”Ultra tenebras”
oltre la notte
Maggio 2013. Dimenticarsi.
Una notte, dopo aver subito l’ennesimo tradimento, l’ennesima umiliazione, mi ritrovai su un ponte, nel buio totale, sotto di me il nulla come ormai nella mia anima. Mi si diceva fossi un marito di merda, un padre anche peggiore ed io ci credevo. Io sono stato, per tanto tempo, ciò che gli altri mi definivano.
Mille pensieri mi offuscavano la mente, mi girava la testa, piangevo, non volevo morire, volevo cancellare la mia vita fino a quel momento. Volevo farmi dimenticare, scomparire, invece non dovevo farmi dimenticare, dovevo dimenticarmi.
Volevo dimenticami di ciò che ero diventato, volevo una vita nuova ma mi sentivo dentro ad una prigione, in una stanza che diventava sempre più piccola, soffocante e mi avevano convinto che quello fosse il mio posto tanto da gettare via io stesso la chiave del cancello.
Era una notte calda di primavera ma, dentro di me sentivo i brividi, il buio mi ha sempre fatto paura, il vento tiepido che risaliva dal ponte mi rendeva il fiato corto, mi sono seduto su un muretto, in lontananza le luci della città, tutt’intorno un silenzio irreale ma nella mia testa pensieri rumorosi contribuivano ad agitarmi sempre di più. Le lacrime e la stanchezza bloccavano il mio corpo, ormai senza forze.
Credo di essere svenuto o comunque non ricordo nulla, ma la vibrazione del telefono mi ha fatto riprendere. Era Andrea, mio figlio piccolo, si era svegliato da un brutto sogno, era in casa lasciato da solo e stava male, forse aveva la febbre. “Dov’è la mamma?”, gli domandai. “Non lo so, sono da solo”, rispose. Cercai di tranquillizzarlo, piangeva, non aveva paura, Andrea per fortuna non aveva mai avuto le classiche paure dei bambini, quella del buio e della solitudine che io, al contrario, mi portavo ancora dentro. Mi disse che aveva sognato che io fossi morto, mi chiedeva di andare da lui che voleva abbracciarmi. Io non potevo più entrare in quella casa, che era ancora casa mia. Ero stato allontanato come un ospite sgradito, e quindi cercai di “coccolarlo” a distanza. Mentre eravamo al telefono tornai alla mia auto, ero a pezzi, reclinai il sedile e dialogammo circa mezz’ora prima che Andrea si calmasse completamente. Ad un tratto mi chiese dove fossi, poichè intorno non vi era nulla ed ero nel silenzio più totale, gli risposi che ero a casa della nonna a dormire. A quel punto mi fece promettere che, la mattina seguente, sarei dovuto andare a prenderlo a scuola e sarebbe stato sempre con me: “Sei il mio supereroe papà ed i supereroi non muoiono mai”, mi disse; poi aggiunse: “Gli 883 cantano che hanno ucciso l’uomo ragno, ma non è vero, lo hanno detto solo per fare una bella canzone”.
“Ti voglio tanto bene Andrea, ci vediamo domani fuori da scuola, è una promessa, ora riposa tranquillo che è ancora notte”. “Buonanotte anche a te, Pà”.
Le lacrime avevano già ripreso a scendere dai miei occhi, questa volta per la commozione per le parole di Andrea, forse, dopotutto, non ero quel padre inadeguato che per tante volte ho creduto di essere. Prima di dimenticarmi, forse, avrei dovuto portare a termine almeno il mio impegno di genitore, non avrei dovuto arrendermi, sarebbe stata una sconfitta senza nemmeno giocare la partita. Rimasi nel buio e cercai di capire da dove provare a risalire finché il sonno prese il sopravvento.
