Il trentuno di dicembre
La mia compagna me lo ripete sempre: “ Tu vivi nel tuo mondo…” e ha ragione. Spesso mi perdo nei miei pensieri, elaboro dibattiti e molte volte passo dall’esser il cantante, il chitarrista o il batterista del pezzo che sto ascoltando alla radio. Sogno ad occhi aperti. E’ sempre stato così fin da bambino e non credo che cambieranno le cose con il passare degli anni. Così l’altra sera mi sono immerso in un discussione accesa tra me e me con tema “ Il capodanno”,che diciamocelo, a luglio, è alquanto bizzaro. Quante volte mi sono davvero divertito l’ultimo dell’anno? O meglio, quante volte mi sono goduto la serata come pianificato? A volte è bastato qualche giorno e in alcuni casi ci sono volute settimane per mettere in piedi una festa degna di nota. Anzi… La Festa. C’è poco da fare, il trentuno di dicembre si è sempre portato dietro un certo fascino, un mistero e una magia che solo l’ultimo giorno dell’anno sà regalare. Da giovanissimo è un evento che ho sempre aspettato con fervore, una nottata speciale per poter star sveglio fino a tardi e mangiare plelibatezze esclusive. Una partita a monopoli con mio cugino e l’ultima mezz’ora a sbirciare i grandi mentre giocano a carte, il tutto condito da prese in giro e grasse risate , e anche da qualche immancabile bestemmia atta a sottolineare un concetto espresso, o pur semplicemente usata come imprecazione verso la malasorte. Blasfemie che mi procuravano sempre una scossa lungo la schiena in base alla vermenza con le quale venivano pronunciate.
Crescendo i festeggiamenti inizi a passarli con gli amici e allora basta una stanza, uno stereo, qualcosa da mangiare e la festa è bella che servita. Aumentando ancora con l’età inizi a organizzarti per trascorrere la serata in modo epico sapendo benissimo che quella sarà la notte degli eccessi,dove sembra che sia permesso fare di tutto, alzando l’asticella un po’ più in alto se parliamo soprattutto di alcolici. Cosa mangiare passa bruscamente in secondo piano, basta che sia qualcosa di commestibile da mettere sotto i denti nel momento in cui lo stomaco inizia a brontolare. In questa fase della tua vita speri che tra i partecipanti alla festa ci sia anche quella ragazza che ti piace, che ti fa battere forte il cuore, sognando così di poterle strappare una carezza o meglio ancora un bacio, sfruttando quel momento di ebbrezza generale reso possibile dall’importanza della serata, da fiumi di alcol e da quella frase diventata un simbolo che chi lo fa a copodanno lo fa tutto l’anno.Poi inizi a organizzarti per qualcosa di diverso, un viaggio in una capitale europea magari, spinto dal bisogno di stimoli nuovi. Purtroppo ci sono stati anche veglioni molto tristi, rovinati da avvenimenti spiacevoli e passati rigorosamente a casa , con poca voglia di festeggiare, affidando al vento le preghiere affinché quel dolore in sopportabile sparisse per sempre. Quello che è certo è che non è mai mancato qualcosa da bere. E nella maggioranza dei casi non mi sono fermato a quel bicchiere da stringere in mano per il fatitico brindisi, anzi. Ci ho dato dentro anche nei momenti peggiori, sperando che qualcosa finalmente potesse cambiare,che la vita prendesse una piega decente, ripromettendomi di cambiare abitudini al termine di quei rintocchi sottolineati a gran voce dai presenti . Ma quanti di noi sono riusciti ad esaudire un proprio desiderio, a mantenere una promessa o a portare a termine un proposito? Come già detto, quante volte mi sono davvero divertito? Poche sinceramente, e paradossalmente non sono state le serate pianificate fino al minimo dettaglio a soddisfarmi e a farmi tornare a casa con la pancia piena, ma al contrario sono state le situazioni inattese a rendere speciale la serata.
