Mi chiamo Giovanni un giorno alla volta

Sei di nuovo qua!
Dammi l’ultimo…
Non ti credo.
È l’ultimo, lo giuro!
Un “miliardario” da 5 euro.
Devo essere solo un po’ più fortunato.
Non è difficile esserlo più di ieri.
O forse sì.
Forse semplicemente non è possibile essere fortunati.
Forse la nostra fortuna non sa nemmeno che esistiamo o magari sta aspettando che siamo noi a passare dalle sue parti.
Se vinco rientro.
… Rientra ora. Ora che c’è ancora qualcuno ad aspettarti. Ora che ti è rimasto qualcosa, fosse anche il costo di questo ennesimo gratta e vinci.
Dammene un altro! No! Non quello… stacca da sopra, non da sotto.
Ci sei andato vicino l’ultima volta, eh?
Ti è sembrato di essere ad un tanto così dal poterti sentire un vincente.
L’ultima volta è mancato pochissimo.
E di quanto ero lo scarto? Uno, due numeri?
Cosa da pazzi! Avevo il 42 ed è uscito il 43…
Fermati! Hai speso già più di quanto avevi. Questo è il momento!
Dammi i gettoni che provo di là…
Di là ci sono le slot machine e tu non hai più soldi.
Dammi i gettoni e ti restituisco tutto subito.
Ruotano i rulli per compiere i larghi cicli di gioco. Alla fine la macchina restituirà una percentuale al giocatore (payout). È obbligata a farlo. Deciderà al termine di ciascun ciclo a chi erogare.
Subito non esiste. Subito non è mai stato.
Subito è sempre.
Subito è mai.
È superiore al 96% l’RTP della macchinetta.
Mi paga.
C’ho la mano calda. Me lo sento che mi paga.
Paga, stronza!
Colori, luci, frutti, numeri, suoni.
Mi sento a mille.
Dammi una birra.
Sei di nuovo qua!
Te li rendo insieme agli altri. Subito. Dammi il tempo di vincere.
E che non ti fidi?!
Ho detto subito!
Sparisce la tua sagoma nell’ombra. Dietro al locale. Non distante dal cesso.
La musica nel bar copre solo in parte i rumori che vengono dall’area slot e videolottery.
Non c’è luce se non quella che promana dalle macchinette.
Tutto il resto è buio, fuori e dentro.
… Le linee di pagamento più sono e più possibilità ho di fare uscire la combinazione vincente.
Decido io. Questa mi ha tradito.
Come le donne.
Mi metto di là.
Ne scelgo un’altra.
Questa è più bella.
Voglio stare solo.
Io e la stronza.
Quella a 5 rulli, 3 righe e 25 linee di pagamento.
Il Jackpot progressivo
Fa bene la frutta.
Stasera mi deve fare bene!
Subito!
Un altro subito.
Non mi fido della fortuna e non mi fido di te. Non è la prima volta. Il tuo subito è sempre. Il tuo sempre è mai. Il tuo mai è adesso.
Eppure non è così difficile capire come andrà a finire, stasera, domani, tra un mese, un anno, una vita intera.
Vai a casa, cazzo!
Sono già ore che sei qua.
… E lo sa pure lui. Lui che in un posto come questo non dovrebbe starci.
… Sì! Ho capito! É pronto! Dì a tua madre che sto arrivando.
Vai mo’! Che stai guardando?! Ho detto che sto arrivando
Cazzo!
Che se uno almeno se ne potesse stare un po’ in pace… non dico tanto, venti minuti!
MI DEVO CONCETRARE!
Ti sto rincorrendo, stronza!
Devo bere qualcosa.
Ho la gola secca.
È la rincorsa.
Ce la faccio.
Non sarai tu a vincere.
Chissà se la berrà l’aranciata che il gestore gli offre o magari prenderà un pacchetto di caramelle. Le vuoi le caramelle, mentre tuo padre si è giocato pure quelle?
Guarda suo padre ma lui non ha occhi che per la macchinetta. Non staccherà lo sguardo dal video, non toglierà la mano dalla leva che aziona lo spin.
Torna a casa, ragazzino.
Non sarà facile cancellare queste immagini anche quando sarai grande.
Anche quando lo sarai più di lui.
Anche quando tutta la rabbia di oggi gliela farai conoscere senza fargli sconti. Quando l’unica soddisfazione sarà che ad infliggergli la sconfitta più grossa sarai proprio tu.
Oggi, intanto, proverai a inventarti qualcosa come sempre.