Marcello era nato nella primavera del 1968, cresciuto ed educato negli anni settanta e ottanta, in una famiglia tradizionale e come primogenito doveva assolvere a tutte le aspettative dei genitori. Educato, rispettoso e di esempio per il fratello di quattro anni più giovane. Nessun capriccio e pochi “grilli per la testa” come si diceva dalle sue parti. Un’adolescenza tranquilla, le scuole medie e superiori senza infamia e senza lode, le attività in parrocchia, il campetto dove giocare a basket ed in attimo sono passati vent’anni.
I genitori, nati entrambi in città, si erano spostati in provincia quando avevano potuto permettersi una casa di proprietà. Grazie alla cooperativa ed a un mutuo venticinquennale a tasso agevolato, si stabilirono in un paese appena fuori la metropoli. Marcello aveva 6 anni, il piccolo Stefano solo 2, la madre dopo pochi mesi dal trasloco, si licenziò dal proprio lavoro da impiegata, presso il più noto studio notarile della città, per dedicarsi alla crescita dei figli nel più classico stile patriarcale. Il padre, per sopperire alla mancanza dello stipendio della moglie, terminato il proprio lavoro da dipendente, svolgeva altre attività “in nero” che gli permettevano di sostenere tutta la famiglia. A Marcello non è mai mancato nulla, non vi erano grandi possibilità, ma ciò che serviva c’era tutto o così aveva sempre pensato lui.
Novembre 2015. La rivelazione.
Il portone si chiuse prepotentemente alle mie spalle, il vento freddo mi raggelò immediatamente il viso, alzai il cappuccio sopra la berretta che tentava di scaldarmi la testa, infilai le mani nelle tasche del giubbotto e mi buttai sotto la leggerissima pioggia camminando di buon passo verso la mia auto. Un solo pensiero mi girava in testa: “Quando è iniziato tutto questo?”. Il dottor Gerba era stato chiaro: una definizione non serve per “incasellare” una vita ma per dare luce ad una nuova visione di se stessi ed andare oltre. Si certo, ha ragione, come sempre, ma questa volta mi ha davvero sconcertato con una definizione dentro la quale mi ci ritrovo completamente e che prima di oggi non avevo mai considerato.
La musica dell’autoradio non riesce a distrarmi, dovrei rispondere a dei messaggi vocali ma non ne ho voglia, la mia mente è tutta impegnata a capire dove è collocato il punto di inizio, mi arrovello alla ricerca anche di un solo elemento chiarificatore ma più ci penso più mi tornano in mente tanti singoli episodi che però non mi portano a dove e quando sia iniziato il tutto. Arrivo a casa, parcheggio l’auto in garage ma non si spegne il cervello, probabilmente ci penserò tutta notte, una cosa è certa, tutto è iniziato tanti anni fa.
In quel pomeriggio d’autunno Marcello aveva capito, o meglio, era stato “classificato” dipendente affettivo, cosa esattamente fosse significato nella sua vita e cosa ancora significasse lo capì solo diversi mesi dopo, grazie al dottor Gerba che lo accompagnò in un lungo viaggio verso la scoperta di se stesso. Dopo la terribile notte al ponte, Marcello si era attivato per trovare uno specialista che lo potesse aiutare ad uscire da quel periodo che lo stava logorando. Arrivò al dottor Gerba quasi per caso, attraverso una ricerca in internet, dove lesse di una conferenza che lo stesso psicoterapeuta aveva tenuto poche settimane prima su un argomento che risuonò immediatamente nei pensieri di Marcello. L’articolo riportava alcuni passaggi dello stesso Gerba che facevano riferimento all’uomo come vittima e non solo come carnefice come solitamente viene riferito nelle cronache.
Dopo il primo contatto telefonico, seguì un colloquio di conoscenza, Marcello rimase favorevolmente colpito dallo stile dello specialista e decise di iniziare una terapia che si rivelò ben presto efficace ma tremendamente profonda e dolorosa.
Novembre 2015. La consapevolezza.
