“Niente di personale, Tano”

Ho la fortuna di essere immune al vizio del gioco, sono un tipo parsimonioso, metodico e
previdente. Eppure una volta ho rischiato di finire invischiato in un giro di scommesse
clandestine. Ho avuto paura, ho annusato odore di sotterfugi e di criminalità. Ne sono uscito
indenne ma c’è un vicoletto di Londra dove non metterò mai più piede in vita mia.
Lunedì mattina
E’ la primavera del 2007 e abito nella capitale inglese già da un paio d’anni. Vedo scorrere fiumi
di denaro, il crollo delle Torri Gemelle è ormai lontano e nessuno immagina che la Lehmann
Brothers sia sull’orlo del fallimento. Lavoro in un pub dove mi sono fatto le ossa. Ho imparato la
lingua, conosco la città e le sue dinamiche. Guadagno benino ma sono stanco di fare le tre del
mattino ogni fine-settimana e sento la necessità di cambiare aria. Un lunedì di giugno aggiorno il
mio curriculum, ne stampo una cinquantina di copie e mi avventuro nella city. Cerco un ristorante
o un pub di buon livello dove fare il salto di qualità. Sono sereno perché, con la mia esperienza e
in quel periodo dell’anno, troverò lavoro il giorno stesso.
Alle undici del mattino ho già consegnato diversi curriculum e mi fermo dalle parti del Bullet, un
grattacielo futuristico a forma di proiettile. Noto un localino che si chiama Fortuna e mi tornano
in mente le parole di un ragazzo di Roma che mi fece da mentore al mio arrivo a Londra: “Stai
lontano dagli italiani! Ti sfruttano e approfittano del fatto che non parli bene l’inglese”. In realtà
mi sento ormai a mio agio e decido di correre il rischio.
Entro in quel posticino semi-vuoto, che mi sembra carino anche se piuttosto scarno. Dico in
inglese: “Buongiorno, sto cercando lavoro. Posso lasciare il mio curriculum?”. Penso che fra
compatrioti sia giusto parlare la propria lingua, ma non posso dare per scontato di trovare degli
italiani. Il fascino della nostra cultura fa sì che molti se ne approprino, soprattutto nel mondo
della ristorazione.
Mi viene incontro un tizio sui sessant’anni, panciuto e non molto alto, “My name is Gaetano” dice
con un pesante accento meridionale. E’ vestito da cuoco, ha l’occhio vispo dell’imprenditore e
diverse macchie di sugo sul grembiule. “Ma sei italiano? Dimmelo subito, no?” sbotta sbirciando
il mio curriculum, poi continua: “Senti, fra poco comincia il pranzo e c’abbiamo da fare, ma se
vieni verso le quattro facciamo due chiacchiere”. Ringrazio e gli assicuro di tornare più tardi.
Lunedì pomeriggio
Mangio pollo fritto piccante e bevo una Coca-cola, poi mi stendo sull’erba di un parco lungo il
Tamigi. Ho poco più di vent’anni e il mio stomaco può digerire qualsiasi cosa. Adoro il fatto che
a Londra nessuno si scandalizza nel vedere uno come me, in t-shirt e a piedi scalzi, accanto a
dozzine di professionisti della finanza in pausa pranzo. Li sento parlare del torneo di Wimbledon,
che inizierà tra pochi giorni ed è un evento caro agli inglesi.
Aspetto le quattro e ritorno al Fortuna. Gaetano mi fa accomodare e mi offre un espresso, lo trovo
stanco perché probabilmente ha rinunciato al riposino pomeridiano per farmi il colloquio. Noto
che il bancone sia piuttosto sfornito e trovo l’arredamento funzionale ma oltremodo semplice.
Anche le pareti sono spoglie, eccezion fatta per alcune fotografie di Totò e Alberto Sordi. C’è
tuttavia una grande vetrata che dà respiro alla sala principale e intuisco che il locale abbia un
certo potenziale per attirare clienti. Gaetano manda giù il suo caffè e mi spiega la situazione.
