Storia di I.

Sono sempre stato bene a casa con i miei genitori, non mi mancava nulla.
Papà, nato nel 1938, era camionista; mamma di un anno più giovane era un’operaia specializzata. Si sono conosciuti nel 1957 nella città dove entrambi lavoravano. Si sono sposati il 31 luglio 1962, io sono nato il 15 novembre 1964.
Mia madre era l’unica dipendente del suo datore di lavoro che era un piccolo imprenditore e un musicista di jazz. Io dopo la scuola andavo a trovare mia madre sul suo posto di lavoro, nell’azienda presso la quale lavorava venivano vari artisti, gente dello spettacolo e a me ragazzino sembravano tutti agitati, un po’ fuori di testa. Nel fine settimana ci invitavano ai concerti jazz e a mio padre non sempre faceva piacere, un po’ lo annoiavano.
Sono stato cresciuto come unico figlio perché purtroppo mio fratello maggiore era morto poche settimane dopo la nascita.
Ero timidissimo e atletico, facevo sport, in particolare praticavo atletica, amavo la corsa e in inverno sciavo.
Non ricordo dove fossi e con chi fossi al primo consumo di eroina, ricordo solo che era una moda, era un’esperienza comune per tanti ragazzi. Quando ho usato eroina le prime volte andavo in discoteca con gli amici e mi aiutava ad aprirmi, era facile conoscere e parlare con le ragazze, ero un bel ragazzo e col mio fisico cuccavo che era una meraviglia.
Ho iniziato a sniffare eroina a 14 anni, durante il primo anno di scuola superiore, con gli amici. Mi rendeva loquace, l’effetto saliva lentamente ed era più lungo nel tempo, mi rendeva la testa un po’ più leggera.
Fino ai 20 anni era un uso settimanale, ci stavo dentro, non si vedeva, andavo a prenderla e usarla lontano dal mio quartiere, non rimanevo dove tutti mi conoscevano, mi nascondevo.
Nel mio quartiere ero considerato un bravo ragazzo, avevo una faccia d’angelo, ero gentile e portavo la spesa alle anziane vicine di casa. Questo fino a quando mi hanno perquisito proprio sotto casa mia, sotto lo sguardo di tutti e avevo l’eroina per uso personale, mi hanno portato in caserma ma poi mi hanno rilasciato subito, anche se non ho collaborato, non era il caso di fare nomi, l’avrebbero saputo tutti. Da quel giorno sono diventato un ragazzo perso.
Durante le scuole medie e superiori facevo atletica, ho vinto i campionati di Atletica Juniores, quindi durante il servizio militare ero stato selezionato per la squadra nazionale ma sarei dovuto andare a Roma. Non ho accettato, ho pensato che Roma era troppo lontana da casa e dalla mia ragazza. Ho perso così quella possibilità di salvarmi.
Quando sei in un gruppo di amici fai tante cose condividendo tutto, cambia la tua prospettiva. Ho fatto la scuola professionale di odontotecnico, perché ne parlavano in tanti, era il lavoro più desiderato in quel periodo, un lavoro che tutti dicevano facesse guadagnare molto. La scuola pubblica era troppo piena di studenti e io non sono stato preso, mi sono iscritto quindi alla scuola privata per odontotecnici. La scuola confinava con un grande parco pubblico e dalle finestre delle classi al piano terra entravi direttamente nel parco, anche quando era chiuso. Durante le lezioni io e altri tre saltavamo dalle finestre e andavamo nel parco, lì c’erano altri ragazzi come noi ma più grandi e che nel giro c’erano già da un po’ e avevano la sostanza; per procurarci i soldi ci affidavano qualche dose da passare ad altri così la nostra dose si pagava da sola.
Alla fine della terza superiore la scuola privata fu chiusa perché aveva perso i requisiti per essere parificata. Per tutto il nostro gruppo di studenti crearono delle sezioni in più nella scuola pubblica e la frequentazione del parco non fu più così assidua.
