mai. Ci buttavamo sul divano, accendevamo la stanza di calore e febbre. Facevamo l’amore come se fosse un’ultima volta ogni volta. Senza parole, senza tempo. Solo pelle e fame.
Tutto si trasformava nel tempo e lei diventava sempre più attraente.
Con lei il desiderio non era mai abbastanza. Ogni tocco era più profondo del precedente, ogni assenza un vuoto irreparabile. Mi prendeva con ferocità, e io le davo tutto: corpo, fiato, lucidità.
Con Amelia non esisteva il prima, non immaginavo un dopo. Solo quel presente bruciante, mi importava. Solo quel bisogno.
Compii diciannove anni. Poi venti. Andai a vivere in un monolocale soffocante, con le pareti color nicotina, odorante di trasandato.
Amelia era diventata la mia abitudine. La mia fuga. La mia religione.
Mi trascinava sulle scale, fino in camera da letto, mi spingeva contro il muro e poi mi buttava sul materasso adagiato su quello stupido parquet scricchiolante. Con furia e fame mi scopava, fino allo sfinimento, non ne avevo mai abbastanza, non mi accontentavo mai.
Ogni volta che la sentivo entrare, mi sentivo vivo. Ogni volta che se ne andava, crollavo.
Amelia era tagliente, disarmante sotto la carne.
Amelia era dritta come un ago, molle come lava, pericolosa come un volo senza paracadute. Era adrenalina come una corda tesa nel vuoto. Era veloce come una sigaretta fumata al vento. Luccicante come lampioni nella nebbia. Impercettibile come neve fresca. Bruciava come un timbro a fuoco, un bacio al sapore di salsedine.
Amelia trapassava i miei desideri, si insinuava nei miei pensieri, li prendeva a morsi. Si infiltrava nella mia pelle e mi plagiava con il suo erotismo. Mi accorgevo di cercarla anche quando era lì, accanto a me. Anche mentre mi stava addosso. Anche mentre mi scopava.
Amelia era colei che tutti bramavano. Tutti, però, avevano il terrore di conoscerla.
Il nostro rapporto diventò così viscerale da non poter stare un giorno senza Amelia. Al mattino la cercavo, alla sera la volevo accanto. Mi ritrovavo di notte a vagare nelle città in sua compagnia, non mi accorgevo nemmeno dell’alba. Prendevamo treni e viaggiavamo sempre seduti nell’ultimo vagone, lontano dal mondo. Abbiamo fatto l’amore in posti disparati: in una lavanderia a gettoni mentre la biancheria della signora all’ultimo piano di via Aurelio girava nell’oblò, nell’anfiteatro del parchetto dei tossici, ai piedi di una quercia in collina da me, nella barca di un pescatore qualunque, nella stanza di un motel, nella cabina per le foto automatiche. Ci siamo spogliati e divorati senza nemmeno accorgercene.
Amelia era mia e non volevo nessun altra.
Maledizione quanto era stronza Amelia.
Vivevo per lei, sarei stato capace di percorrere chilometri per raggiungerla, senza sentire male ai piedi, perché il posto dove era lei era il migliore per me.
Amelia era unica, aveva solo un difetto: era di tanti. E questo mi distruggeva.
Più era difficile averla, più la volevo.
Più mi feriva, più mi convincevo che fosse amore.
Mi ci sono voluti anni e anni prima di accettare quanto cazzo fosse opportunista Amelia.
Con quel suo fascino era in grado di ammaliare chiunque, anche i migliori cadevano ai suoi piedi. Medici, avvocati, gente rispettabile. Io? Io ero uno qualunque. Eppure mi aveva scelto. O forse, io avevo scelto lei.
Era bravissima, sapete? Era in grado di farmi sentire l’unico, l’unico stronzo sulla terra, però.
L’amore per lei mi ha ridotto all’osso, non esistevo più.
All’inizio mi sentivo invincibile, poi necessario, poi perso.
Era un lunedì, un lunedì di Agosto, avevo su per giù ventisette anni quando capì che non potevo più andare avanti così.
Le chiesi di incontrarci al molo, proprio dove tutto era cominciato. Lei si presentò.
Le sputai in faccia tutto l’odio e il rancore che possedevo, usando tutto il fiato che avevo in corpo. Le urlai che era subdola, viscida, insensibile e ipocrita. Che mi aveva mentito, consumato, svuotato.
Le dissi con le lacrime agli occhi che il nostro era un amore tossico.
Poi respirai, mi calmai e senza darle motivo di replica, le dissi: «Non posso più dipendere da te.»
Amelia non rispose. Mi guardò solo come aveva fatto la prima volta.
La lasciai andare.
La vidi allontanarsi, veloce, cullata dal rumore delle onde e da quel caldo torrido di Agosto inoltrato.
Le dissi addio. Non mi voltai.
Amelia mi ha fatto conoscere l’amore, ma non la rivincita.
A quella dovevo pensarci io.
Driiin. «Chi sarà proprio a quest’ora?»
Luca mise in pausa la lettura. Richiuse il libro e lo posò sul comodino. Il titolo, in copertina, brillava sotto la luce della bajour:
“Amelia. La mia storia d’amore con l’eroina.”
Si alzò, scalzo, e scese. Aprì la porta.
Era sua madre, in mano teneva un piattino con una fetta di torta al cioccolato.
«L’ho fatta oggi. Pensavo potesse farti piacere.»
Luca sorrise, la ringraziò. Accettò la torta, poi richiuse la porta, lentamente, lasciando fuori il mondo.
Risalì in camera senza far rumore.
Guardò per un instante la fetta di torta e la posò sul comodino.
La mangerà mai?
Scritto da Alice Vincenzi