Il Fortuna si trova al numero uno di un vicoletto di cui, per precauzione, non dirò mai il nome. Al
numero due c’è un negozio di sandwich gestito da una signora, mentre al numero tre c’è il
ristorante Gaetano’s. Il Gaetano’s lavora bene, offre cucina italiana e pizza tradizionale ed è
sempre pieno di gente. Gaetano desidera ampliare il suo ristorante ma la signora dei sandwich
non vuole vendergli il suo spazio, così acquista quello successivo e lo utilizza solo per accogliere
i clienti in eccesso del Gaetano’s. Mi assicura che nel giro di poco tempo la signora cederà e
sorgerà un unico grande ristorante. “Vedrai che bel locale salterà fuori! Prima o poi la costringo a
vendere, tanto quella fa solo sandwich di merda…” grida. Adotta fin da subito un linguaggio
talmente intriso di scurrilità che non posso fare a meno di ricordarlo così.
Cerca una persona di fiducia per occuparsi dei clienti del Fortuna, visto che lui è sempre
impegnato nelle cucine Gaetano’s. Posso fare al caso suo ma mi aspettano parecchie
responsabilità, il Fortuna è infatti inquadrato come pub ed è dotato del proprio registratore di
cassa. Ciò significa che devo servire i drink, ma devo chiamare le cameriere del Gaetano’s nel
caso i clienti desiderino mangiare. Mi pare un pasticcio ai limiti della legalità ma lo prendo alla
leggera. Ho voglia di mettermi in gioco e mi alletta la possibilità lavorare senza un proprietario
che mi faccia sentire il fiato sul collo. Gaetano aggiunge che il locale rimane aperto solo dal
lunedì al venerdì perché si trova in una zona di uffici e il fine settimana non c’è mai nessuno. A
quel punto non ho più dubbi e accetto l’incarico. Mi dice di presentarmi il giorno successivo alle
undici, indossando pantaloni neri eleganti e una polo bianca. “A dire la verità, dovrei dare almeno
una settimana di preavviso dove lavoro adesso…” spiego, “Che ti frega? Mandali a fanculo, no!?”
mi risponde.
Prima di tornare a casa mi fermo in un grande magazzino per comprare gli indumenti che mi ha
indicato. Trovo l’accostamento orripilante ma cerco di non farci caso. Mi chiama il gestore di un
altro locale per fissare un colloquio ma sono costretto a declinare l’invito. Ho dato la mia parola a
Gaetano e presto me ne pentirò.
Martedi
Giungo in perfetto orario e incontro le cameriere che lavoreranno con me. C’è Agneska, che è
polacca ed è tanto sveglia quanto carina, e poi ci sono due sorelle brasiliane di nome Silvia e
Marisol. Sono mingherline e parlottano sempre tra di loro in portoghese. Agneska mi descrive
Gaetano come un tipo particolare che tuttavia paga regolarmente e non ha mai dato loro
problemi, vive a Londra dall’età di dodici anni e ha avuto sette figlie da tre mogli diverse. Mi
garantisce che le mance sono buone e che il locale è ben avviato. Inizio a mettere in ordine il
bancone e mi rendo conto che non ci sono birre alla spina. Mi chiedo come possa esistere a
Londra un pub senza birre alla spina, così cerco di rimediare riempiendo i frigoriferi di bottiglie
di Moretti e di Peroni.
Presto arrivano i primi clienti. Servo bevande gassate e qualche bicchiere di Pinot Grigio, mentre
le ragazze prendono le ordinazioni per il cibo. Non avevo calcolato che devono portare i piatti
dalla cucina del Gaetano’s passando per il retro, il che complica di parecchio le operazioni di
servizio. Per fortuna va tutto per il meglio e alla fine Gaetano viene a vedere come ce la stiamo
cavando. Sembra soddisfatto e mi fa assaggiare una delle migliori pizze alla napoletana della mia
vita, poi mi dice di staccare e di tornare alle sei. “Alle sei? Sicuro?” mi tocca obbiettare. Gaetano
mi guarda male e trovo inspiegabile che uno come lui non sappia che gli uffici chiudono alle
cinque e che i pub si riempiono nel giro di un quarto d’ora. Comprendo che ha passato tutta la
vita a faticare dietro i fornelli e che ne sa poco o nulla dello stile di vita dei londinesi. “Forse hai
ragione… È meglio che vieni un po’ prima” conviene. Rimane dietro al bancone con me mentre le
ragazze riassettano la sala. Ci accorgiamo entrambi che Agneska si dimentica di raccogliere un
piatto sporco da un tavolo. Immagino che sia stanca o semplicemente distratta, Gaetano invece
sbuffa e mi bisbiglia nell’orecchio: “Quella pensa sempre al cazzo…”. Percepisco un che di
viscido nel suo sguardo e non mi piace per nulla.