Ho frequentato anche la tifoseria del mio sport preferito come spettatore: il calcio. Andavo allo stadio ad ogni partita in casa e anche lì si beveva alcol e si usava eroina, poi si cercava lo scontro, erano i primi anni ‘80 e nella sede della tifoseria presso lo stadio erano custodite le spranghe per fare le risse.
Un giorno stavo con i due soliti amici e avevamo bruciato la scuola, loro mi dissero, noi ci dobbiamo fermare in farmacia a prendere le siringhe perché ora la usiamo così … pensai perché io no? Ero curioso, i miei amici non volevano ma li ho convinti. Ricordo perfettamente dove mi trovavo e con chi, mi ha aiutato il mio amico perché avevo paura degli aghi, ho sentito un forte colpo dentro la testa, mi sono come assopito. Era la prima volta, è successo così senza pensarci troppo, per provare anch’io come i miei amici, senza sapere cosa sarebbe successo dopo. E’ stato molto facile. Mi anestetizzava, non sentivo quello che girava intorno e se qualcosa girava male o era anche solo fastidioso, non esisteva più, lo cancellavo.
La cocaina non l’ho mai usata, mi spaventava, avevo visto un amico sotto effetto di speedball e mi aveva impaurito: ricordo che eravamo al campetto dell’oratorio a veder giocare una partitella di calcio tra amici. Lui si è fatto in vena eroina e cocaina e continuava a passare dal torpore all’agitazione, ad un certo punto in preda all’agitazione si era arrampicato sulla struttura di una gru vicino al parchetto, poi si era intorpidito, abbiamo chiamato i pompieri per farlo scendere e quando lo hanno raggiunto è ripartita l’agitazione, alla fine lo hanno ricoverato.
Nel mio quartiere ho continuato per un pò ad avere la compagnia di amici regolare, con loro ero un bravo ragazzo, fuori dal quartiere, a scuola, allo stadio ero nell’altro gruppo.
Ad un certo punto i miei genitori si sono accorti, lo sapevano. La nostra casa era un bilocale, io dormivo nel soggiorno, avevamo la casa con i mobili a scomparsa, una console si girava e usciva una brandina per far dormire la nonna quando veniva a trovarci, da un armadietto scendeva il mio letto, nei mobili della sala c’erano i miei vestiti.
Un giorno mia madre mi ha tenuto d’occhio ed è entrata in soggiorno all’improvviso e mi ha trovato che mi stavo iniettando eroina, avevo ancora l’ago nel braccio. Non sapeva cosa dire e cosa fare, non se ne parlava molto di eroina al tempo, erano gli inizi. Si vedeva che erano preoccupati.
Sono anche collassato mentre ero in compagnia di mio padre, sul camion lui guidava e io lo accompagnavo, mi trovò collassato dopo la consegna ad un cliente e mi portò in Ospedale, dopo poche ore ero già in giro, firmai per uscire e tornare a casa.
Dopo il servizio militare ho cercato lavoro e ho trovato un autista di furgone, un cosiddetto padroncino, che mi ha venduto a rate il suo furgone e il contratto con il cliente-produttore, io dovevo consegnare ai supermercati della città la sua merce, iniziavo alle 5.00 del mattino e alle 11.00 avevo già terminato il giro delle consegne. Il primo stipendio fu 6.000.000 di Lire e fu la mia rovina, presi ad usare tutti i giorni, senza limite, senza pensare che dovevo pagare le rate, i contributi e le imposte.
Una sera mi fermarono mentre ero in auto con tre amici, non guidavo io ma eravamo stati fermati in possesso di un certo quantitativo di eroina e ci portarono in caserma. Ci chiesero di sottoporci all’esame del capello. Anche in quel caso evitai imputazioni perché il quantitativo era considerato per uso personale ma mi ritirarono la patente. Non potevo più lavorare, ho venduto il camioncino ma i miei genitori si ritrovarono tutti i debiti da pagare, rate, imposte, ecc.
