Il vero volto delle carte
in terza elementare mamma doveva aiutare Luca coi compiti. Mi ripeteva che da solo non riusciva a farli, mentre io che ero già grande potevo arrangiarmi. Nonostante mi ferisse che lei dedicasse più cure a mio fratello piuttosto che a me, dall’altra parte mi faceva sentire indipendente e più maturo dell’età che avevo. Così quando ad esempio chiedevo di poter tornare più tardi alla sera per stare ancora in giro con gli amici, i miei non avevano problemi a lasciarmi maggiori libertà. Per questo non ho mai chiesto aiuto prima: ero convinto di potercela fare anche questa volta, ma non è stato così. Ad oggi sono solo, non mangio da dieci giorni e non ho nemmeno la corrente per alimentare il forno, infilarci la testa e levarmi di torno. Ho bisogno di aiuto!” dissi all’operatore singhiozzando tra una parola e l’altra. Nella mia testa ero convinto che dall’altra parte avrei una voce femminile, calda e amorevole come quelle che si vedono nei film. In realtà invece ad ascoltare la mia richiesta di aiuto c’era Paolo, volontario quarantasettenne che probabilmente aveva più bisogno lui di aiuto rispetto a me. Purtroppo se vivi in un paesino nella periferia a metà tra Milano e Monza non ti puoi permettere nemmeno di farti aiutare dai Gamblers anonimi, perchè solo quelli di città hanno diritto a gruppi di auto-aiuto. Se ti va bene che hai una famiglia agiata alle spalle, ti viene offerto l’aiuto privato di un professionista; quando invece si finisce in storie come la mia difficilmente se ne esce. O meglio, ne si esce più velocemente con una lametta sui polsi se non si vuole ricorrere ai classici metodi come il buttarsi dal tetto o sotto un treno. Ci avevo provato, ma sembrava che l’universo volesse ostacolare ogni mio tentativo. Forse potrei essere il Cristo moderno: non mi viene data la possibilità di morire come ogni uomo sulla Terra perché sono destinato all’umiliazione ed al martirio. Così, in una sera di inverno del duemilaschifo e qualcosa, mi ritrovo attaccato alla cornetta di un telefono pubblico al quale ho speso gli ultimi spiccioli che mi rimanevano in tasca per chiedere aiuto. La mia mente vaga, immaginando a come sarebbe potuta essere diversa la mia vita, ma puntualmente ritorna a quando tutto è iniziato.
Avevo vent’anni quando le ho incontrate per la prima volta. Dalla provincia mi ero appena trasferito in città per studiare all’università e lì avevo conosciuto Edo, Tia e Gio. Edo era il mio coinquilino ed entrambi andavamo al Politecnico, Tia era un mio compagno di facoltà e Gio era suo cugino più grande di noi di un anno. Con loro passavo intere giornate: dalle lezione in aula B56, alle panchine sulle quali pranzavamo coi panini dell’ambulante fuori dal campus, fino al nostro appartamento adibito ad aula studio di giorno e a casa di giochi la sera. Non avevo mai giocato a carte prima: gli unici giochi ammessi a casa mia erano i quiz televisivi prima del telegiornale serale e la tombola coi parenti a Natale. Non capivo cosa c’era di tanto speciale in quei 52 rettangoli di carta plastificata, però le risate fragorose degli altri quando non riuscivo a tenere in mano più di due carte mi ci avevano fatto affezionare. Mi affascinava la maestria con cui Edo si esibiva nei suoi trick ed ero incaponito a imparare tutti i trucchi che Gio faceva a Tia per vincere sempre. Probabilmente il vero motivo per il quale mi ero appassionato era l’essere finalmente parte integrante di un club segreto solo nostro, uno di quelli dai quali quando ero bambino venivo sempre escluso. E così ogni volta che qualcuno di noi tirava fuori il mazzo tra una pausa e l’altra dallo studio non mi tiravo mai indietro per paura che, la volta in cui avrei declinato il loro invito, sarei stato definitivamente depennato dall’unico gruppo che mi aveva accolto, ritornando ad essere l’emarginato di turno. Quelle partite però non rappresentavano solo il mio biglietto d’oro per integrarmi, ma erano una vera e propria valvola di sfogo quando sotto sessione l’ansia ci divorava. Avevo finalmente trovato il modo per staccare la spina senza instupidirmi di fronte alla televisione, accendendo un sentimento di competitività che mai avevo provato prima di allora. Nessuno sport mi aveva mai conquistato: tutto si riduceva a pochi gesti meccanici che, una volta imparati, venivano ripetuti all’infinito in quantità limitate di combinazioni. Il poker invece era più complesso: non si trattava solo di bluff o abbinamenti di numeri e figure; era strategia, fortuna e pathos. Avevo un talento naturale nel vincere torri di fiches imponenti quanto quelle che progettavo, somministrando a Gio la stessa punizione che riservava a Tia da anni, con la differenza che a vincere non era più lui.