Non c’era.
Era andato via.
Sta dalla nonna…
Che la bugia sia sempre nuova e più plausibile.
Ci penserai. La disegnerai percorrendo i 79 passi che separano quel locale da casa tua.
Sono 79, te lo ha detto lui.
79 volte ti ripeterai che tua madre non ti crederà.
79 volte ti vergognerai di lui.
E adesso che dico a mamma?!
Se le dico che l’ho visto giocare, poi litigano e la bambina si spaventa.
Le dico che è ad aggiustare il rubinetto del lavandino della cucina della nonna…
No! Se poi la chiama?
E se domani mattina si accorge che ancora non funziona?
Litigano.
Litigano a casa della nonna, però. La bambina non si spaventa come quando siamo soli a casa.
No, non la voglio la tua aranciata!
Voglio che tiri la spina. Spegni le macchinette.
È tutta colpa tua!
Mio padre ha detto che sta arrivando.
Ha detto che arriva.
Arriverà.
Prima o poi arriva.
Il gestore deve chiudere, è tardi e tu sei ancora là ad inseguire combinazioni di frutta e fiori con l’aria di chi deve finire un lavoro, portare a termine un impegno. Ti affatica il nulla.
Niente! Non ti è rimasto più niente! Hai speso tutto quello che avevi. Anche stasera ha vinto la macchinetta.
Sì me ne stavo andando.
Che credi? Non me lo dici tu quando me ne devo andare.
Lo decido io.
Dammi l’ultima birra.
Prima di tornare a casa ci vuole.
Segna. Sommala alle altre.
Te le pago.
Ti pago tutto.
Hai una faccia verde.
Verde come i soldi che non ho vinto.
Sei tu che mi porti sfiga, fanculo!
79, 78, 77, 76…. 54,53,52… 12,11,10…
Si apre la porta.
All in!
Ti devi fare la valigia e devi sparire!
Te ne devi andare, hai capito?
I bambini ti hanno aspettato tutta la sera.
Aspettavano il padre. Quello che porta il pane a tavola, non quello che se lo gioca.
Lo sai cosa sei?!
Non mi rispondi, eh?! Non lo sai?!
E te lo dico io: sei un pezzo di merda! Ecco che sei.
Maledetto quel giorno…
Maledetto tu, le macchinette e chi ti ha sposato!
Vattene!
Te ne devi andare!
Una nuova sfida.
L’ennesimo litigio.
Vorresti restare in silenzio e invece ti tocca il conto della giornata. Non quello che hai lasciato da pagare nella sala giochi, quello che si paga guardando in faccia la realtà.
È troppo e non ce la fai. E vorresti tornare là, in quella sala giochi che ti fa sentire vivo mentre in realtà ti fa morire piano piano. E con te fa morire anche loro…
Lo sai che è così.
Lo sai che ha ragione lei.
Non te lo vuoi sentir dire.
Faresti qualsiasi cosa per non ascoltare quelle parole.
No, mamma! Non dire così. Non alzare la voce.
Ho paura.
Ha perso stasera.
Stai zitta, ma’.
Se perde si arrabbia.
È colpa mia. Non lo dovevo disturbare mentre giocava.
Non devo fare rumore, adesso.
Stai zitta, ma’.
Per favore.
Ho paura.
Ha bevuto stasera.
Se beve si arrabbia.
È colpa mia.
Ho paura.
Lo sapevo.
Non le dovevo prendere le caramelle…
La mamma dice che tu non sai resistere e nemmeno io.
Siamo uguali noi due, papà?!
No, io non voglio essere come te.
Io non sarò come te.
Mai.
Gridano tutti adesso.
Ho paura.
Si è svegliata anche la bambina.
Almeno tu non aver paura, piccola, ci sono io con te.
Non sei sola.
È un brutto sogno.
Se ti addormenti sparisce.
I sogni non esistono.
Papà non esiste.
Sparisce pure lui.
Lui sparisce sempre.
Dormi, adesso.
Finiscono anche le giornate interminabili, quelle che sembrano diverse ma che sono uguali a quelle che le hanno precedute e a quelle che seguiranno.
È probabilità, giocatore!
É il rapporto tra il numero dei casi favorevoli e il numero dei casi possibili per un evento qualsiasi, supponendo tutti i casi ugualmente possibili. Se poteva succedere succederà, se escludi l’impossibile ciò che resta è la verità e questa è più prevedibile di quanto speravi.
Come tutte le mattine ti alzi e ti guardi allo specchio.
Non ti soffermare.
