Il giro delle osterie
Fino agli anni settanta del secolo scorso, nonostante l’improvviso benessere portato dall’artigianato, il paese di San Giorgio in Bosco era ancora un sonnacchioso, grosso centro agricolo della Bassa.
Gli antichi boschi, che avevano contribuito a dargli il nome, erano scomparsi, sostituiti al più da regolari appezzamenti di pioppeti da taglio; pioppi del Canada, molto meno eleganti dei pioppi italiani, che resistevano solo in qualche viale, ma molto più veloci nella crescita, quindi ben più redditizi dei cugini.
La redditività era diventata il valore principale per la maggior parte dei cittadini di San Giorgio, assecondati in questo dagli amministratori che ben li rappresentavano.
Il benessere, a dire il vero, aveva avuto anche qualche spiacevole effetto indesiderato, il più fastidioso dei quali fu l’arrivo precoce della droga pesante.
Nel giro di pochi anni, l’eroina si portò via alcuni figli delle famiglie più benestanti, come a ricordare che non sempre il denaro rende la vita migliore.
Come sempre, in questi periodi di “sviluppo improvviso” ci fu anche una pesante devastazione del territorio, giustificata dall’evidente benessere economico che aveva coinvolto la stragrande maggioranza della popolazione.
E questo significa che una minoranza, non trascurabile non godette di nessun vantaggio, anzi, ne assorbì tutti gli svantaggi.
Oltre ai giovani finiti nelle spire della droga, ci furono anche quelli che finirono nella malavita e si dedicarono a furti e rapine, propiziate proprio dal vertiginoso aumento del denaro nella zona.
Ma tutto questo non toccò minimamente una categoria di personaggi, che a quei tempi avevano già superato abbondantemente la cinquantina ed erano ormai refrattari alle mode devastanti del momento.
Magari, se solo avessero potuto, avrebbero cercato di provare anche i nuovi modi per cercare di affogare i dispiaceri e i brutti ricordi, ma erano così poveri che potevano permettersi solo il vino, quello delle osterie, beninteso, non certo quello di qualità.
Così passavano il tempo a cercare il modo di bere quanto più potevano e quando le loro magre finanze non erano più sufficienti diventavano mendicanti del “goto” il bicchiere di vino in veronese.
Tre di loro erano, alla fine degli anni sessanta, a modo loro, delle autentiche star del paese, conosciuti da tutti e da tutti coccolati, anche se questo voleva dire, alla fine, incentivare il loro vizio anziché aiutarli a guarire.
A parziale discolpa dei loro concittadini sangiorgini, bisogna pur dire che l’alcolismo a quell’epoca non godeva di così forte disapprovazione sociale come ai nostri giorni, dato che bere un “goto” era il passatempo più comune dei maschi adulti.
È pur vero che il parroco, Monsignor Silvestro, non mancava mai, nelle sue prediche (dopo aver tuonato contro la bestemmia, contro l’immoralità dei costumi femminili e contro il comunismo) di riprovare anche l’ubriachezza, ma tutti sapevano che per ubriachezza si intendeva quella forma estrema di alcolismo che devastava le famiglie. La sbronza domenicale era più che tollerata e la cultura del vino, abbinata alla coltura della vite, era talmente insita nelle comunità rurali da non poter essere messa facilmente in discussione.
Ubriacarsi e diventare molesti era una brutta cosa, ma bere qualche bicchiere di vino portava allegria, favoriva la socialità e lo spirito di corpo e senza dubbio faceva bene alla salute.
Lo asseriva anche la maggioranza dei medici e, soprattutto, ne erano convinte le famiglie, tanto che ai bambini, già dai cinque o sei anni di età veniva fatto bere, di tanto in tanto, un mezzo bicchiere di vino con acqua e zucchero, perché il vino fungeva da ricostituente e i piccoli dovevano abituarsi al suo gusto.
Gli abitanti della zona collinare erano più fortunati, perché avevano l’abitudine di autoprodursi del vino bianco dolce ottenuto da uve appassite. Un vino di quattordici o più gradi alcolici che bastava allungare con l’acqua. Una fortuna, rispetto a quelli della Bassa, pagata con un numero ben superiore di alcolisti cronici.