Torno al lavoro alle cinque e trovo almeno una ventina di persone che vogliono da bere. E’ stato
sufficiente scrivere sulla lavagna esterna Now open for drinks per richiamare l’attenzione di un
bel po’ di curiosi. Mi cambio in fretta e furia e mi chiedono un sidro. Lo verso in un bicchiere
colmo di ghiaccio, come vuole la tradizione. Gaetano mi guarda meravigliato e mi confessa di
non averlo mai nemmeno assaggiato. Noto una certa approssimazione nella gestione del locale e
faccio fatica a darmi una spiegazione.
E’ il compleanno di una ragazza e desidera offrire un giro di vodka lime and soda a tutte le sue
amiche. Gaetano mi dice che la vodka non è ancora arrivata e sono costretto a correre al
supermercato per comprarla. Pochi minuti più tardi servo i drink alle amiche della festeggiata e
Gaetano mi dice di metterli a due sterline l’uno. “Ma di solito stanno a tre sterline e cinquanta!”
dico, “Va bene così… Dobbiamo farci i clienti” replica lui, sfregandosi le mani. Mi chiedo
come abbia fatto uno sprovveduto del genere a trovare i soldi per aprire un locale. Da un lato
penso che al Fortuna avrei modo di mettere in luce le mie capacità, dall’altro inizio a sospettare
che ci sia sotto qualcosa. A fine serata Gaetano mi dice che gli piaccio e che posso chiamarlo
Tano. Mi tiene in prova fino a venerdì, dopodiché decideremo se continuare o meno. “A te ti
piace il tennis?” mi chiede, “Non lo seguo, ma so che sta per iniziare il torneo di Wimbledon”
rispondo. “Molto bene! Vattene a letto adesso…” mi dice prima di lasciarmi andare.
Mercoledì mattina
Arrivo al lavoro e Agneska mi fa una sorpresa. Le avevo raccontato di aver danneggiato la mia
chitarra durante l’ultimo trasloco, così mi porta in prestito la sua. Non me lo aspettavo e la
ringrazio con tutto il cuore. Lasciamo lo strumento, chiuso dentro la sua custodia, nello
spogliatoio e iniziamo a preparare la sala. Qualche minuto più tardi sentiamo Gaetano sbraitare
come un ossesso. “Di chi cazzo è questa roba!? Ve l’ho detto mille volte che dovete portare al
lavoro solo lo stretto necessario” urla, irrompendo nella sala. Agneska non parla italiano ma
capisce all’istante il motivo della rabbia di Gaetano. Si scusa e spiega di aver portato la chitarra
per me. “Occhio! Su certe cose non transigo” mi dice Gaetano con tono minaccioso. Mi scuso a
mia volta, anche se trovo eccessiva la sua irritazione.
Il servizio di mezzogiorno si svolge regolarmente, la popolarità di Gaetano è fuori discussione e i
suoi piatti vengono apprezzati da tutti i clienti. Ricevo un bel po’ di mance e complimenti,
cosicché non do troppa importanza ai dubbi che ho su di lui. Con la sala ormai vuota, mi accorgo
di una borsa sportiva dimenticata sotto un tavolo. Si presta ancora una certa attenzione circa
oggetti come zaini, borse o contenitori lasciati incustoditi nei luoghi pubblici. Il rischio di
attacchi terroristici è concreto, ci troviamo nel cuore della finanza internazionale e la guerra in
Afghanistan è ancora in corso. La faccio notare a Gaetano, che mi anticipa e la raccoglie. Me la
fa vedere bene e dichiara: “Questa è meglio che la teniamo noi!”, mi stupisco di tanta prontezza e
mi fa l’occhiolino.