Siamo sempre legati alle aspettative in maniera forte. Tutto nasce da un piccolo sogno che iniziamo a elaborare fino a costruirci da soli una vera e propria gabbia, una restrizione che ci ricaccia di colpo nella normalità di ogni giorno e, così facendo, quel pensiero impalpabile diventa di colpo pesante. Quante volte siamo stati travolti dall’ emozione nel fantasticare a riguardo di un lavoro che ci potesse cambiare la vita o su di una persona appena conosciuta ma con la quale abbiamo trovato subito un’ intesa? Ci siamo tatuati sulla pelle un’opinione positiva, mossi dalla speranza, creando una proiezione personale di ciò che è e di ciò che sarà. E poi ci siamo rimasti male. Le nostre aspettative crescono e ci dimentichiamo spesso e volentieri dei doveri, delle responsabilità e degli errori di valutazione che possiamo commettere. Quante volte ci siamo sentiti traditi da un amico, sminuiti a lavoro o feriti dalle opinioni altrui riguardo ad un nostro progetto? Ma la colpa è sempre degli altri? O siamo noi ad aver idealizzato un po’ troppo diventando al contempo esigenti? Dico questo perché non voglio che mi accada più nulla di simile in futuro, il mio prossimo progetto lo voglio vivere nella maniera più serena possibile, visto che forse è il più importante della mia vita. Il mio libro.
Tutto è nato per caso, una mattina di qualche anno fa. L’eccitazione derivata da una nuova esistenza mi faceva alzare di buon mattino per godermi ogni singolo momento della giornata. Il fisico non ne risentiva, la mente era libera e finalmente lucida. Ormai erano lontani tutti quei pensieri negativi, quelle lunghe soste mortificanti sul divano e quella scarsa cura verso me stesso. Avevo toccato il fondo, ero precipitato nell’abisso ed avevo rischiato di non tornare più. Quella parentesi autodistruttiva provocata dalla dipendenza dall’alcol mi avrebbe lasciato cicatrici profonde, non sarei mai più stato quello di prima. Quella, era la speranza della mia compagna, ovvero tornare ad essere il ragazzo che aveva conosciuto, quello di cui si era innamorata e che tanto le mancava, ma che sembrava affievolirsi giorno dopo giorno. Ci saremmo lasciati. Ma quei cinquanta giorni trascorsi nella comunità terapeutica mi trasformarono, tanto che adesso, a mente fredda, sento di dire che ne avevo bisogno. Dovevo mettere un punto e ripartire, ritrovare la mia parte migliore,cambiare il mio modo di pensare. Quella discesa negli inferi è stata necessaria, senza di essa non ci sarebbe stata la rinascita.
Ho finalmente fatto pace con me stesso e mi sono perdonato per le mie mancanze e per gli errori commessi. Ho smesso di compatirmi e giustificare il fatto che uno come me, per gli eventi tragici che aveva vissuto, poteva bere. Eccedere nell’utilizzo di quel liquido magico era diventa la normalità, era così che alleviavo il dolore. Mi sentivo più forte e sicuro per affrontare le mie paure,anzi,per soffocarle casomai. La mia bassa autostima,la timidezza e quella sensazione di sentirsi sempre fuori posto sono state un terreno fertile per far crescere il seme del male. L’alcol ci ha sguazzato dentro di gusto, facendo il bello ed il cattivo tempo e ben presto è passato dall’essere un compagno protettivo a diventare padrone. Il primo pensiero al mattino e l’ultimo la sera. Senza di lui non sarei più stato capace di alzarmi dal letto, di lavorare, di vivere. Ma era davvero vita quella? No, no… Non scherziamo…
Quell’esistenza era ciò che di più lontano si possa paragonare a vivere. Il mio cassetto dei sogni era stato chiuso a chiave ed i miei talenti erano diventati quasi un peso da portare, una frustrazione continua che mi portò presto a volerli ripudiare. Finii per odiarmi. Avevo chinato la testa, accettando di vivere in quel limbo, in quello stato di continuo malessere, acconsentendo ad essere comandato a bacchetta da quello sconosciuto che aveva suonato alla porta di casa e, una volta conquistata la mia fiducia, mi aveva relegato nella cantina.
Fino a quando non ho deciso di dire basta.
Ero stanco di quella vita non più mia. La comunità è stata fondamentale assieme alla mia famiglia per tirarmi fuori da quel pozzo in cui per un istante ho pensato di lasciarmi andare, mollando la presa dopo l’ennesima ricaduta. Senza quella loro corda resistente lanciatami dentro al buco, non sarei mai riuscito a risalire. Ma tutto, è partito da me. Siamo solo noi a decidere del nostro futuro, se avessi smesso di tentare sarei rimasto sul fondo, immerso in quell’acqua gelida e fangosa, nel regno delle ombre e dello sconforto, con quel gusto amaro in bocca di sconfitta. E invece no. Sono risalito. Sono riemerso.
