Ketamina, da Elon giù fino alla vescica

Di Elon Musk sappiamo che è un imprenditore di successo in campi ad alta tecnologia, che ha acquisito e trasformato Twitter, forse il social network più influente, ribattezzandolo X e apportandovi cambiamenti non sempre ben accolti. Sappiamo che ha appoggiato l’elezione di Trump in USA e appoggia AfD, un partito di estrema destra, in Germania. Sappiamo anche che è coinvolto in un’iniziativa chiamata DOGE (Department of Government Efficiency), che ha ideato per migliorare l’efficienza del governo federale, ma che pure ha sollevato serie preoccupazioni legali e politiche.
Qui Elon lo ricordiamo brevemente in apertura perché sappiamo pure che ha dichiarato pubblicamente di usare ketamina, prescrittagli da un medico per gestire una forma di depressione; secondo Elon “è una soluzione di gran lunga migliore rispetto all’essere zombificati dagli SSRI.” ovvero dai comuni antidepressivi che agiscono sulla ricaptazione della serotonina [1].
In effetti, è notizia recente che la FDA, l’agenzia regulatoria statunitense, ha approvato l’uso della ketamina (più precisamente uno dei suoi due stereoisomeri, ovvero la forma S, chiamata esketamina) nella terapia della depressione resistente, anche come monoterapia senza essere associata ad altri tipi di antidepressivi (com’era stato finora e come è ancora in Europa) [2].
(Abbandoniamo ora Elon che ci è servito solo per fare il titolo strillato in prima pagina. Grazie Elon. Torniamo alla ketamina.)
La ketamina è nota soprattutto per l’azione antagonista sui recettori ionotropici del glutammato di tipo NMDA, ma – cosa meno nota – fa un sacco di altre cose nell’organismo, perché interferisce anche con la ricaptazione della serotonina, della noradrenalina e della dopamina e su vari canali ionici, tra cui i canali del sodio voltaggio-dipendenti, e i canali HCN, implicati nella contrattilità spontanea delle cellule cardiache e probabilmente anche nelle sue azioni neurologiche.
Di conseguenza, la ketamina sembra fare anche altre cose interessanti come farmaco: oltre che come antidepressivo, è da molto prima ben nota come anestetico, analgesico e sedativo; ma ha anche azione broncodilatatrice, antinfiammatoria, neuroprotettiva (almeno in carti contesti), e forse anche antitumorale [3].
Per quello che interessa a noi su Addictus Magazine, la ketamina è pure una sostanza di uso voluttuario che può indurre dipendenza, e come tale ce la troviamo nel DSM5 tra i protagonisti dei disturbi indotti da sostanze (per la verità, sta nel capitolo della fenciclidina anche nota come PCP, una sostanza simile che si è meritata il titolo perché è più dannosa e si è diffusa prima).
In una grande sondaggio online svolto a cavallo tra 2017 e 2018, che includeva più di 137mila soggetti, prevalentemente nordeuropei, consumatori di sostanze psicoattive legali o illegali, quasi il 6% aveva fatto uso di ketamina, e di questi quasi il 9% era positivo ai criteri per la diagnosi di dipendenza da questa sostanza. Più comunemente veniva consumata per via endonasale, e le sostanze in genere associate erano stimolanti (ovvero cocaina, amfetamine e simili), cannabinoidi e tabacco (molto più distaccati psichedelici, oppioidi, inalanti etc.) [4].
Inotre, a giudicare dai sequestri, la diffusione in Europa è in notevole aumento, sia come sostanza singola che in vari mix già pronti, per esempio la cosiddetta “cocaina rosa” detta anche “tucibi” – molto apprezzata dal marketing delle droghe modaiole – che anziché contenere l’amfetamina entactogena 2C-B come era un tempo, viene venduta come mix variabile di sostanze con l’aggiunta di colorante rosa [5]. Quindi potenzialmente è esposto agli effetti della ketamina un numero più ampio di persone, non solo quelli interessati alla ketamina in sé, frequenti nei contesti dei rave party, ma anche quelle che cercano cocaina o analoghi in ambiti diversi dai rave, e quindi che cercano stimolazione anzichè dissociazione euforica.
Per tutti questi motivi, dobbiamo aspettarci che i problemi associati ad uso, misuso, abuso e dipendenza da ketamina siano destinati ad aumentare.
I servizi per le dipendenze italiani, e su questo penso di non temere smentite, in generale e nella maggior parte dei casi non hanno una grande familiarità con la ketamina, una sostanza un po’ secondaria rispetto ai casi molto più frequenti relativi all’uso di eroina cocaina cannabis e alcolici. Spesso capita anche che pure per il paziente la ketamina sia solo una tra le tante sostanze che consuma, non una sostanza primaria per la quale chiede l’intervento dei sanitari (ma qualche caso capita).
Tutto questo serve per introdurre lo studio, ad accesso libero, che ho selezionato per questo mese:
Roberts, Emmert PhD; Sanderson, Elizabeth MBBS; Guerrini, Irene PhD. The Pharmacological Management of Ketamine Use Disorder: A Systematic Review. Journal of Addiction Medicine 18(5):p 574-579, 9/10 2024. https://doi.org/10.1097/ADM.0000000000001340
Questo studio, breve, recente, pubblicato dalla rivista dell’ASAM (la principale società scientifica di medicina delle dipendenze negli Stati Uniti) fa il punto della situazione tramite una revisione sistematica su quanto sappiamo sulla terapia farmacologica del disturbo da uso di ketamina e di alcuni disturbi indotti – e si vede immediatamente che al giorno d’oggi ne sappiamo ancora poco.