Mercoledì pomeriggio
Rientro per il servizio serale e noto che è stata installata un spina per la birra dietro al bancone.
Mi sembra il minimo indispensabile per un pub, malgrado Gaetano ne vada fin troppo fiero.
“Questa sera ti faccio conoscere i miei amici” annuncia, senza smettere di ammiccare. “Che te ne
pare? Ti trovi bene qui?” mi chiede. Rispondo di sì benché non ne sia convinto. “Ammazza che
vita che ho fatto! C’ho sette figlie e ho avuto tre mogli. Un’italiana, un’inglese e una polacca… Sai
che ti dico? Rompono tutte i coglioni uguale!” mi racconta. Rimango ad ascoltare, cercando di
capire qualcosa di più di quel tipo tanto losco quanto singolare. Mi spiega che ha fatto il pizzaiolo
per quarant’anni dopodiché ha inziato ad aprire locali, infine sussurra: “Ammazza che vita che ho
fatto! Andavo a vedere le corse dei cani…”. Non riesce a terminare la frase perché arrivano una
decina di persone, tutti inglesi rispettabilissimi in abito scuro. Hanno appena alzato il sedere dalle
loro postazioni, ai piani alti di quei grattacieli che ospitano società finanziarie e banche d’affari,
e sono pronti per farsi una pinta o due… Come si suol dire da queste parti. Do il benvenuto a un
tizio obeso e chiacchierone e a un altro magro e pallido, con i il pomo d’Adamo in fuori. Hanno
un po’ tutte le età, sono socievoli e mi prendono in simpatia. Gaetano ha già parlato loro di me e
mi presenta come il miglior bartender della city. Spino le loro birre e Gaetano si ostina a farle
pagare appena due sterline l’una, andando contro qualsiasi logica di mercato. Mi chiedo come
speri di pagarmi lo stipendio, intuisco tuttavia che quei tizi stanno dalla sua parte. S’intendono al
volo, come compagni di squadra o ex commilitoni.
A un certo punto la combriccola si sposta al piano superiore, dove c’è una saletta di cui ignoravo
l’esistenza. Uno di loro si mette sulla porta a fare il palo e Gaetano mi ordina di rimanere
incollato al bancone. “Se arrivano gli sbirri, fai parlare me” mi dice. Capisco che là sopra sta
succedendo qualcosa che non posso vedere. Non mi sono ancora guadagnato la loro fiducia, se di
fiducia si può parlare in certi ambienti…
Scendono un paio d’ore più tardi, mi lasciano cinquanta sterline di mancia e mi dicono che ho
fatto un’ottimo lavoro. Prendo i soldi e ringrazio, ma si accorgono che sono nervoso. Gaetano
lascia che le ragazze stacchino un po’ prima e rimango solo con lui a chiudere il locale. “A te ti
piace il tennis?” mi chiede un’altra volta, “Sì, ma non lo seguo” rispondo. “Andrà sempre
peggio…” afferma, con il malcelato intento di mettermi in guardia. Poco dopo mi fa notare
un’auto di grossa cilindrata di fronte al nostro ingresso, dalla quale salta fuori un tizio di colore in
abito da sera. “Quello è un’altro che ci piace la fica!” asserisce. Mi scappa una risata e mi mette in
mano la borsa sportiva recuperata sotto il tavolo all’ora di pranzo. Mi chiede di portarla fuori e
rispondo di sì automaticamente, come se mi avesse affidato un normale compito di lavoro.
Esco sul marciapiede con la borsa in mano e realizzo di poter essere nei guai. Mi domando cosa
ci sia al suo interno: soldi, droga, armi… Forse sto solo lavorando di fantasia, eppure qualcosa mi
dice che lì dentro ci abbiano messo ben altro che calzini sporchi. Il tizio di colore mi mostra il
suo dente d’oro, mi strappa la borsa dalle mani e la chiude nel bagagliaio. Riparte sgommando e
sparisce nel giro di un nanosecondo. Provo un brivido, m’immagino già le manette ai polsi
nonostante non sia successo niente. Ho semplicemente fatto quello che il mio datore di lavoro mi
ha chiesto di fare. “Non lo so, non me lo sono chiesto…” avrei dovuto rispondere, nel caso la
polizia mi avesse interrogato a riguardo. Ormai mi è chiaro che sto rischiando grosso. Non l’ho
voluto e non me la sono cercata, ma ci sono dentro con tutte le scarpe.