Non sappiamo se i nostri tre personaggi sangiorgini fossero stati iniziati al bere dalle loro famiglie, ma sappiamo che arrivarono lo stesso a bere talmente tanto da arrivare al punto di non ritorno.
Il più misterioso dei tre era un uomo di mezza età, qualunque cosa voglia dire, conosciuto solo col suo soprannome Tazzetta. Un soprannome che alludeva alla sua passione per le “tazze”, altro nome popolare per definire il bicchiere di vino.
Tazzetta appariva regolarmente nel primo pomeriggio della domenica, proveniente da un paese vicino, ma nessuno sapeva esattamente quale.
Il fatto che arrivasse in bicicletta non destava stupore, dal momento che la bicicletta era ancora il mezzo di trasporto più comune di quegli anni. Lo stupore prendeva tutti quelli che lo vedevano, invece, ripartire in sella e mantenersi saldamente in carreggiata nonostante le tante “tazze bevute”, la maggioranza delle quali a scrocco.
Sull’ampio portapacchi posteriore aveva fissato una cassetta di legno di quelle che si usavano per la frutta, ma nessuno sapeva che cosa contenesse. Era coperta ben bene da un telo di stoffa e nessuno si era mai azzardato a fargli domande indiscrete.
Tazzetta, infatti, era il tipo di alcolista cui l’alcool faceva l’effetto incattivente, anziché quello depressivo. Per fortuna lo sguardo truce, che manteneva costantemente, e il mutismo non sfociarono mai in scene violente. Forse lo sguardo era quello normale, che si portava dietro dalla nascita.
E così tutti i sangiorgini che lo frequentarono non seppero mai il motivo scatenante di questo suo vizio.
Al contrario, tutti conoscevano benissimo i motivi che avevano spinto a bere il buon Telesio, un uomo che un tempo era stato abile artigiano.
Classe 1920, Eugenio era nato in una famiglia normalissima e aveva, di conseguenza, condotto una vita altrettanto normale fino ai diciannove anni.
Chiamato a fare il militare si trovò catapultato nel turbine della seconda guerra mondiale. Dopo pochi mesi di addestramento fu mandato ad aggredire la Francia, da lì passò in Grecia e, infine, partì con la tradotta per la Russia.
Tornò a San Giorgio alla fine della guerra, dopo aver trascorso anche quasi due anni di prigionia in un campo di lavoro presso un contadino tedesco in Pomerania.
Lì aveva conosciuto una bella ragazza polacca, rastrellata dai tedeschi nelle zone occupate. Si erano innamorati e lei, la bella Danuta, aveva deciso di seguirlo in Italia.
I parenti erano molto combattuti tra la gioia di rivedere il figlio e la diffidenza verso la straniera che si era portato dietro.
Alla fine l’amore aveva prevalso e i due innamorati si erano sposati.
I primi anni furono felici e allietati anche dalla nascita di due figlie. Poi qualcosa si era rotto.
Forse la differenza culturale, prima coperta dalla reciproca attrazione, era esplosa e rendeva ogni scelta di vita un dramma, forse la gelosia di lui non era del tutto infondata o forse, forse, forse…
Sta di fatto che i due si separarono e Danuta, con le figlie, si trasferì a Bologna.
Eugenio si era incupito e reagì malamente, cominciando a bere pesantemente.
I primi tempi riusciva ancora a lavorare, nonostante le frequenti sbronze, ma alla fine il vino ebbe la meglio e lui cominciò a vivere pensando solo al bere.
La domenica pomeriggio arrivava anche lui in bicicletta dal sobborgo di San Giorgio in cui abitava e cominciava il suo giro delle osterie.