Ho perso quegli anni della mia vita, li ricordo per il malessere generale, soprattutto fisico. Fu il periodo più brutto, tutto il corpo la richiedeva, arrivai ad usare 5 gr al giorno solo per non stare male, dormivo fuori casa, vagavo per la città. Tutta la giornata era finalizzata al reperire eroina. Tentai tre ricoveri ospedalieri di pochi giorni: mi disintossicavo ma il giorno della dimissione ero di nuovo a farmi. Tentarono di mandarmi in comunità ma non arrivai mai a destinazione e tornai a casa. Per mesi vagai anche dormendo alla stazione, ero per strada, i miei genitori non sapevano cosa fare. In quel periodo fui fortunato, le malattie che contrassi furono l’Epatite B e C. Stavo sempre attento e non scambiavo mai la siringa, avevo sempre la mia personale. Mi accorsi dell’infezione da Epatite perché ero diventato giallo, la pelle, gli occhi gialli e mi sentivo molto molto stanco. Non riuscivo più a camminare, mi dovevo fermare dopo quattro passi e non mangiavo, non avevo appetito. Mio padre mi portò a fare gli esami del sangue e mi ricoverarono subito.
Mi ricoverarono nel reparto infettivi. Anche durante il ricovero mi feci portare l’eroina da un amico. Dopo 15 giorni l’infezione era già regredita e con altri due ragazzi, ricoverati come me nel reparto infettivi, decidemmo che eravamo stanchi di mangiare il cibo dell’ospedale, volevamo mangiare la pizza. Durante la sera uscimmo in pigiama e fummo fermati dalla pattuglia della Polizia. Alla richiesta dei documenti si resero conto che eravamo in pigiama e ciabatte, in pieno inverno e ci scortarono fin dentro il reparto.
Mio padre e mia madre andarono in pensione e nel frattempo ristrutturarono la casa dei nonni materni in provincia. A quel punto fu naturale per loro lasciare la casa in affitto in città e trasferirsi nella casa di famiglia al paese.
Mio padre era molto felice di essere finalmente in una casa più comoda con orto e giardino da coltivare. Mia madre era invece abituata alla città, non poteva più prendere la metropolitana e andare a prendere il caffè o fare una passeggiata con le amiche. Io mi trasferii con loro e fu un punto di svolta. All’inizio cominciai a frequentare un cugino che si faceva e con lui andavamo in città, ma non era la stessa cosa di prima, non c’era lo stesso giro di conoscenze, era tutto più faticoso, un giorno mi sedetti sul divano vicino a mio padre e gli dissi: “aiutami, voglio smettere”.
Me lo ricordo come fosse ieri, ero seduto a sinistra sul divano e mio padre a destra, mia madre era in cucina: “papà aiutami, voglio smettere”. Sentivo che era l’unica via di uscita, non potevo andare avanti così, ero stanco, potevo solo vedere la morte. Non sono mai stato il tipo che si deprime facilmente, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Anche quando correvo a piedi preferivo gareggiare con quelli più forti perché mi stimolava a fare qualcosa di più, se avevi uno davanti dovevi prenderlo e superarlo da solo, a volte riuscivo a superare i più forti. Mi è sempre piaciuto praticare l’atletica perché contava l’individualità non il gruppo, se vinci vinci tu e volevo riemergere e tornare a vincere. Se sbaglio qualcosa lo prendo come insegnamento, imparo ad aggiustare la direzione. La mia richiesta in quel momento in cui non contava più nulla per me era un po’ un riprendere a correre da solo lontano dalla mia fine.
Mi portò al Sert era il giugno 1993. Mi fecero la disintossicazione ambulatoriale con Metadone per poi farmi accogliere nel luglio 1994 da una Comunità.