Come avevo immaginato non riesco a prendere sonno, nella testa mille pensieri ma anche una lucidità disarmante. E’ come se si fosse accesa una luce che ha messo in evidenza ciò che il buio nascondeva. Ora capisco meglio certe parole, certi comportamenti, certe richieste, certe imposizioni, certi atteggiamenti, ora vedo tutto ben illuminato ma forse mi spaventa ancora di più, perché per la prima volta capisco chi sono. Stravolto da pensieri, ansia ma anche da una nuova consapevolezza, sono crollato in un sonno agitato e ricco di sogni, che come consuetudine non ricordo mai.
Marcello, aveva sempre giustificato tutti e tutto, fin da piccolo; c’era sempre un buon motivo per “farsi da parte” o aspettare il proprio turno anche se quel turno non arrivava mai. Il suo momento sarebbe stato il giorno seguente, il prossimo mese, l’anno successivo. Intanto Marcello cresceva e le mancanze affettive rimanevano tali allargando sempre più il buco emotivo. Marcello decise inconsapevolmente quindi, che avrebbe cercato fuori, ciò che non trovava dentro la famiglia. Ma se sei debole, insicuro, sfiduciato cosa pensi di poter trovare al di là delle mura di casa?
Le basi della dipendenza affettiva avrebbero potuto essere nate proprio nel rapporto con i genitori, così gli aveva ipotizzato il dottor Gerba, durante una dello loro sedute di psicoterapia, per questo era necessario comprendere i meccanismi affettivi dei genitori e di tutta la famiglia d’origine.
La dipendenza affettiva non è regolata da un interruttore che un giorno si accende e il giorno seguente capisci tutto e lo spegni. Come tutte le dipendenze si insinua nelle pieghe di corpo e mente creando danni invisibili e spesso irreversibili. Se le dipendenze da sostanze illegali o dall’alcol hanno un oggetto reale e concreto da debellare, la dipendenza affettiva è un percorso lento e costante, spesso subdolo, che parte da lontano e non ti molla finché non sei annientato, il tutto quasi senza accorgersene. A Marcello, almeno, è successo così.
A complicare la situazione vi era pure un’aggravante, Marcello, da alcuni anni, lavorava nel settore delle dipendenze presso una cooperativa nella quale era arrivato quasi per caso e poi, per una serie di sfortunate coincidenze, non era riuscito a passare ad un altro settore, rimanendo quindi ad occuparsi di dipendenza da alcol.
L’idea che lui stesso fosse dentro una dipendenza, contribuì maggiormente a disorientarlo e far si che il senso di colpa lo logorasse quotidianamente.
I primi anni di lavoro con la dipendenza dall’alcol coincisero con le prime tensioni importanti che portarono lentamente verso fine del matrimonio di Marcello, il quale si dovette adattare sia al nuovo settore lavorativo, sia alle dinamiche sempre più conflittuali con la moglie. Al tempo non era consapevole delle problematiche che lo affliggevano e quindi il malessere interiore che percepiva lo attribuiva tutto alla propria incapacità di adeguarsi al nuovo contesto lavorativo. Con il passare del tempo e la maggior consapevolezza, che man mano andava ad acquisire grazie al percorso con il dottor Gerba, diventò più lucido rispetto al proprio problema e quindi riusciva ad essere sempre più professionale nei propri compiti. Quando gli venne comunicata la diagnosi precisa, Marcello provò un grandissimo sconforto, sia per la definizione “dipendenza”, sia perché iniziò a considerare tanti piccoli episodi della propria vita, non più come una colpa ma come un’inconsapevole malattia dell’anima.
Novembre 2015. La rielaborazione.