Da 12 studi selezionati su 72, con un totale di 368 pazienti presi in considerazione, apprendiamo che:
- per l’intossicazione da ketamina, uno studio controllato ha trovato benefici da piccole quantità di aloperidolo, e un retrospettivo dal trattamento con benzodiazepine contro l’agitazione;
- per l’astinenza da ketamina, abbiamo prevalentemente casistiche basate su benzodiazepine a scalare, in un caso con aggiunta di propranololo e naltrexone, in un altro carbamazepina e vitamine, in un altro olanzapina e clonidina, e in un altro ancora aloperidolo. Interessante vedere come i curanti in due casi abbiano provato a ridurre il tono noradrenergico (propranololo o clonidina);
- per la prevenzione della ricaduta nel consumo di ketamina, abbiamo solo 4 casi clinici descritti, di cui due con naltrexone, uno con lamotrigina, uno con paliperidone più bupropione ad alta dose.
Le evidenze disponibili, come facilmente intuibile, sono di qualità bassa, ovviamente non per colpa dei ricercatori ma perché non è stato possibile impostare studi con numerosità sufficiente e metodologia solida; e probabilmente anche perché della dipendenza da ketamina e dei disturbi associati non abbiamo capito ancora molto.
Un’altra cosa interessante e non sempre ben conosciuta: gli effetti tossici somatici della ketamina, oltre a interessare come per molte altre sostanze il fegato sul versante sia epatocellulare che colestatico, caratteristicamente si concentrano sulla vescica, che è un organo che il più delle volte passa inosservato nell’esame clinico delle persone con problemi da sostanze. Sarebbero dovute ad un metabolita tossico che danneggia l’intero tratto urinario, con gli effetti più gravi laddove l’urina si raccoglie e resta tra una minzione e l’altra, e provoca cistite interstiziale.
Ci aggiorniamo su quest’altro aspetto con un altro recente articolo accessibile gratuitamente sulla piattaforma Medscape (ma serve registrazione):
Ketamine-Induced Uropathy: What Urologists Need to Know
https://www.medscape.com/viewarticle/ketamine-induced-uropathy-what-urologists-need-know-2025a10001dp
Qui viene riassunto quanto riportato in una sessione del 118esimo congresso francese di urologia, in merito proprio alla patologia vescicale da ketamina.
Gli urologi riportano un aumento dei casi, spesso caratterizzati da dolore sovrapubico e minzione molto frequente ovvero pollachiuria (30-50 volte al giorno), molto stressante per il malcapitato paziente, con possibili complicanze ureterali e renali.
L’età media è di 25 anni, con un anno di consumo prima dell’insorgenza dei sintomi, e si stima che il 2.6% dei francesi abbiano sperimentato la sostanza (più dell’eroina), anche perché molto più economica della cocaina.
Per quanto la sospensione del consumo apporti un miglioramento nel 50-85% dei casi, questa non sempre si riesce a conseguire a causa della dipendenza, e i sintomi si ripresentano alla ricaduta nel consumo.
Viene ritenuto necessario prendere in carico i casi con un’équipe multidisciplinare che oltre all’urologo comprenda medici delle dipendenze, del dolore e psichiatri.
L’approfondimento diagnostico necessita di accertamento della funzionalità renale, urinocoltura, eco renale e cistoscopia (e altre manovre urodinamiche) sotto anestesia generale a causa del dolore vescicale.
La terapia del dolore dovrebbe ove possibile evitare gli oppioidi per il rischio di indurre un’ulteriore dipendenza in soggetti predisposti, preferendo paracetamolo e antinfiammatori non steroidei.
La terapia specifica al momento è basata su pentosano polisolfato per via orale per l’infiammazione, iniezioni in situ di tossina botulinica per l’iperattività della muscolatura vescicale, idrodistensione cioè riempimento via catetere della vescica per migliorarne l’espansibilità, o nei casi più gravi chirurgia ricostruttiva basata sull’uso di mucosa presa dall’intestino tenue.
[1] https://www.snopes.com/news/2025/01/05/elon-musk-taken-ketamine-for-depression/
[2] https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/us-fda-approves-jjs-ketamine-based-therapy-treat-depression-2025-01-21/
[3] Richards, N. D., Howell, S. J., Bellamy, M. C., & Beck, J. (2025). The diverse effects of ketamine, a jack-of-all-trades: a narrative review. British Journal of Anaesthesia, 0(0). https://doi.org/10.1016/j.bja.2024.11.018
[4] Barrios KP, Connolly DJ, Ferris JA, Maier LJ, Barratt MJ, Winstock AR, Puljević C, Gilchrist G. Ketamine use in a large global sample: Characteristics, patterns of use and emergency medical treatment. J Psychopharmacol. 2025 Jan;39(1):8-22. https://doi.org/10.1177/02698811241273850 . Epub 2024 Oct 17.
[5] https://www.euda.europa.eu/publications/european-drug-report/2024/other-drugs_en