Torno indietro e auguro la buonanotte alla signora dei sandwich, che sta chiudendo il suo negozio
strangolato fra il Fortuna e il Gaetano’s . Mi guarda come se fossi un piccolo criminale, uno
scugnizzo che bussa alla porta della malavita organizzata. Probabilmente ne ha già visti parecchi
e non sono che l’ennesimo. Mi sento uno schifo. A quel punto mi risulta chiaro perché Gaetano si
sia arrabbiato tanto per la chitarra. Trovo evidente che il locale venga utilizzato per chissà quale
attività criminale, ma forse sto solo diventando paranoico.
Giovedì mattina
Servo un paio di cappuccini ai primi clienti quando si presenta al bancone una ragazza dalla
faccia pulita. Dice di chiamarsi Sheila e di essere la figlia di Gaetano. Mi guarda con
compassione e mi implora in un italiano stentato: “Per favore, stai attento a papà. Il medico ha
detto che gli verrà un infarto se non la smette di fumare!”. Vedo nei suoi occhi tanto amore
quanta rassegnazione nei confronti di suo padre. Ho l’impressione che sappia benissimo che sia
un poco di buono e si rivolge a me dando per scontato che sia il suo nuovo braccio destro. “Ma
certo!” le rispondo, pur sapendo di non poter mantenere la promessa. Capisco che se resto lì sono
rovinato, sto già diventando una persona falsa e piena di sospetti. Mi sento a disagio, se non
addirittura in pericolo.
Agneska mi chiede se ho avuto il tempo di provare la chitarra ma le rispondo di no. Poi mi
racconta che Gaetano ha avuto di che discutere di prima mattina con i proprietari dei pub della
zona. Il fatto che vendiamo i drink a prezzi stracciati sta dando fastidio a molti. Gli hanno dato
del disonesto e hanno minacciato di denunciarlo per concorrenza sleale… Agneska è una ragazza
intelligente e ha intuito a sua volta che qualcosa non va. Vorrei chiederle il numero di telefono
ma preferisco lasciar perdere. Non voglio lasciare tracce. Decido che domani dirò a Gaetano che
questo lavoro non fa per me.
Giovedì pomeriggio
Dopo pranzo mi ritrovo in tasca un bel gruzzoletto. Ho raccolto quasi duecento sterline di mancia
in pochi giorni, così decido di sfruttare la pausa per andare in banca a depositarli. Nella city ci
sono solo banche d’affari e non è possibile eseguire operazioni banali come la mia, per cui sono
costretto prendere un autobus e raggiungere una filiale per persone normali. Allontanarmi da quel
posto mi fa sentire bene. Mi fa sentire quello che ero fino a pochi giorni prima, un ragazzo in
cerca della sua strada.
Salgo su un autobus affollato come non mai e a un certo punto mi arriva uno spintone. Un
giovanotto dai lineamenti asiatici mi dice Sorry e non do troppo peso all’accaduto. Scendo due
fermate più avanti ed entro nella mia filiale. Mi metto in coda e, quando finalmente arriva il mio
turno, mi arriva un altro spintone. Mi volto e mi trovo davanti lo stesso ragazzo asiatico che mi
aveva spinto sull’autobus. Si scusa come se nulla fosse e a quel punto comprendo che mi ha
seguito. Avevo immaginato che gli amici di Gaetano mi volessero tenere d’occhio ma non
pensavo si spingessero fino a questo punto. Forse temono che possa parlare, o forse mi
scambiano per un poliziotto in borghese…
Faccio il mio versamento e me ne vado più in fretta possibile, accertendomi di non avere nessuno
alle calcagna. Sono sempre più teso ma scatta nella mia testa una sorta di conto alla rovescia. Mi
ripeto che fra un giorno e mezzo sarà tutto finito, ma devo andarmene rispettando le regole. Le
formalità sono importanti, le apparenze contano. Non posso permettermi di mancare di rispetto a
Gaetano, non lo posso piantare in asso di fronte ai suoi amici.