Conclusa la triennale continuavamo a frequentarci, nonostante fosse difficile conciliare gli impegni di ciascuno. Edo era stato assunto come ingegnere presso lo studio del padre, Tia era diventato professore di architettura e Gio continuava a lavorare nel bar all’angolo. Così avevamo sancito che il giovedì fosse il giorno a tutti più congeniale. Non era cambiato molto da quando non studiavamo più, se non che la posta in gioco era più alta rispetto ai venti euro con cui avevamo iniziato. Tuttavia avevamo concordato che se uno di noi rimaneva in mutande, gli venivano restituiti i soldi ed ognuno tornava a casa con la stessa cifra con cui si era seduto al tavolo.
Un giorno poi in ufficio ho conosciuto Francy, una barbie di Pagano alta un metro e sessantotto. Non era cattiva, ma le risultavo più piacevole quando andavo a trovarla con qualche pensierino griffato tanto costoso da aver chiesto alcune volte a Gio di prestarmi qualche mancia per potermeli permettere. Gio, nonostante il suo lavoro modesto, non era mai stato attaccato ai soldi. Anzi, se per caso aveva guadagnato degli extra, gli spendeva per dei sigari cubani con cui animavamo le nostre serate, atteggiandoci a gangster. Per lui non era un problema allungarmi cinquanta o cento euro ogni tanto, fino a quando questo meccanismo iniziò a farsi più frequente.
Un giorno dopo il lavoro lo trovai appostato sotto al mio palazzo, luogo consueto per adempiere al favore. “Ciao Gio, grazie ancora del prestito. Sei davvero un amico e giuro che te li ridarò presto, appena mi sale lo stipendio sul conto!” dissi e aprì la mano per farmi dare la solita busta, ma stavolta non uscì alcun astuccio color senape dalla sua tasca. “Mi dispiace Simo, ma sto ancora aspettando i soldi che ti ho prestato due settimane fa e devi ancora finire di restituirmi quelli del mese scorso che mi hai promesso. Non prenderla male, ma finché non vedrò quei soldi, non intendo prestartene altri col rischio di non averne più per pagarmi le bollette e la spesa. Non vederla come una cattiveria nei tuoi confronti: ti voglio aiutare, ma capisci che i soldi servono anche a me.” mi rispose guardandomi fisso con quei suoi piccoli occhi color nocciola. “Lo capisco e ti ringrazio per la sincerità. Provvederò al più presto a saldare il mio debito con te!” promisi a testa china per l’imbarazzo che la mia pessima gestione delle finanze aveva generato. Mi salutò con una pacca sulla spalla ed entrambi rincasammo ai nostri alloggi. Mi vergognavo talmente tanto del mio comportamento che passai tutta la sera a rimuginare su quella scena penosa che si era consumata un paio di ore prima, ripromettendomi che mai mi sarei approfittato di nuovo della generosità e pazienza di Gio. Fu allora che decisi di saltare l’appuntamento settimanale per poter fare degli straordinari cosicché a fine mese avrei potuto chiudere ogni conto aperto.