Questa volta l’ho scelto io, questa volta funzionò.
Non usai più eroina ma mi rimase qualcosa addosso, come poter schiacciare un interruttore, acceso /spento, quando voglio spegnere sapevo che potevo introdurre qualcosa nel mio corpo e nella mia mente, per non sentire, non agitarmi.
Sono entrato in una comunità ergoterapica nel mese di luglio 1994, avevo 30 anni ero anagraficamente tra i più grandi ma il più giovane per il percorso, pochi giorni dopo siamo partiti con tutto il gruppo dei ragazzi per la vacanza estiva a Gabicce Mare. Eravamo ospiti presso una casa di proprietà della curia. Per 10 giorni l’organizzazione prevedeva un giorno di mare alternato ad un giorno di gite a musei e luoghi culturali, ti lascio immaginare il nostro scarso interesse per i musei! Ero appena entrato, ero chiuso nei miei pensieri.
Durante il primo mese di comunità, conosciuto come il “mese delle rinunce”, dovevo stare sempre accompagnato da un compagno più anziano, che condivideva la mia stanza, mi gestiva le 10 sigarette consentite al giorno e mi portava la tisana.
Le regole da rispettare erano chiare: non potevo chiedere sigarette a nessuno, ma potevo accettarle se offerte, e il caffè era sostituito dalla tisana. Per i primi 5 mesi non potevo vedere né sentire i miei genitori al telefono, dovevo rimanere sempre in compagnia del mio “accogliente” e fare tutto insieme a lui. Potevo incontrare lo psicologo una volta alla settimana e se ne avevo bisogno anche due volte alla settimana. In caso di problemi gravi, suonavamo una campana nel cortile interno per una riunione urgente con tutta la Comunità, composta da 14 ragazzi e 7 operatori tra psicologi, ed educatori.
I primi due mesi sono passati velocemente ma io ero ancora distante dalla vita di comunità e la mia mente vagava altrove, ero convinto di dover fare di testa mia, forse avevo poca fiducia negli altri 14 ragazzi e negli operatori che cercavano di conoscermi. Ricordo che mi sentivo ancora debilitato e fisicamente esausto. Durante quel periodo ho preso 16 kg a causa del grave sottopeso, ma poi ho deciso di correre e allenarmi per riprendermi, per recuperare la forma fisica e la forza muscolare.
Poi ci fu un evento, la gita in città per un incontro di psicodramma. Fui scelto come protagonista e altri due ragazzi interpretavano i ruoli di mio padre e mia madre. Mi è stato chiesto di mettere in scena una situazione tipica che accadeva tra me e i miei genitori e ho scelto di rivivere un momento in cui mi sentivo sopraffatto mentre ero seduto sul divano, avvolto dalla frustrazione; tutto sembrava andare storto intorno a me e i miei genitori mi chiedevano di reagire.
Durante lo psicodramma ho vissuto emozioni intense, ho pianto, ho capito ma anche sentito dentro di me quanto avevo fatto soffrire i miei genitori, loro che mi avevano cresciuto come unico figlio, con tutti i loro sforzi. La svolta è stata in quel momento: forse perché ho vissuto quelle sensazioni con i miei compagni che mi ascoltavano, mi provocavano ed entravano in sintonia con me, mi ha permesso di creare uno spiraglio e stabilire un nuovo legame.
Lo psicodramma è una badilata sui denti, ne esci confuso e rimani con uno stato di confusione emotiva che dura alcuni giorni, ma ti apre qualcosa, ti apre agli altri, a quel punto senti che non devi più tenere dentro pensieri ed emozioni ma parli più liberamente, le parole escono come un flusso spontaneo, per me è stato così. Da quel momento mi sono aperto e mi hanno affidato tre ragazzi nella fase di accoglienza, solitamente si aveva il compito di affiancare i nuovi arrivati per due volte, restituendo in parte ciò che avevi ricevuto nel primo periodo, io feci questo servizio per tre volte.