Non lo fai.
Non te lo puoi permettere.
Devi muoverti. Restare fermo significa pensare e pensare è spesso dolore. Non è probabilità, è assoluta certezza.
Corri!
Muoviti!
Trova un modo per non pensare.
Gioca, perché quando giochi tutto tornare a tacere.
Sono uno stronzo!
Un pezzo di merda, un padre che non vale niente, un marito di cui qualsiasi donna dovrebbe fare a meno.
Veramente pensate tutti che io non sappia chi sono?
Davvero devo aspettare che me lo ricordiate voi che non valgo un cazzo!
Ieri sera mi sono giocato tutto lo stipendio.
Sì! E allora?!
Oggi andrà meglio.
Oggi sbanco!
Ma intanto come glielo dico che ieri bastava tanto così…
Che se ho perso la pazienza è stata anche colpa sua.
Non volevo colpirla.
Lei lo sa che non volevo.
Non posso vivere senza di lei. Non sopravviverei senza i bambini.
Sono tutta la mia vita.
Soprattutto per questo sono uno stronzo.
Vado ad aggiustare il rubinetto da mia madre.
Me l’ha chiesto tante volte.
Vado così magari posso chiedere qualcosa a lei.
Almeno per la spesa.
Qualcosa però me la tengo.
Mi serve.
Oggi sbanco.
Me lo sento.
Oggi è la giornata giusta.
Esiste solo oggi.
Né ieri né domani.
Solo oggi.
Cambierò.
Forse solo non lo farò oggi.
Chiedo tempo.
Solo un po’ di tempo e poi cambierò.
Poi, non oggi.
Non vai a lavorare.
Non stai bene come tutti quelli che ti stanno accanto.
È ammesso piangere senza imparare?
Ti svegli ogni mattina con un solo pensiero nella testa.
Inseguire la fortuna è tutto ciò che ti interessa.
L’unica cosa per cui vale la pena vivere.
Sei convinto di correre più di lei.
Prima o poi la prenderai, lasciandoti alle spalle tutto.
Quando ce l’avrai tra le mani, finalmente potrai tornare a non aver paura dei ricordi.
Respiri ma ti accendi la prima sigaretta.
Ti trascini fino alla cucina.
Guardi la tua donna.
Ora la vedi.
Ora vedi ciò che resta di questa notte.
La guardi ma non la vedi veramente.
Non te lo puoi permettere.
Se solo avessi aspettato il buonsenso del giorno nuovo…
Mi devi scusare.
Lo sai che ti amo.
Perdonami, amore mio.
Non posso stare senza di te.
Non volevo.
Non sono io.
È come se si spegnesse la luce.
Non lo so cosa mi prende.
Sono malato nel cervello.
Tu, tu devi avere fiducia in me.
Oggi non gioco.
Oggi non bevo. Neanche una birra.
Te lo giuro.
Oggi è diverso.
Se voglio ce la posso fare.
Non mi lasciare solo.
Io ti amo…
Cambierò.
Forse solo non lo farò oggi.
Lei non ti risponde.
È dolente l’anima più del corpo.
Forse è ancora lì solo perché non sa dove altro andare.
Le sembra di farlo per i vostri figli.
Le sembra che senza di te tutto sarebbe ancora più difficile.
Le sembra di ricordarselo quando ti amava davvero.
Si rifugia la mente nei ricordi, torna indietro a quel giorno in cui voi due vi siete fatti una promessa.
Di espressioni timide e sognanti sono cominciati i vostri vent’anni.
Lei non ti risponde.
Non sai più toccarlo il suo cuore.
In salita ti sembra di rifiutarlo il vento a favore.
Non le sarebbe difficile tirare fuori dall’urna del destino il nome successivo, invece rimane lì. Ti resta accanto.
Per quanto ancora, però?
E, poi, è davvero amore ciò che ferisce manipolando, mentendo, cercando solo di dominare?
Riuscirai davvero a convincerla che senza di te starà peggio? Che solo lei potrà aiutarti? Che per te ne vale la pena?
È un abbaglio, una menzogna.
Andare via le sembra la cosa più difficile almeno fino a quando non diventerà anche la sola veramente inevitabile.
Come te deve decidere di cambiare.
Come te ha barattato tanti oggi con un poi che non si è fatto ancora presente.
Eppure sei sicuro di lei. Sei convinto che quel giorno non arriverà.
Tu e la probabilità.
Un’altra macchinetta.
Questa volta è Jackpot!
Non ha più paura…
Lei.