L’indomani a lavoro decisi di recarmi nell’ufficio del capo per poter chiedere di lavorare più ore, ma lo trovai occupato. Feci per andarmene alla mia postazione quando dalla porta origliai la conversazione che si stava svolgendo tra lui ed altri suoi superiori. Carpì che l’azienda stava avendo dei problemi; la soluzione che avevano trovato era di far slittare il pagamento degli stipendi ai dipendenti e negare momentaneamente qualsiasi bonus o aiuto finanziario. Ebbi un tuffo al cuore: Come avrei potuto sistemare le cose con Gio? Cosa avrebbe pensato Francy? L’avrei sicuramente persa. Decisi allora di mentire a tutti e due. Avevo già avuto un confronto umiliante con Gio e non mi andava di ripetere tale esperienza, così chiamai Francy. “Ciao amore, purtroppo stasera non posso passare a trovarti. Lo so che questa doveva essere la nostra serata, ma qui in ufficio c’è bisogno di me. Ti prometto che mi farò perdonare: ho in serbo per te con un pensierino così esclusivo che l’ho dovuto far importare dagli Stati Uniti. Non fare i capricci: per avere qualcosa di unico, devi essere paziente, ma ti assicuro che ne varrà la pena!” dissi e chiusi la chiamata. Inutile dire che credette alla mia storia senza porre grosse obiezioni e così tirai un sospiro di sollievo. Ero invece andato a trovare Gio durante la pausa pranzo. Il bar si trovava a qualche minuto a piedi da dove lavoravo e spesso ci andavo a bere il caffè coi miei colleghi. Lo trovai indaffarato come al solito a pulire la macchinetta del caffè. Sebbene fosse un lavoro ingrato, era l’unico momento di tranquillità che aveva nella sua giornata e così ne approfittai. Gli assicurai che gli avrei portato tutto al prossimo incontro, ma senza bisogno che lo vedessi in faccia, capì non era molto convinto: mi poneva domande e strizzava gli occhi per capirci meglio; fiutava la bugia. Eppure non disse nulla dopo essersi sorbito venti minuti di me che mi arrampicavo sugli specchi e ci salutammo come di consueto, dandoci appuntamento al giovedì.
Venne il fine settimana e, sebbene l’idea di svagarmi per qualche ora coi miei amici era allettante, mi pervadeva un senso di ansia ed angoscia al pensiero di che cosa avrei potuto raccontare a Gio per giustificare la mancanza dei soldi. Non riuscivo a tranquillizzarmi e quindi andai in bagno, aprì l’armadietto sopra il lavello, presi una vecchia scatola di Prozac che tenevo in caso di bisogno ed ingurgitai una pillola. Aspettai che mi desse qualche beneficio, dopodiché misi scarpe e cappotto ed uscì. La serata si sarebbe dovuta svolgere da Edo, ma cinque minuti dopo aver imboccato la via dove si trovava la fermata dell’autobus per raggiungere gli altri, mi arrivò un messaggio da parte sua dicendo che i piani erano saltati. Tirato un sospiro di sollievo, mi cullai all’idea di aver scampato la resa dei conti, ma così non fu. Tia mi chiamò per avvisarmi di trovarci da lui e che già mi stava aspettando con Gio, rendendo quindi impossibile declinare l’invito. Mi sentivo come Giulio Cesare quel quindici marzo quando, recandosi in Senato, aveva avvertito uno strano presagio: questa sarebbe stata la prima volta che si svolgeva una serata sebbene uno di noi mancasse. Scacciai questa nuvola nera che mi offuscava i pensieri e presi il tram nella direzione opposta.
Giunto a destinazione Tia e Gio mi accolsero come di consueto con una birra in mano. Quel banale gesto di benvenuto mi fece sentire uno stupido per aver pensato male dei miei amici e così mi sedetti subito al tavolo. La serata era cominciata: Tia era andato a prendere le fiches, Gio mischiava le carte ed io stavo sistemando il giaccone sulla sedia. Vennero distribuiti i dischetti colorati ed io avevo già preso a creare colonne altissime che avrebbero edificato la mia vittoria. Vennero distribuite le carte, le guardai e pensai “Che sfortuna… Nemmeno una coppia! Ma posso sempre bluffare!”. Puntammo i nostri soldi e giocammo la prima mano. Dopo svariati rilanci, calammo le mani: persi a mani basse. Ritentai allora con una seconda ed una terza manche, entrambe col medesimo esito. Iniziai a dubitare che il gioco fosse truccato ed ebbi una mezza conferma quando Tia iniziò a lanciarmi frecciatine “Animo Simo, che tanto quando si parla dei soldi degli altri, si dice che non danno la felicità. Insomma, il denaro non fa ricco se non si sa spenderlo…”, lasciandomi intendere che Gio si fosse confidato con lui. “Ho già capito che aria tira e sinceramente non mi piace per niente. Me ne torno a casa!” risposi ormai scocciato. “Mamma mia come sei irascibile stasera! È successo qualcosa con Francy? Ora non ci pensare: concentrati che sul piatto che c’è un bel bottino da vincere.” mi incitò Gio. Ci riflettei qualche minuto ed