Al risveglio ero frastornato, molti dei sogni avevano riguardato il me bambino e pur non ricordando nulla mi avevano lasciato una leggera inquietudine. Per fortuna oggi ho un giorno di ferie per accompagnare mamma ad una visita ma terminata quella, avrò la possibilità di stare da solo, ho la necessità impellente di mettere insieme alcuni pensieri. La tentazione sarebbe quella di fare alcune domande alla mamma proprio riguardo la mia infanzia, ma lei ha un deterioramento della memoria e qualunque domanda la mette in imbarazzo in quanto è consapevole di non ricordare nulla. Dopo la visita dal geriatra e riaccompagnata la mamma a casa, decido di andare al lago, guidare mi è sempre piaciuto e mi aiuta a pensare.
Questa è la mia panchina preferita, posta a un metro da un meraviglioso salice piangente che d’estate regala un’ombra deliziosa. A poca distanza vi sono alcune paperelle che si bagnano nell’acqua gelida del lago. Poche persone in giro, più che altro pensionati nelle loro passeggiate quotidiane, oggi il sole rende tiepida la temperatura, ci sarebbero tutti gli ingredienti per essere sereni ma la mia mente rimugina da ieri pomeriggio ininterrottamente: “Io sono un dipendente affettivo”.
Marcello aveva sempre considerato “normale” la propria relazione con Delia anche se, negli anni, gli era capitato di frequente di non capacitarsi di alcune questioni che gli accadevano o che viveva, si colpevolizzava e si prendeva sempre la responsabilità di tutto ciò che di sbagliato/diverso/imprevisto capitasse alla coppia. Mai, però, avrebbe pensato di aver raggiunto un livello così grave di dipendenza verso la moglie.
Lei, Delia, donna dal carattere forte e dominante si era innamorata subito di Marcello, appena furono presentati da amici comuni, e fece di tutto per conquistarlo. Erano giovani, spensierati e come tanti giovani, tra la fine degli anni 80 ed i primi anni 90, convinti di avere il mondo tra le mani. Lavoravano entrambi ed entrambi studiavano per conquistarsi un titolo che gli avrebbe permesso una carriera professionale ricca di soddisfazioni. Scopriranno diversi anni dopo che era solo un’illusione come anche il loro matrimonio e la loro vita insieme.
Grazie alla terapia con il dottor Gerba, ora ha ben chiari alcuni meccanismi che sono sfociati in comportamenti ai quali per lunghi anni non è mai riuscito a dare un nome.
Essere uomo in queste situazioni, non aiuta, anzi penalizza ulteriormente: chi crede che un uomo possa essere “manipolato” da una donna, fino a diventarne succube, soprattutto a livello psicologico? Infatti a Marcello, nei loro primi anni insieme, non era negata una vita sociale extra famigliare, anzi, agli occhi degli altri, Delia era una donna molto socievole e generosa e ci teneva a dare di se stessa un’immagine di moglie moderna che lasciava al “proprio uomo” dedicarsi del tempo e apparire diversa dalle altre mogli generalmente gelose del marito.
Ciò che veniva agito tra le mura domestiche era decisamente diverso, molto subdolo ed impercettibile. Dopo alcuni anni di matrimonio, Marcello ha lasciato gli amici di gioventù, perché secondo Delia avevano sempre qualcosa di “antipatico” per non parlare delle fidanzate degli amici, con le quali sosteneva fosse impossibile andare d’accordo: “troppo frivole”, “banali”, antipatiche; così le frequentazioni sono decisamente diminuite, fino ad annullarsi. Gli amici andavano in gita, nei locali a ballare o ascoltare musica, a mangiare una pizza, Marcello declinava sempre l’invito, vi era sempre un motivo, una scusa, un’altra priorità.
Negli anni questa modalità è stata estesa ad altri amici comuni, conosciuti in seguito al matrimonio, ma dopo alcune frequentazioni, iniziava lo stesso meccanismo.
In casa, poi, la dipendenza ha preso forma negli anni, dal condividere le faccende domestiche a diventarne succube è stato un inevitabile passaggio: Delia lavorava a turni in ospedale per cui il fine settimana girava intorno ai suoi orari; Marcello invece ha sempre avuto l’orario d’ufficio, e poi subito a casa a disposizione della famiglia.