Ho maturato col tempo che quel mio ricovero non era l’ultima spiaggia, l’ultima chance, l’ultima moneta da giocare sperando in un futuro migliore, ma era un punto di partenza verso un nuovo viaggio, una nuova avventura, una nuova vita. Non sarei più stato la persona che ero prima, tutta quella sofferenza mi aveva cambiato smussando gli angoli, ed aveva aperto una porta che non avevo mai varcato prima. É come se adesso stessi percorrendo una stradina parallela all’autostrada, simbolo di fretta, di velocità, di necessità di arrivare in un determinato posto puntuale. La provinciale sulla quale mi trovo non mi conduce in una località di villeggiatura, la destinazione purtroppo o per fortuna è la stessa, ma da qui posso godermi il panorama e posso osservare quello che mi circonda senza correre il rischio di perdermelo in un battito di ciglia. La velocità è moderata, segue la pressione che il mio piede riserva all’accelleratore e sono consapevole che posso fermarmi per una pausa se mi sento particolarmente stanco. Posso scendere dall’auto, respirare a pieni polmoni, seguire i miei ritmi e le emozioni che provo in quel determinato momento. Mi sento cambiato in meglio, ed il bello è che non sto facendo tutto questo per dimostrarlo a qualcuno, ma solo per me, per farmi stare bene e per stare bene con gli altri.
Certo, la vita non smette mai di metterti alla prova, ma adesso mi sento più forte e sono pronto ad affrontare le sfide che mi attenderanno senza dover ricorrere all’aiuto di quella maledetta sostanza. Che potere enorme ha questa droga. Tollerata, accomunante, radicata nella tradizione tanto da far sentire fuori posto le persone che non ne fanno uso anziché il contrario. Non voglio portare avanti una battaglia verso l’alcol mosso dal risentimento, ognuno di noi è giusto che viva come meglio crede, in fondo ho dedicato più di trentanni della mia vita al rituale del bere. Voglio solo portare la mia testimonianza agli altri, facendo capire loro come sono finito piano piano a trasformare questa usanza in un bene primario, necessario e segregante allo stesso tempo. Superata una certa soglia non possiamo più tornare indietro, a bere come prima ed in maniera responsabile, o almeno è molto difficile farlo. Dobbiamo saper accettare il momento di dire basta e di non bere più per sempe. E’ un’idea che spaventa, lo so. Ma è così che deve andare. Dobbiamo riuscire inoltre ad ammettere di avere un problema, una dipendenza, e anche questo non è facile. Abbiamo una visione spesso e volentieri canonica dell’alcolizzato, diventato ormai un barbone trasandato che ha perso tutto. Gli alcolisti moderni non sono tutti facilmente individuabili, soprattutto quelli che come me hanno cercato di tenerlo nascosto il più possibile prima di arrendersi alla realtà dei fatti. Non è facile chiedere aiuto, nè tanto meno cercare di aiutare qualcuno in cui rivedi le stesse sofferenze che hai patito tu. Spesso minimizzano l’uso di alcolici, erigono muri, mettendo subito in chiaro che la loro non e’ la stessa storia che hai vissuto tu. Provare ad aiutare qualcuno che non vuole smettere è complicato. Puoi tirare qunto vuoi, ma se uno si è intestardito e non vuole muoversi rimane fermo, bloccato. Ma sento che dentro di me è nato qualcosa, una sorta di missione da compiere, generata dal dolore provato e da quello che provo ogni volta che incrocio quello sguardo pesante che un tempo anch’io mi portavo dietro e che assomiglia ad una valigia riempita alla rinfusa con fallimenti, frustrazioni e paure, diventando un carico da trascinare che ci rende sempre sfiniti a fine giornata.
Ma torniamo a quel mattino fresco e lucente.