effettivamente quella vincita mi avrebbe fatto comodo visto la situazione al lavoro. Mi risiedetti e dissi “Dammi le carte che è meglio se non ci penso!”, non capendo in che trappola mi fossi cacciato. Passarono così le ore tra una manche e l’altra e, mentre la mia sete di riscatto cresceva, aumentava il gruzzolo di Gio. Verso le tre di mattina Tia annunciò sbadigliando la fine della serata. Ero rimasto a secco mentre Gio si stava intascando il malloppo “Grazie della serata ragazzi, ora è meglio rincasare. Gio puoi darmi la mia parte così posso tornare?” chiesi. Gio si fermò per un attimo e, guardandomi dritto in viso, mi rispose con aria furibonda “La tua parte? Questi sono parte dei soldi che mi dovevi e che ancora hai da restituirmi. Ho avuto fin troppa pazienza con te, ma adesso basta prese in giro: terrò questi come anticipo e mi aspetto di ricevere il resto entro lunedì. Tu da me non avrai più alcun aiuto, sia chiaro!”. “Aspetta un attimo, questi non sono i patti: noi non abbiamo mai fatto così. Ti ho detto che ti avrei ripagato al più presto e tu prima mi inganni e poi mi derubi? Che razza di comportamento è questo!” controbattei indispettito. “Le cose sono cambiate: hai quattro giorni per rimediare al casino che hai combinato o per me sei morto!” concluse Gio ormai fuori di sé. “Simo, meglio finirla qua. Non è necessario rovinare un’amicizia per degli spiccioli. Onora il tuo pegno e tutto tornerà come prima. Abbiamo cercato di avvisarti, ma non ci hai voluto ascoltare. La situazione ti è sfuggita di mano ed abbiamo dovuto prendere noi le redini. Mi dispiace, ma non ci hai lasciato altra scelta.” cercò di mitigare Tia. “E l’unico modo che avevate per risolvere la situazione è stato raggirarmi biecamente? Tienili pure, ma state pur certi che non mi vedrete più!” dichiarai furioso ed imboccai l’uscio, sbattendo la porta.
Camminavo velocemente, offeso e sbalordito da quanto era appena successo: come avevano potuto tradirmi in quel modo? Non mi ero mai comportato male nei loro confronti, non avevo posto alcuna obiezione a tutte le loro proposte e nemmeno avrei anche solo pensato di tramare alle loro spalle. Ero così arrabbiato che non mi accorsi di aver girato nella via successiva alla mia, ritrovandomi davanti ad una sala di gioco. Fuori si gelava, mentre dentro l’atmosfera sembrava così calda e rassicurante. Quegli uomini ai tavoli che sorridevano e le luci violette mi avevano distolto da quel groviglio rabbioso che mi si era creato sullo stomaco. Sapevo che era meglio tornare a casa: avevo già perso fin troppi soldi che non avevo, ma il mio corpo agì senza che io coscientemente realizzi cosa volessi. Erano stati giorni orribili e in fin dei conti mi meritavo anche io una rivincita. Ogni mio singolo muscolo era attratto come un magnete da quei tavoli come se inconsciamente sapessi che il gioco era l’unica cosa che davvero poteva lenire ogni mio dolore. In men che non si dica mi ritrovai seduto con già sette carte in mano. Sul piatto non c’erano i soliti cento euro, ma puntate più sostanziose tanto che le fiches avrebbero potuto sostituire i mattoni che compongono l’Empire State Building. Quelle cifre da capogiro avrebbero potuto sistemare ogni mio guai: la soluzione ad ogni mio problema era a qualche manche da me. Un uomo brizzolato sulla cinquantina era il mazziere e si rivolse a me domandando “Prima volta qui?” ed io annuì. “Beh, sarà il caso di darti il benvenuto!” e detto queste parole scoppiò in una fragorosa risata che venne accompagnata da tutti gli altri seduti con noi. Non capì cosa ci fosse di così divertente e così risposi con un mezzo sorriso: la mia mente era già sulle carte e non avevo tempo da perdere coi convenevoli. Vennero distribuite le carte ed iniziammo a giocare: persi subito alla prima partita, ma non mi scoraggiai; pensai che ciò fosse dovuto al fatto che ancora non conoscevo le loro tattiche. Ritentai con cifre man mano sempre più alte; non mi resi conto che il vero gioco era ripulirmi finché le prime luci del giorno mi destarono da quella specie tranche. Ero stato così accecato dall’idea di quei soldi facili in tasca da non accorgermi di aver perso tutto. Venni scosso dalla sveglia del mio telefono che mi ricordava che una quarantina di minuti più tardi mi sarei dovuto presentare in ufficio. Con la coda tra le gambe e senza neanche una moneta in tasca per il caffè mi rivestì ed uscì per dirigermi come di consueto a lavoro. Avevo la nausea e le mani mi tremavano, ero spaventato da quanto era successo quella notte e dagli sviluppi a cui le mie azioni mi avrebbero portato. Giurai che da quella sera sciagurata avrei smesso con le carte, un po’ come Zeno si prometteva che quella sarebbe stata l’ultima sigaretta.