Piove.
È un lamento il rumore dei tergicristalli sul vetro dell’automobile.
Ho perso ancora.
Anche oggi, che come tutti gli altri oggi.
Fanculo! doveva essere una giornata speciale.
Ho perso ancora.
Perdo da una vita.
Guardo in alto.
La cucina del nostro appartamento. È ora di cena.
Le luci sono spente, però.
Ti immagino… Forse l’avevo dimenticato quanto sei bella.
Puttana!
Nessuno divida ciò che Dio ha unito…
Parliamo, proviamo a farlo senza rabbia.
Lo so. Non sono l’uomo che credevi. Non sono ciò che meritavi.
Quando sono rientrato non c’eri più.
Puttana!
Non c’erano i nostri figli, la nostra famiglia.
Ho imprecato chiedendomi dov’eri andata.
Non ti ho chiamata, cercandoti in ogni stanza, con il tuo nome.
Mi chiamavi amore mio.
Puttana!
Mi fa comodo pensare che non sei migliore di me.
Il colpevole è chi fugge via.
Ho tanta rabbia dentro.
Piove.
Proviamoci ancora anche se non si può pensare l’amore come oggetto sempre riparabile.
Ci sarà da qualche parte una clausola di garanzia, però.
Vorrei saper essere diverso.
Vorrei provare meno rabbia, sarebbe tutto più semplice.
Sarebbe più facile voltare pagina, dimenticare.
E invece non ci sei più eppure sei ancora tanto presente in me.
Sono un bastardo.
È colpa mia.
Maledetto quel giorno del 1998.
Sognai mio nonno.
Ne parlai con un’amica di mia madre.
Di tutto ciò che le raccontai ne fece cinque numeri.
Li diedi a mio padre.
Mi disse: vieni con me, andiamo a giocarli!
Non mi aveva mai detto: vieni con me…
Furono estratti al secondo tentativo.
Avevo vinto.
Mi sembrò che la mia famiglia si fosse accorta di me per la prima volta.
Stavo bene.
Un bene diverso che dava di forza.
Quella vincita di colpo mi aveva tolto di dosso paure e timidezze.
Avevo dodici anni.
No!
No!
No!
Basta pensare.
Non ne ho la voglia né la forza.
La mia mente mi ricorda dove andare per riuscirci.
Sei andata via.
Tu sei andata via.
Io no.
Io resto qua.
Altro giro, altra corsa.
In una sala giochi, tra la gente non mi sento solo.
Eppure non sono mai stato tanto solo come stasera.
Non cambiare la slot che non paga subito.
Continua a giocare alla slot che ha erogato una vincita.
Non giocare alla slot che ha erogato il Jackpot di recente.
Gioca durante le Ore Morte.
Te ne sei andata via.
Hai fatto bene!
Non pensare a me.
Io sto maledettamente bene.
Ora almeno non piove più.
Che cosa sei adesso?
E domani cosa sarai? Lo zero è il numero che ti rappresenta ma anche l’unico che non puoi giocare.
En prison.
Nella roulette quando esce lo zero, la puntata semplice viene imprigionata, sino alla giocata successiva. Se in questa esce la combinazione vincente viene liberata, altrimenti è persa.
È profitto del Banco.
Va via.
Definitivamente.
Sì, se n’è andata e con lei anche i bambini, i ricordi, le promesse, i sogni.
Com’è che le dicevi: no, amore mio, ti prometto che cambio. Vedrai da domani…
Da domani hai continuato, rinunciando a tutto.
Vincere è il pretesto. Giocare è lo scopo.
Non è importante accumulare soldi, rifarti delle perdite, ciò che chiedi è quel brivido che si rafforza nell’attesa di sapere.
Il gioco solo quello.
Pochi istanti che trasfigurano una vita intera. Quella già vissuta e quella ancora da vivere, o più realisticamente da sopravvivere.
Ti convinci di inseguire una vincita ma ti accontenti della sconfitta pur di continuare a giocare. Come una donna che dici di amare ma dalla quale sei convinto di non essere contraccambiato, sopporti.
Non la vuoi perdere. Le resti accanto anche se ti deride, nonostante ti tiranneggi e ti tormenti.
Hai bisogno di lei. Ti fai suo servo.
Ormai perso, continui ad averne bisogno di perdere per non sentire ciò che non hai mai avuto e per questo non hai davvero perso.
Il gioco diventa bene primario, principio di sussistenza, motivo di sopravvivenza.
Non puoi farne a meno, non puoi farne senza.