Tutte quelle emozioni accumulate durante il ricovero stavano per farmi esplodere. Volevo fare…fare…fare… Stavo bene, provavo una serenità quasi dimenticata, mi sentivo…Felice. Senza motivo. Oppure era quel mio essere privo di catene e di malesseri dovuti al post sbornia a farmi sentire finalmente libero. Così iniziai a scrivere. A penna, su qualche foglio di carta che usavo solitamente per trascrivere i testi delle canzoni per suonarli con la chitarra. Le idee fluivano come un fiume in piena, tanto da renderne difficile la stesura, calcando con la penna sulla carta velocemente, tanto da tagliare le lettere e la punteggiatura. Il descrivere i miei stati d’animo era reso complicato non solo da questo motivo, ma anche perché mi sentivo arrugginito nell’arte di tradurre i pensieri in parole, oltre che determinati argomenti dolorosi mi riportavano indietro nel tempo, quasi come a riviverli, costringendomi a lunghe pause a causa del mio nuovo malessere. Ho descritto argomenti di vario genere da suddividere poi in capitoli, in parti a sè stanti, ma uniti allo stesso tempo da quel maledetto rapporto che avevo con l’alcol. Un viaggio intenso, avido di energie, ma necessario. E forse non solo per me. Man mano che il il racconto cresceva iniziavo a provare un senso di responsabilità sempre più forte, perché in fondo questo manoscritto nasce anche da quella cosa che c’è sempre stata dentro di me e che non ero stato in grado di utilizzare al meglio durante la malattia di mio fratello Max. Aiutare gli altri. Basterebbe che una sola persona leggendo il mio libro possa sentirsi meno sola, o che magari trovi la spinta per dire: “ Voglio stare meglio…” e tutto sarebbe compiuto. Tutto finalmente avrebbe senso. Sentirei di aver fatto qualcosa di buono nella mia vita. E così dei fogli sparsi sono diventati piccoli taccuini dove annotare quei pensieri che generosamente mi accompagnavano ogni volta che uscivo in terrazzo ad ammirare il paesaggio intorno a me, a respirare la vita, assoporando quei momenti che mi ero precluso da solo alterato dall’alcol e dal male di vivere. Ma in fondo, la mia è stata davvero una dipendenza da questa sostanza o da tutti i problemi irrisolti della mia vita? Forse ho pensato che annegandoli mi avrebbero lasciato in pace, sparendo per sempre. E inizialmente sembrava così. Ma poi sono riemersi più vigorosi e difficili da superare a causa di quel maledetto berci sopra.
Poco importa ormai. Quello che è stato è stato. Quel mio fare laborioso mi ha spinto a comprarmi un portatile in maniera da ordinare il tutto e così è nata “ La mia rinascita”: trecento pagine scarse, scritte in duecentotrentadue giorni, sempre di buon mattino.Un momento catartico privato dalle incombenze giornaliere e dai cattivi pensieri.
E adesso sono in attesa che il libro prenda finalmente vita, accompagnato da quel continuo desiderio di stringerlo finalmente tra le mani.
Ma niente aspettative.
Questa volta no.
Voglio solo che tutto vada come deve andare, che tutto fluisca nel modo più naturale possibile, lasciando che questo libro mi porti con sé nei posti che deciderà di visitare e nelle mani di chi sentirà la voglia di conoscere la mia storia, quella di una persona normale che ha vissuto momenti di gioia e di dolore come tutti. Un bambino timido che aveva un cassetto pieno di sogni da esudire.Un ragazzo che non ha ultimato gli studi e che è diventato un operaio edile. Un uomo che è diventato padre di due splendidi bambini, che si è separato e che ha trovato una compagna che ama e che l’ha aiutato a rimettersi in piedi. Un figlio che ha perso troppo presto la madre e due fratelli. Una persona che è caduta fragorosamente a terra ma che ha saputo trovare la forza per rialzarsi. Un alunno che ricorda con nostalgia quel “ Bravissimo” scritto con la penna rossa in fondo al tema di italiano, alle elementari. Forse sono davvero arrivato alla fonte del fiume, forse è stata davvero quella parola ricomparsa magicamente nella mia mente a darmi il coraggio di prendere in mano la penna e scrivere, una delle cose più belle che esistano al mondo. Trasformando così le emozioni in parole, un’ idea in un progetto, un progetto in un manoscritto, compiendo inconsapevolmente un piccolo passo verso quell’immortalità che solo la scrittura riesce a dare, perché le mie parole rimarranno per sempre lì, pronte per essere lette da chi vorrà farlo. Grazie maestra, per aver riaperto inconsapevolmente quel cassetto chiuso ormai da troppo tempo.
Scritto da Nicola Pilat