Avevo capito che le mie rinunce facevano crescere, a differenza della vita in strada dove avevi quello che prendevi; con le rinunce ti guadagnavi un po’ di libertà e autonomia dando in cambio un po’ di fatica e posticipando la soddisfazione dei tuoi bisogni. A volte ci penso ancora, le rinunce fanno apprezzare le cose che hai conquistato. Le rinunce servono anche nella quotidianità, servono a decidere le priorità anche nelle piccole cose: negli acquisti, nelle relazioni che scegli di mantenere. Non riuscendo a far smettere di bere o alterarsi con droghe gli altri, che vivono intorno a te, devi ad un certo punto scegliere e rinunciare agli amici cresciuti con te fin da piccoli, se sono motivo di malessere personale. Non ho più rivisto i ragazzi con cui ho trascorso i cinque anni di scuola e di consumi, non so che fine abbiano fatto, non mi sono più preoccupato di rintracciarli, uno era morto già a 19 anni, neopatentato si è schiantato in automobile. Gli altri non so e non voglio sapere, è un periodo della mia vita che ho archiviato.
Anche oggi al lavoro io ho raccontato ai colleghi i miei passati problemi di dipendenza e la mia esperienza di comunità. Io non nascondo il mio passato, una collega ora ha stabilito un rapporto sincero di confidenza e supporto con me.
La comunità per me è stata il tempo dell’apertura e del chiarimento ed è questo che cerco di comunicare a chi mi sta vicino. Prima di scegliere di entrarci non la pensavo così, ero contrario, vedevo altri ragazzi, che erano stati un breve periodo in comunità, poi erano usciti e riprendevano subito ad usare e vivere in strada.
Ho accettato la comunità perché non vedevo un futuro per me, mi vedevo morto, come alcuni amici. Ho avuto bisogno di aiuto da mio padre, dal Sert e dal gruppo della Comunità.
Dopo lo psicodramma ho capito che dovevo lavorare su me stesso, ascoltando i suggerimenti e gli stimoli di riflessione dati dal gruppo dei ragazzi ed operatori insieme.
Ritengo di aver fatto tantissime riflessioni grazie al lavoro con il gruppo che mi hanno permesso di maturare.
Un altro ragazzo entrò nei mesi successivi, aveva un fisico enorme, prestante, era come me, scostante, chiuso, aveva minacciato uno degli altri ragazzi di spaccargli la faccia. Ci fu una riunione di comunità e io mi misi nel centro del gruppo seduto su una sedia davanti a lui. Il suo sguardo diceva che era pronto a reagire e a colpirmi, io l’ho guardato e gli ho detto “abbracciami!”
Ci siamo abbracciati e si è messo a piangere. In quel momento ero io che abbracciavo un ragazzo che mi ricordava me stesso: la stessa sensibilità, la stessa mascolinità.
Anche gli abbracci sono stati importanti. Sembro tutto d’un pezzo, ma in realtà sono molto sensibile.
L’altra consapevolezza che ho maturato con il percorso in comunità è stata che non sarei più tornato a vivere né nella città dell’infanzia e giovinezza, né nel paese dei miei genitori. Volevo ripartire dal territorio nuovo vicino alla Comunità. E’ stato un percorso lungo, durato in totale tre anni e se penso allo psicodramma ricordo perfettamente che ho impiegato due giorni per riprendermi, sono rimasto confuso e scosso.
Poi ho conosciuto una volontaria. Mi sono innamorato.
Nelle fasi più avanzate del percorso comunitario mi hanno fatto scegliere un interesse, che dovevo coltivare anche in prospettiva del futuro reinserimento nella società e nel lavoro; riempire il tempo libero con degli svaghi sani e delle passioni era ritenuto importante per la buona ripresa della vita al di fuori della struttura. Io avevo scelto come hobby il cinema: una volta alla settimana potevo uscire la sera, accompagnato da un volontario di fiducia per andare a vedere un film che avrei poi commentato durante i colloqui con lo psicologo.