Altro giro, altra corsa.
Nulla è più valido, i giochi (ormai) sono fatti.
La macchinetta.
Non avrò altro Dio all’infuori di lei.
Gioco e questo mi fa stare bene.
Stare bene è tutto ciò che conta.
Ogni ultimo prevede almeno altri tre colpi.
Gioco, gioco e gioco ancora.
Che c’è di male?!
È male ciò che è sbagliato?
No, è solo sbagliato.
Cazzo! Non mi guardare mentre aspetto di sapere se ho vinto.
O giochi o te ne vai.
Trovati un’altra macchinetta.
Questa è la mia.
La posso accarezzare solo io.
Lei è qui solo per me.
O giochi o te ne vai.
Non mi guardare mentre gioco.
Questa stronza è mia.
Non la lascio se prima non mi restituisce quello che le ho dato con gli interessi.
O se non perdo tutto prima.
Oggi regolo i conti.
Oggi vinco io.
Oggi posso anche morire.
O giochi o te ne vai.
Non c’è niente che possa distogliermi.
Ce la faccio.
Non le tolgo gli occhi di dosso.
È mia.
Per lei ho nominato il nome di Dio invano.
Per bestemmiarlo e per chiedergli aiuto.
Comunque invano.
Per giocare ho dimenticato di santificare le feste.
O più semplicemente le ho santificate giocando.
Per questi suoni e colori ho disonorato mio padre e mia madre.
Il primo se n’è andato pochi minuti prima che arrivassi. Che ne sapevo che si può morire in piena notte.
Di solito si aspetta l’alba.
La seconda lo sapeva già da quando ero bambino che nella vita non avrei fatto nulla di buono.
Ho detto falsa testimonianza.
L’ho fatto talmente tante volte che guardandomi indietro non mi è più possibile contare i copioni che ho interpretato.
Ho rubato.
A chi non conoscevo e a chi mi è stato amico per una vita intera.
Ho pagato l’amicizia come il più scadente degli oggetti.
Ho tradito chi ho detto di amare.
L’ho fatto con la mente e con il corpo.
Ho desiderato ciò che non mi apparteneva.
E ciò che con la fortuna pensavo di potermi accaparrare.
La fortuna non va, però, da quelli come me. Quelli che nella vita e della vita hanno paura.
Non ho ucciso ma non escludo non decida di mettere fine a questa mia esistenza del cazzo.
Mi è già capitato di pensarci.
Ora mi capita sempre più spesso.
I cravattari mi stanno addosso.
Si sono presi la macchina.
La garanzia l’hanno chiamata.
Mi stringono.
Mi soffocano.
Mi fanno mancare l’aria.
Fanculo…
Come muore un peccatore?
Come riesce ad uccidere il suo vizio prima che questo uccida lui?
Mi farò mancare l’aria.
Intanto, giocare mi fa stare bene.
Ossigeno.
Ora è davvero tutto ciò che ho.
Amen.
No, non è un vizio.
É una malattia.
Non sei un peccatore, sei un dipendente patologico.
Chiedi aiuto e respira.
«Voi vegetate […], voi non soltanto avete rinunciato alla vita, ai vostri interessi personali e a quelli sociali, al vostro dovere di cittadino e di uomo, ai vostri amici (eppure ne avevate), non soltanto avete rinunciato a ogni scopo, eccezion fatta per la vincita al gioco, ma avete rinunciato addirittura ai vostri ricordi. Ho memoria di voi in un momento ardente e forte della vostra vita; ma sono convinto che avete dimenticato le vostre migliori aspirazioni di quel tempo; i vostri sogni di adesso, i vostri bisogni più urgenti non vanno al di là del pair e dell’impair, del rouge, del noir, dei dodici intermedi, eccetera, eccetera, ne sono persuaso!»
(Dostoevskij F., Il giocatore, 2015, Einaudi, Torino)
Sei molto di più di ciò che ti sembra di riuscire a vedere dentro e intorno a te.
Sei più di un insieme di fattori biologici, genetici e ambientali.
Prima di ricordare come si chiede aiuto, però, devi credere di averne bisogno.
Respira.
Non è debolezza ammettere di essere un giocatore patologico.
Anche se ti sembra umiliante dirti che da solo non ce la fai.
Te lo ricordi come si chiede aiuto?
Respira.
Ci ho provato.
Ho provato a smettere da solo.
Quella volta ce l’ho fatta.
È stato quando… prima che nascesse la bambina.
Me lo ricordo: 22 giorni.