Sento l’adrenalina andare in circolo non appena varco la soglia del Fortuna. Gaetano è
indaffarato, mi prende in contropiede e mi avvisa: “Stasera vengono quelli dell’associazione. Mi
raccomando, leccaci il culo sennò col cazzo che mi rinnovano la licenza!”. Non capisco cosa
intenda con la parola “associazione”, sono due anni che lavoro nei pub e non ne ho mai sentito
parlare. Silvia e Marisol apparecchiano una grande tavolata al piano superiore, che finalmente mi
viene concesso di vedere. È allestita per una quindicina di persone e Gaetano la ricopre col non
plus ultra dei piatti nostrani: salumi, formaggi, sottoli, sottaceti e focacce appena sfornate. È
chiaro che deve fare bella figura, va da sé che nessuno pagherà nulla.
I commensali arrivano in gruppo. Riconosco il tizio obeso e chiacchierone e quello con il pomo
d’Adamo in fuori. Ci sono anche diverse signore, alcune delle quali in abiti succinti. C’è pure un
religioso, ma potrebbe anche essere uno che si è vestito così per dare l’impressione di essere una
persona per bene. Comincio a stappare le bottiglie migliori e Gaetano fa gli onori di casa. E’ a dir
poco emozionato e mi ripete di fare il leccaculo. Poco più tardi porta in tavola i primi e i secondi,
offrendo in abbondanza cibo di ottima qualità. I commensali elargiscono sorrisi fasulli e frasi di
circostanza, crogiolandosi nello spreco e nell’opulenza. Mi faccio i fatti miei, immagino si tratti
dei suoi finanziatori e sono sempre più sicuro che non sia coinvolta nessuna associazione. A fine
serata divido cento sterline di mancia con le ragazze e mi cambio per tornare a casa. “Certo che
ne fate di soldi voi camerieri… Vi taglio la gola se vi scappa una parola” ci intima Gaetano.
Domani sarà tutto finito, almeno spero.
Venerdì
Prendo il mio autobus in direzione della city guardandomi le spalle. Non riesco a togliermi dalla
testa il pensiero che mi stiano pedinando ancora, anche se non noto nulla di sospetto. Oggi è il
giorno del mio addio a Gaetano e domani tornerò ad essere una persona libera.
Trovo il Fortuna già pieno di gente, il fine settimana per alcuni è già cominciato. Hanno appena
pagato gli stipendi e ci si può permettere di spendere qualcosa in più del solito. Gaetano inserisce
nel menù pure le fish and chips, non gli dispiace violare i canoni della cucina italiana per
accontentare i clienti. Nei giorni scorsi gli avevo fatto notare che in cassa non avessimo mai
spiccioli per dare il resto. Oggi invece si presenta dietro al bancone con due sacchetti colmi di
monetine. Sono fresche di conio e ancora impacchettate in pile da venti o cinquanta pezzi.
“Accidenti, Tano. Grazie mille!” gli dico. Mi fa piacere che mi abbia dato ascolto e riempio il
registratore di cassa di monete da una sterlina.
Lavoriamo sodo fino alle tre, la gente non smette di entrare e di chiedere se c’è posto. Spino un
intero barile di birra, mi rifugio nel lavoro per non pensare al resto. Verso le quattro abbiamo il
tempo di prenderci una pausa. Vado sul retro con Gaetano a fumare una sigaretta, la getta dopo
un paio di tiri e mi dice che Sheila e l’unica figlia che non ha ancora smesso di parlargli. È un
uomo divorato dai sensi di colpa.
Ritorno dietro al bancone e mi accorgo che il tizio di colore, al quale avevo consegnato la borsa
sportiva, ha preso posto vicino alla porta. Stavolta hanno messo lui fare il palo. Riconosco gli
amici di Gaetano entrare alla spicciolata, ordinano da bere e si mescolano tra i clienti normali.