In realtà accadeva che il volontario andava al cinema con la sua ragazza e io incontravo la mia ragazza nella macchina del volontario, poi mi riassumeva il film. Una sera nella stessa sala cinematografica c’erano il volontario e lo psicologo. Io non c’ero. Raccontai il riassunto del film e inventai una scusa per giustificare il fatto che non mi avesse visto. Apparentemente andò tutto liscio. E’ così che ci siamo conosciuti, amati e abbiamo progettato la nostra famiglia.
Erano bugie d’amore, era questo che ci dicevamo per sentirci meno in colpa nei confronti della Comunità. Sono passato dall’essere completamente rotondo, senza limiti né regole, all’essere molto quadrato e ligio alle regole, al punto da richiedere la stessa precisione e lo stesso rispetto a me e agli altri intorno a me. Ma le bugie d’amore erano un’eccezione.
Il semplice ritardo negli appuntamenti io lo vedevo, e talvolta lo vedo tuttora, un segnale chiaro di non cura e non rispetto, di me e degli altri. Io mi presento sempre al lavoro mezz’ora prima, in passato anche un’ora prima, per prevenire eventuali imprevisti e avere comunque il tempo per arrivare in orario. La sera lascio il posto di lavoro in ordine e pulito per i miei colleghi che arriveranno nel turno successivo, devo dire che ricevo anche le stesse attenzioni, sono contento di questo.
Ho trascorso 25 mesi in Comunità poi sono andato a vivere con i genitori della mia ragazza e futura moglie. Ci siamo sposati invitando tutto il gruppo dei ragazzi e degli operatori della comunità, e per rispettare le regole e i percorsi di cura della comunità abbiamo fatto una cerimonia analcolica, nonostante le critiche dei familiari che non ne vedevano la necessità. L’unica concessione fu un dito di spumante per il brindisi con la torta nuziale.
Ci siamo sposati che io avevo 32 anni e lei 27, io all’epoca mi sentivo molto quadrato e rigoroso e lei la vedevo molto precisa e particolarmente attenta, oserei dire un pò ossessiva per le pulizie di casa, ricordo che si alzava ogni giorno alle 5 per pulire e riordinare la casa prima di uscire per andare al lavoro. Volevamo entrambi una famiglia e dei figli. Era un bel progetto che ci donava un’immagine finalmente adulta, da persone in parte realizzate, lei era felice e voleva la classica famiglia per bene ed io ero soddisfatto di poterlo fare con lei.
Sono stato sposato 14 anni, il primo figlio era in arrivo prima del matrimonio, era stato concepito durante le uscite per coltivare la passione per il cinema, ma purtroppo non è nato vivo per complicanze durante la gestazione. Il secondo figlio è cresciuto come figlio unico ed è nato due anni dopo il matrimonio, aveva 12 anni quando io e sua madre ci siamo separati. Non ho niente da dire sulla separazione. Non ho più alcun tipo di rapporto con la madre di mio figlio. Mio figlio invece lo sento al telefono frequentemente e a volte lo incontro, mi cerca spesso e ne sono contento, credo di poter dire che abbiamo un buon rapporto.
Nel 2015 è morta mia madre per malattia, era cardiopatica e dializzata. Quando è morta stavo con una compagna con cui non è durata a lungo, inoltre sempre in quel periodo l’azienda per cui lavoravo aveva appena ridotto il personale dipendente del 50%, fui licenziato poiché ero l’ultimo assunto e presi la liquidazione. In quel periodo ho iniziato a bere la sera dopo il lavoro quando le cose cominciavano ad andare male, il bere aumentò sia in quantità che in frequenta dopo il licenziamento.