Raggiunsi a malapena l’ascensore dell’edificio prima di avere un cedimento. Pronto a soccorrermi c’era Massimo, il collega dell’ufficio accanto soprannominato “Mr. Fantastic” per via della sua vita fenomenale: talento eccezionale nel proprio lavoro, fisico scultoreo, famiglia da spot pubblicitario, macchina da sogno e casa mozzafiato. “Ti senti bene? Sei bianco come un lenzuolo…Aspetta che ti aiuto” e mi sollevò con un gesto atletico degno di superman. “Tutto bene, è stato solo un leggero mancamento. Grazie ancora.” balbettai umiliato mentre mi avviavo alla mia scrivania. Il corridoio per raggiungerla sembrava infinito ed io non vedevo l’ora di sedermi e riordinare le idee. Sfortunatamente però, dovendo necessariamente passare davanti all’ufficio del mio capo, trovai la porta perennemente socchiusa e lo sentì parlare al telefono. Parlava a bassa voce con una mano sopra il microfono, chiedendo con una certa apprensione di portare al sicuro il prima possibile una valigetta in pelle nera posta sulla sua scrivania. Non so chi ci fosse dall’altro lato della cornetta, ma capì immediatamente cosa vi fosse contenuto all’interno. Il capo era un uomo rispettabile, se non per un piccolo difetto: sovrastimava il suo impatto sull’azienda. Il prezioso tesoro non era altro che la percentuale che negli anni si era autonomamente attribuito come premio per il buon lavoro svolto e che ora avrebbe voluto rubare alla compagnia. Era ingiusto che uno dei responsabili di quella situazione difficile si salvasse alle spalle di chi il misfatto se lo sarebbe dovuto subire in silenzio. Mi venne in mente la storia di Robin Hood: quanto avrei voluto che un uomo così retto fosse intervenuto. Fu allora che ebbi quello che solo un pazzo definirebbe “Un lampo di genio”: Robin Hood era un uomo comune che compiva gesta eroiche, quindi anche io avrei potuto esserlo! Alla sola idea il battito aveva iniziato ad accelerare. Architettai tutto nei minimi dettagli (o per lo meno quello che si può progettare in una manciata di minuti): avrei atteso la pausa caffè del capo, mi sarei introdotto nel suo ufficio e mi sarei appropriato della valigetta. Non avevo molto tempo, così attuai il piano: mi allontanai dalla mia postazione, raggiunsi a passi felpati il suo ufficio, continuando a guardarmi intorno come fanno nei film e raggiunsi la valigetta di fronte a me, chiusa alla bell’e meglio per quante banconote conteneva. Non era necessario fare piazza pulita; due o tre mazzetti rosa erano più che sufficienti per me e così me le infilai in tasca. Tutto era stato pianificato tranne l’incombente pericolo che rappresentava Betta, la sciatta e servizievole segretaria personale del capo. Aveva visto che mi ero intrufolato nel suo ufficio e, come un bravo cane da guardia, si era precipitata ad avvisarlo. Non ebbi il tempo di abbandonare il luogo del delitto che venni colto sul fatto. Quell’idea così apparentemente geniale aveva firmato la mia condanna definitiva. Il capo paonazzo braccò l’uscio, gonfiò i polmoni ed urlò fino a farsi esplodere la vena sul collo. A ripensarci ora la scena ricordava parecchio la cacciata di Adamo dall’Eden. Eppure non mi sentivo disperato o ero risentito dell’accaduto: l’imbarazzo per la figuraccia si era trasformato in adrenalina per aver compiuto il gesto più estremo a cui tutto il piano avesse mai assistito. Erano mesi, anni che non mi sentivo più così: né i giovedì sera con i miei amici e nemmeno Francy riuscivano a suscitarmi quelle sensazioni. Mentre venivo scortato fuori dall’edificio a suon di urla, il mio unico pensiero era che avrei avuto tutto il tempo che volevo a mia disposizione per giocare. Ero finalmente libero e sapevo già cosa avrei dovuto fare: non ci pensai due volte e corsi in banca, luogo che nella mia testa era diventato ormai quanto più simile ad una fabbrica dei soldi, prelevai ciò che mi era rimasto e mi diressi al locale della sera precedente, sicuro che sarebbe stata la mia giornata fortunata.