Faccio le mie cose e a un certo punto un ragazzo mi chiede di scambiargli una banconota da dieci
sterline in monetine. Lo accontento senza pensarci, ma poco dopo ne arriva un altro e un altro
ancora. Il registratore di cassa è pieno di spiccioli e non ho motivi per dire di no a nessuno, la
situazione tuttavia inizia a farmi insospettire. Nel giro di una mezz’ora mi chiedono di cambiare
qualche centinaio di sterline in monetine e finisco per esaurire la mia scorta. Ripenso al fatto che
stamani ho ingenuamente ringraziato Gaetano di avermele procurate e mi sento preso in giro. Per
fortuna il locale è pieno e mi tengo impegnato. Sono certo che la stragrande maggioranza dei
clienti siano brave persone e non abbiano idea che questo luogo sia corrotto. Gaetano mi dice
dare un’occhiata al piano superiore, prendo un vassoio ed eseguo l’ordine.
Gli amici di Gaetano sono stipati davanti al televisore. Danno una partita di tennis, credo sia il
torneo di Wimbledon ma non me ne sono certo. Noto i mucchietti di monetine sul tavolo, il tizio
obeso e chiacchierone prende le puntate mentre gli altri fumano e scrutano lo schermo. Intravedo
anche il giovanotto asiatico che mi ha seguito sull’autobus, mi punta contro l’indice e mima il
gesto di spararmi. Eccoli qui gli amici di Gaetano… una combriccola di gente rispettabilissima
dedita alle scommesse clandestine. Sono persone che guadagnano stipendi a cinque cifre e
presumo che le monetine da una sterlina in realtà vengano utilizzate come gettoni. Probabilmente
ognuna di esse vale dieci, cento o mille volte tanto… fra gentiluomini ci si mette d’accordo.
Puntano su qualsiasi cosa: chi vince il set? Chi vince il game? Chi vince la partita? Gli inglesi
vanno pazzi per questo genere di cose… anche se lo so che non è una questione di nazionalità.
Sono incredibilmente concentrati e non mi badano più di tanto. Rischiano, fremono, tremano,
imprecano e qualche volta godono. Sento che si divertono a scommettere anche sui dettagli:
Segnerà di dritto o di rovescio? Segnerà un ace o prenderà la rete?
C’è un tizio che ha l’aria di essersi bruciato mezzo salario, mi guarda con la faccia stravolta e mi
mostra i dito medio. Capisco che non è il caso di dire nulla. Raccolgo i bicchieri sporchi con
discrezione e mi intrattengo il minimo necessario. Come ho detto nelle prime righe di questo
racconto, sono immune al vizio del gioco. Ne comprendo il fascino ma non ne vengo sopraffatto.
Colgo invece, negli occhi bramosi degli scommettitori, un’irrequietezza che mi sbalordisce.
“Tutto bene, figliolo?” mi dice il tizio obeso e chiacchierone, “Tutto bene, signore” rispondo.
Torno di sotto e mi rimetto al lavoro. Non ho visto niente, me lo sono già dimenticato.
Qualche ora più tardi chiudiamo il locale e Gaetano mi consegna una busta con la mia paga
settimanale, “Ci vediamo lunedì?” mi chiede. Tengo la testa bassa e farfuglio una scusa, gli dico
che ho dei problemi a casa e sono costretto a tornare in Italia per un po’. “Ti sei cacato sotto?”
dice lui, lo guardo negli occhi e gli rispondo: “Niente di personale, Tano”. Mi dà le spalle e mi
sbrigo a togliere il disturbo. Quasi non ci credo di cavarmela così facilmente, ma sono
consapevole di essere un pesce troppo piccolo per creare problemi.
***
E’ stata l’ultima volta che l’ho visto. Ho passato il fine-settimana chiuso in casa e poi sono andato
in cerca di lavoro dall’altra parte della città. Per qualche settimana a seguire ho avuto di nuovo la
sensazione che mi stessero seguendo, ma forse non avevo ancora scaricato la tensione. Non sono
più stato da quelle parti tuttavia ho dato una sbirciatina su internet. Ho scoperto che il Gaetano’s
ha inglobato sia il Fortuna che il negozio di sandwich, ma non si fa alcun riferimento alla saletta
al piano superiore. La chitarra di Agneska è rimasta a casa mia.