Alcuni mesi dopo il lutto di mia madre il medico di mio padre mi disse che papà stava andando in depressione quindi decisi che era il momento di provare a tornare a vivere con lui. Ero disoccupato ma avevo i risparmi da parte. Piano piano è ripartita la storia con l’alcol, prima al bar la sera in compagnia, poi nel parcheggio del supermercato da solo … ma questa è un’altra storia e andiamo alle conclusioni. Questa volta non mi sono fatto fregare e non ho sprecato molto tempo per chiedere aiuto.
Ora sto bene. Quest’anno compio sessantanni, vivo con mio padre di 86 anni, entrambi abbiamo delle conviventi da alcuni anni. La mia ragazza (di poco più grande di me) mi ha conosciuto che bevevo e mi è sempre stata vicina, in modo discreto, lei è stata molto male sia fisicamente che emotivamente ma ora le cose vanno meglio. Il prossimo settembre la mia ragazza diventerà la mia convivente ed entrerà a far parte a tutti gli effetti della mia famiglia, inizierà a vivere con me e mio padre e questo mi rende felice.
Sono completamente sobrio dal marzo 2022.
Lavoro da settembre 2022 e posso dire che è il lavoro ideale per me in questo momento della mia vita, mi fa sentire bene, soddisfatto. Questo lavoro e il percorso di supporto che sto ancora frequentando sono la chiusura di un cerchio.
Nel tempo libero canto al karaoke le canzoni di Renato Zero, le sue canzoni per me sono poesie, è un artista che ho sempre sentito come esempio perché racconta un pò quello che ho sentito io. E’ come sentir parlare qualcuno che mi è vicino e parla il mio stesso linguaggio emotivo.
Poi dipingo, pietre e bottiglie che regalo, perché mi rilassa e mi soddisfa, mi appaga vedere il lavoro finito ma anche il tempo dedicato per realizzarlo, quindi ora un sasso tondo e piatto da un lato diventa una coccinella, un piccolo plateau usato per contenere fragole diventa una finestra sul golfo di Napoli.
Ci sono delle sfaccettature che prima non vedevo oppure guardavo in altra maniera, ora le vedo e mi faccio delle domande. Comunque bisogna sempre avere qualche casino in giro, qualche piccolo o grande problema che riguarda te o i tuoi familiari, ma ora sono molto attento e quando qualcosa inizia a non quadrare mi fermo e analizzo bene cosa sta succedendo.
Sono diventato anche molto permissivo, sono meno quadrato e spigoloso e meno critico con gli altri.
La mia conclusione è semplice: chiedi aiuto, senza paura, levati il pensiero che ti dice che tutte le cose le puoi fare da solo. Nessuno ce la fa da solo.
E’ stato un percorso lungo, sento ancora l’influenza del percorso della comunità che ho fatto per l’eroina, sento ancora il ricordo dei sacrifici e delle fatica fatta per uscirne. Quando devo rinunciare a qualcosa oggi ripenso al senso delle rinunce che mi hanno portato ai primi grandi risultati, quindi diventa più facile e sopportabile.
“Questo tempo affamato consuma la mia allegria ….
Canto e piango pensando che un uomo si butta via,
Che un drogato è soltanto un malato di nostalgia,
Che una madre si arrende ed un bambino non nascerà,
Che potremmo restare abbracciati all’eternità….
E poi,
Ti ritrovo qui,
Puntuale al posto tuo,
Tu spettatore, vuoi, davvero,
Ch’io viva il sogno che non osi vivere te?!
Questa vita ti sfugge se tu non la fermerai…
Se qualcuno sorride, tu non tradirlo mai…
La speranza è una musica antica,
Un motivo in più,
Canterai e piangerai insieme a me,
Dimmi lo vuoi tu?” (1)
Con Affetto I.
Scritto da Annalisa Pasinelli e Ivano Marzetti
(1) brani tratti dalla canzone “Più su” testo e musica scritta da Renato Zero, 1990.