Entrai quasi di corsa in direzione del tavolo da poker. Non mi ero ancora seduto che già avevo puntato i primi cinquanta euro. “È arrivato zio Paperone!” mi imbeccò spudoratamente il mazziere dai folti ricci grigi. Irritato dalla steccata che mi aveva appena lanciato, lo zittì con una banconota da duecento euro. “Ora iniziamo a ragionare!” mi disse ed io sentì di essermi guadagnato il suo rispetto. Quelle parole sancirono l’inizio della mia fine: più partite perdevo, maggiore era la mia voglia di riscatto, così aumentavo sempre di più le cifre delle puntate nella speranza di vincere quanto avevo perso. Non avevo idea di quante manche avevo giocato, finché con voce ferma il mazziere disse rivolgendosi a me “Per oggi basta, capo!”. Con uno schiocco di dita due buttafuori mi sollevarono e scortarono di peso fuori dal locale. I gradini freddi sui quali caddi mi fecero realizzare che non mi era rimasto più nulla oltre agli abiti che avevo addosso e ad un insaziabile desiderio di rivalsa. Provai allora a chiamare Edo nella speranza che acconsentisse a prestarmi dei soldi. Ero determinato a ritentare l’indomani: l’unico ostacolo che si frapponeva tra me ed il mio obiettivo era che lui rispondesse alla mia chiamata. Il suo telefono squillò un paio di volte finché non partì la segreteria. Anche Edo mi aveva abbandonato e così pensai digrignando i denti “Quei bastardi di Gio e Tia avranno già provveduto a fargli il lavaggio del cervello, facendomi passare per il peggiore dei disgraziati”. Girai i tacchi e mi diressi a casa, riflettendo su come avrei potuto trovare il denaro necessario a ritentare la sorte.
Sul cancello di casa intravidi una figura minuta che sbuffava fumo da una minuscola sigaretta stretta tra le labbra rosse. “Si può sapere che fine hai fatto? Sono giorni che non ho tue notizie. Ho chiamato persino quei tuoi amici e mi sono sentita dire che una come me merita solo un buono a nulla come te. Che cosa vorrebbe dire?” disse Francy. Sebbene la scansai, non degnandola nemmeno di uno sguardo, continuò imperterrita a bombardarmi con chiacchere inutili che mi entravano da un orecchio e mi uscivano dall’altro. Cercai di divincolarmi e raggiungere il portone, ma lei mi si piantò davanti continuando a punzecchiarmi fino a quando mi girai, la afferrai per il rever del suo cappotto color cammello, la sbattei al muro e le dissi fissandola con occhi iniettati di sangue “Sparisci dalla mia vista, lurida succhiasoldi senz’anima: io non ho bisogno di te. Trovati un’altra gallinella dalle uova d’oro da spennare perché tu con me hai chiuso!”. Sgranò i suoi enormi occhi da cerbiatta, si ammutolì e scappò via terrorizzata. Al diavolo lei, quei tre traditori e quel coglione del mio capo, non avevo tempo da perdere con loro. Salito in casa non riuscivo a calmarmi. Camminavo nervosamente per l’appartamento, rovistando in ogni angolo ed ossessionandomi per capire dove avrei potuto trovare anche solo qualche euro e tornare a giocare. Non mi erano rimasti più pozzi a cui attingere e così mi rintanai in casa: non ricordavo più da quanto avessi smesso di dormire, mangiavo raramente e non mi facevo più la doccia perché coi soldi risparmiati dalla bolletta dell’acqua potevo permettermi di giocare qualche partita in più. Riflettei meglio e mi ricordai che l’unica risorsa a cui non mi ero ancora rivolto erano i miei genitori. Sarebbe bastata una chiamata. Poi mi ricordai di mio fratello che ormai controllava ogni loro movimento, rendendo di conseguenza impossibile chieder loro dei soldi.