Bastava offrigli un bicchiere di vino e lui cominciava a raccontare tutta la storia dall’inizio, poi si interrompeva, saliva sulla bicicletta al salto e andava in un’altra osteria, dove qualcun altro gli offriva alcuni bicchieri di vino e lui riproponeva la sua storia, che nel corso degli anni si era anche arricchita di particolari. La figlia maggiore, infatti, era entrata in convento per farsi suora. Era una bella ragazza; ogni anno la mamma portava lei e la sorella a San Giorgio dai parenti e, anche se di malavoglia, a trovare il papà. Era anche simpatica e quanti ebbero occasione di frequentarla ne apprezzarono le tante qualità. Alla fine anche un ragazzo bolognese la prese in simpatia. Non si fece più suora e non si vide più a San Giorgio.
Questo acuì la disperazione di Eugenio e accentuò l’ossessione per il vino.
A fine giornata era ridotto ad uno straccio. Ma insisteva a chiedere ancora un bicchiere di vino e, nel vano tentativo di dimostrare la sua sobrietà, cercava di mantenersi in equilibrio su una sola gamba, finendo regolarmente a terra.
Per fortuna gli altri avventori non ne approfittavano molto per prenderlo in giro e, tra il pagamento di un bicchiere e l’altro, cercavano di convincerlo ad andare a casa.
Ne nascevano vivaci discussioni, con Eugenio che girava la lingua, ormai impastata, a vuoto nel tentativo disperato di convincere i suoi compagni di bevute che non aveva ancora raggiunto il livello del troppo pieno.
In conclusione, vista la resistenza dell’oste e degli altri avventori a concedergli l’ultima bevuta, Eugenio recuperava la bicicletta e cercava di salirci sopra alla sua maniera, cioè al salto.
I risultati erano penosi. A stento riusciva ad alzare la gamba destra per saltare in sella e quando vi riusciva finiva per ricadere a terra, da una parte o dall’altra, non riuscendo più a capire che avrebbe dovuto cominciare a pedalare.
Solo quando qualche avventore impietosito lo aiutava a salire in sella, tenendo la bicicletta in equilibrio, e poi gli dava l’abbrivio spingendolo per qualche metro, Eugenio cominciava il viaggio verso casa. Non prima di aver effettuato qualche giro in tondo per salutare tutti gli amici e i passanti.
Morì di cirrosi epatica, a meno di sessant’anni, che erano pochi anche allora. Della bella Danuta e delle sue figlie a San Giorgio si persero le tracce per sempre.
Il terzo soggetto era senz’altro il più pittoresco.
Era un tipo non molto alto e con un’intelligenza non proprio brillante, ma possedeva indubbiamente alcune furbizie che gli permettevano di sbarcare il lunario.
Abitava in località Fossagranda, in piena campagna, a un paio di chilometri dal centro di San Giorgio, in una vecchia casa colonica fatiscente e priva di servizi.
La sua presenza in paese era diventata come l’ufficio delle tasse: fastidiosa ma inevitabile.
Perlasco, di cui nessuno, a parte gli impiegati dell’anagrafe conosceva il nome, arrivava arrancando sulla sua bicicletta da uomo, di una taglia sproporzionata alla sua statura, e passava la giornata in una continua questua.
In Comune era diventato un frequentatore assiduo dell’ufficio ECA (Ente Comunale Assistenza), struttura deputata ad assistere i cittadini bisognosi. E lui e la sua famiglia erano indubbiamente dei bisognosi.
A casa, infatti, c’era sua moglie (che nessuno aveva mai visto) e un figlio ormai in età da lavoro ma perennemente disoccupato perché, a detta dello stesso Perlasco era “in deficit”. Lui, veramente, diceva “in defici”, perché non aveva studiato il latino. Insomma il figlio, probabilmente anche a causa del degrado umano dei suoi genitori, si portava dietro una condizione di grave handicap intellettivo, tanto che, una volta morti i suoi genitori, finì al Ricovero, a spese del Comune.
Gli impiegati dell’ECA si prodigavano al meglio, ma ovviamente non potevano fare se non quello che prevedeva la legge e che veniva loro ordinato.
E quello che prevedeva la legge, nonostante le esigenze dell’epoca fossero molto minori rispetto alle attuali e non ci fossero bollette da pagare, non poteva bastare per coprire le continue uscite per l’acquisto di vino.