Poi ho giocato per lei.
Mi sembrava fosse arrivata la mia fortuna.
Per quasi un mese non ho toccato una macchinetta o grattato un cartoncino.
Se ci sono riuscito una volta, posso riuscirci ancora.
Me lo sono detto tante volte. Quei giorni sono rimasti 22.
Non devo bere, ecco la chiave.
Se bevo è più difficile. Tutto diventa più difficile.
È che si trovano dappertutto.
Bevo e subito dopo gioco.
Bevo e contemporaneamente gioco.
Quadrifogli, monete d’oro, cornetti rossi, dollari.
Perdo.
Giallo.
Tanto giallo.
Verde.
Verde intenso.
Vinco.
Biglietti.
Piccoli e grandi.
Perdo.
Perdo.
E perdo ancora.
Alcol e gioco.
Anche se non ci vuoi pensare, vengono a cercarti.
Ogni volta ti trovano.
Coccinelle, staffe di cavallo, mazzette, soldi.
Per sempre.
Megabonus, premi, regalo.
Gioco e bevo.
Da cinque, da dieci, da venti.
Perdo.
Gioco.
Slot.
Videolottery.
Tira la leva.
Bevo.
I soldi.
Quelli che vincerò.
I soldi.
Tanti.
Quelli che devo trovare per vincere.
Quelli che non so più a chi chiedere e dove trovarli.
Limoni, ciliegie, prugne e campanelle.
7,7,7.
Vinci.
Scendono le monete.
Suonano.
Bevo.
BAR, BAR. BAR.
BONUS, BONUS, BONUS.
WIN, WIN, WIN.
Ho vinto!
Non basta per non perdere.
La vincita l’ho rigiocata.
Vincere significa desiderare di vincere di più.
O forse significa solo avere la possibilità di giocare di più.
Comunque ho perso.
Scaldo la mano.
Conto fino a tre.
Aspetta.
Aspetta.
Adesso…
Ho perso anche quello che avevo vinto.
Voglio giocare.
Non posso stare senza giocare.
Perdo. Perdo e perdo ancora.
Un numero.
Solo un cazzo di numero e avrei sbancato…
Ci sono andato vicino.
Significa che manca poco.
Poi quello che mi piace davvero non è vincere.
Non fa niente se non vinco.
Mi sento comunque vivo.
Sì vivo se vinco o se perdo.
Per vivere devo giocare.
Aspetto.
Mi impongo di tenere tra le mani il gettone, la moneta, il gratta e vinci.
Non ce la faccio.
Non so aspettare.
Scommetto.
È un piacere che non è più godimento.
Lo cerco, sapendo di non trovarlo più ma la mente mi illude che ancora posso.
Gioco solo per vivere.
Senza mi sembra di impazzire.
Vivo e mi sembra di vincere.
Vinco me stesso nel momento in cui perdo.
Perdo me stesso nel momento in cui gioco.
Gioco me stesso.
I gettoni sono pezzetti di me che verso nella macchinetta.
A piccole dosi distruggo il mio peggior nemico: me stesso.
Mi fermo solo quando il vuoto ha colmato il vuoto.
Non ho più niente, non sono più niente.
Sono solo stanco.
Non mi sono mai sentito così stanco.
Non ce la faccio più.
Accendo un’altra sigaretta.
Non respiro.
Ha ripreso a piovere.
Se sei stanco davvero, prendi il telefono.
Ho un numero.
Non lo giocare, componilo, qualcuno risponderà.
800558822
Smetterò prima o poi!
Non aspettare ancora.
Chiama il Servizio per le Dipendenze della tua città.
Non c’è nulla da pagare.
L’accesso è diretto.
Smetterò prima o poi?
Non per sempre.
Un giorno alla volta.
Non provare a fare tutto da solo, però.
Lascia che qualcuno ti aiuti.
Giocatori anonimi si riuniscono almeno una volta alla settimana.
Un giorno alla volta.
Mi chiamo Giovanni.
Ciao Giovanni!
… sono un giocatore patologico, voglio smettere ma per questo ho bisogno d’aiuto.
Ho bisogno di crederci e di pensare che qualcuno prima di me ce l’ha fatta.
Smetto!
Un giorno alla volta / un giorno alla volta…
Scritto da Anna Paola Lacatena. Giornalista, sociologa, membro attivo della Società Italiana Tossicodipendenze. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e vinto premi letterari. E’ autrice di numerosi libri per editori quali Franco Angeli, Chinaski Edizioni, Carocci.
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Summary
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