Mi era rimasto solo l’appartamento nel quale vivevo. Erano dieci giorni che non giocavo e l’unica scelta che avevo di fronte era ipotecarlo per procurarmi un prestito e calmare la mia astinenza da gioco. Così oggi mi sono svegliato di buon ora, sono andato in banca a firmare tutti i documenti e col maloppo in tasca mi sono diretto alla sala da gioco.
Sono entrato sicuro di me, confidando ciecamente nelle mie capacità: ero pronto a fargliela pagare a quel mazziere insolente. Non c’era; ho pensato che probabilmente era meglio così e che avrei avuto più possibilità di vincere contro chiunque mi sarebbe capitato. Mi sono seduto al tavolo ed ho puntato non più dei miseri cinquanta euro, bensì sono partito da una base di cinquecento: ero pieno di quattrini e di voglia di riscatto. Vinte le prime partite, iniziava a insorgere in me un senso di onnipotenza. Mi tornò in mente la frase di Winston Churchill “Punta più di quanto tu possa permetterti di perdere ed imparerai il gioco”, interpretandola come se il trucco consistesse nel puntare cifre sempre maggiori. Ad ogni manche ero sempre più carico, mi eccitavano quelle montagne di denaro: più era alta la torre di fiches e più mi sentivo inattaccabile, invincibile. Gli uomini al tavolo con me abbandonavano il gioco dopo poche puntate, finché sono rimasto solo con un unico avversario seduto dirimpetto. Lo stavo squadrando da capo a piedi così da scorgere tratti familiari che mi facessero ricordare di lui. Non avevo alcun ricordo di lui e così ho deciso che fosse arrivato il momento del suo battesimo di fuoco come era stato fatto con me. Ho puntato tutto ciò che avevo, andando all-in. Lo guardavo con aria di superiorità perché nulla avrebbe potuto contro me con solo quel suo misero gruzzolo. Lui è rimasto in silenzio e, senza fare alcuna smorfia o commento, era iniziata la partita. Il mazziere ha dato a ciascuno le proprie carte, dando loro uno sguardo fiducioso: avevo in mano una scala colore. Incredulo, ho cercato di contenere la mia felicità e, senza pensarci due volte, ho calato la mano con la sicurezza di accaparrarmi l’intero piatto. Aveva un’unica misera possibilità di battermi e quella era la mia giornata fortunata. Non ha proferito alcuna parola, ma si era limitato solo a mostrarmi le sue carte: scala reale. Se il mio incubo avesse avuto un nome sarebbero state quelle due parole, fredde come una stilettata in petto. Si è gettato sul tappeto verde, aprendo le braccia come in un grande abbraccio e velocemente ha ripulito il tavolo. Mi ha con un sorriso beffardo e si è allontanato. Sono rimasto seduto per alcuni minuti su quella minuscola sedia scomoda, attonito mentre fissavo il vuoto. Ero riuscito a recuperare tutto ed anche di più per rimettermi in piedi, ma la mia stupidità ancora una volta aveva preso il sopravvento. Ho raccolto le briciole della mia dignità e mi Mi sono dileguato. Ho raggiunto il primo telefono pubblico, inserito le ultime monete trovate in tasca ed ho composto il numero. Non mi sono mai sentito così solo e vuoto. Ad oggi non ho più una casa, un lavoro e delle persone che mi vogliono sinceramente bene. Un tempo mi chiamavo Simone ed ero un architetto; ora sono solo un rifiuto qualsiasi della società di trentacinque anni. Mi siedo sulla panchina a fianco della cabina telefonica. È pieno dicembre, aria di Natale e feste, ma l’unica cosa desidero è che la neve attecchisca cosicché, poco a poco, mi faccia assopire mettendo fine alle mie sofferenze. Tremo e mi battono i denti, le palpebre si fanno più pesanti. Avverto una sensazione di calore e sento il sonno che sale, così mi sdraio sul fianco sinistro come facevo da bambino e chiudo gli occhi. Faccio un respiro profondo ed anche l’ultima luce si spegne. Silenzio: ora è tutto finito.
Scritto da Eleonora Rotta