Così il nostro passava anche dalla Parrocchia e impegnava lunghe trattative con il Parroco per avere l’assistenza della locale confraternita di San Vincenzo.
A conti fatti, il nostro portava a casa ben più di un assegno di disoccupazione.
Un altro, magari, si sarebbe accontentato, ma Perlasco no. Ormai per lui fare il questuante era diventata una droga, di quelle pesanti.
Così, spostandosi sempre più con difficoltà da un bar all’altro, attaccava discorso con i malcapitati presenti nel locale. Cominciava parlando, in maniera confusa, di fatti del paese o di personaggi, per poi passare alla richiesta fatidica e sconcertante: “Posso offrirle un bicchiere di vino?”
Conoscendo bene l’interlocutore, tutti si affrettavano a rispondere: “No, grazie, Perlasco, non ho sete.” Al che il furbone ribatteva: “Allora me lo può offrire lei?”
Era un copione ripetitivo ma di successo, come certe commedie di Brodway, e quasi nessuno si rifiutava di pagare un bicchiere di vino al poveraccio.
I discorsi di Perlasco erano poco coerenti e chiari già al mattino, ma alla sera diventavano enigmatici peggio di quelli della Sfinge.
Un pomeriggio, al bar della parrocchia di San Giorgio, lo si sentì affermare: “Monsignore (il parroco) è un bravo prete, predica bene e fa del bene ai poveri, ed è anche una gran brava persona. Però non posso dirne nulla…”
E non si capì se intendesse fare una critica al prete o se, obnubilato dall’alcool, avesse dimenticato la conclusione del discorso.
La frase, peraltro,divenne popolare in tutto il paese e veniva usata, con malizia, verso altri personaggi locali discutibili.
Perlasco, dopo aver fatto il pieno e aver svolto la sua attività di pubbliche relazioni, riprendeva la sua bicicletta per imboccare la via di casa.
L’operazione non era delle più semplici, ma egli non si perdeva d’animo. Una delle sue astuzie era quella di portare la bicicletta a mano sotto la scalinata della chiesa madre, salire in piedi sul primo gradino e, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, montare in sella. A quel punto gli bastava una piccola spinta con il piede sul gradino e poteva iniziare a pedalare verso casa.
Contrariamente al suo collega di sventure, Eugenio, egli non aveva bisogno della pietà di nessuno per salire in bicicletta.
Più di un compaesano sangiorgino avrebbe voluto sapere da Perlasco il vero significato della frase relativa al parroco, alcuni per pura curiosità, altri, più maliziosamente, sperando di venire a conoscenza di qualche debolezza del prelato, per poi approfittarne nel dibattito politico locale, particolarmente acceso. Il parroco, infatti, era notoriamente schierato con la DC e questo, all’epoca, era decisivo per far vincere le elezioni sempre a quel partito.
Ma la curiosità rimase tale per sempre, Perlasco si portò il segreto nella tomba.
Una sera d’estate, di quelle estati calde e appiccicose della Bassa, stava rientrando a casa dopo la sua consueta attività. Era stata una giornata particolarmente prodiga di bicchieri offerti e il nostro stentava visibilmente a mantenere l’equilibrio.
Nel primo pomeriggio c’era stato un forte temporale, uno di quelli che riempivano i fossi di acqua in poche decine di minuti. E non solo i fossi.
La stradina per Fossagrande si staccava dalla via principale che andava a Est, pavimentata in macadam, e si inoltrava per qualche centinaio di metri verso Nord. Il fondo della stradina era in terra battuta, praticamente una capezzagna piena di avvallamenti e solchi.
L’acquazzone del pomeriggio aveva creato alcune pozzanghere e aveva reso il fondo molto scivoloso.
Il buon Perlasco, a poche decine di metri da casa, era malamente scivolato ed era caduto bocconi proprio in una pozzanghera.
In realtà, come appurò poi il medico, non si era fatto quasi nulla. Semplicemente non aveva avuto la forza di rialzarsi né di girare la testa ed era morto annegato, in cinque centimetri di acqua sporca.
Scritto da Giuseppe Merlin