Con la scusa dei turni Delia, negli anni, iniziò a trascurare sempre più la casa e le faccende domestiche che, se prima erano equamente suddivise, man mano che il tempo passava Marcello si trovò ad occuparsene quasi totalmente. Dentro tutto questo Marcello sentiva crescere l’oppressione di dover sempre rinunciare ai propri desideri. Egli, per gli altri, era colui che stava con i figli perché la moglie lavorava e non c’era mai.
In casa, non vi era sempre stato un clima ostile, anzi, per i primi anni la vita famigliare è trascorsa serena, anche se in Marcello cresceva lenta un’insoddisfazione personale sempre più profonda. Il velo che mascherava era costituito da una vita apparentemente tranquilla, impegni sportivi dei figli sempre più incalzanti, catechismo ed oratorio, colloqui a scuola e anche vacanze sempre rigorosamente solo tra loro. Organizzare le vacanze con gli amici era praticamente impossibile, Delia era contraria, gli altri avevano sempre difetti e abitudini differenti quindi nessuna mediazione. Con gli anni anche gli amici più stretti si sono allontanati in quanto comprendevano che non vi fosse una vera volontà da parte di Marcello ed Delia di fare gite o vacanze insieme.
Novembre 2015. La scelta.
Erano oltre due anni che avevo scelto di occuparmi di me stesso, con lo psicologo avevo fatto tanta strada da quella notte trascorsa sul ponte, non poteva essere certo una definizione di “dipendenza” a bloccarmi, eppure mi sentivo come annientato e senza forze. Il fatto di essere arrivato alla consapevolezza di una malattia non molto diversa da quelle che incontravo quotidianamente nel mio lavoro mi aveva totalmente disorientato. Dare un nome a ciò che ero diventato mi ha messo di fronte ad una scelta drastica.
Fino a quel momento avevo “lavorato” su singoli aspetti di me stesso, ora, inserito l’ultimo tassello del puzzle la figura si vedeva nel suo insieme, ma io non mi riconoscevo. Più probabilmente invece non mi conoscevo perché fin da bambino ero stato abituato a “non guardarmi” e se ripenso alla mia vita fino ad oggi, è stata molto spesso in quella direzione. Ora stava solo a me proseguire, con coraggio e determinazione sulla strada del cambiamento che mi aveva proposto il dottor Gerba.
Con il passare degli anni, nulla era mai abbastanza, vi erano critiche sempre più pesanti e mortificanti nei confronti di Marcello da parte della moglie.
Più era “bastonato” più si interrogava su cosa potesse fare per cambiare e migliorare per soddisfare le numerose richieste di Delia. Attendeva un complimento che non arrivava mai, si sentiva inadeguato su tutto, ma il peggio doveva ancora venire.
Se il figlio minore, Andrea, alle elementari non aveva problemi scolastici, il più grande, Paolo, alle scuole medie, non era certamente uno studente modello, anzi, il poco studio ed il carattere ribelle hanno messo a dura prova il loro ruolo di genitori. Dopo i primi mesi dove erano uniti nell’affrontare la cosa, Delia ha iniziato ad inveire pesantemente con Paolo ogni qualvolta portasse a casa un voto insufficiente, presto arrivarono anche sberle e reazioni spropositate creando un clima decisamente pesante con urla e pianti esasperati da parte di Paolo. Quando poi lo sorprendeva a leggere fumetti anziché studiare, spesso “volavano” ciabatte addosso al ragazzo. A nulla valevano i tentativi di mediazione di Marcello e quando, per la prima volta si è trovato sul rettilineo di lancio di una ciabatta, prendendola direttamente nell’occhio destro, la definizione che uscì dalla bocca di Delia, alla presenza del figlio, lo raggelò all’istante: “E’ colpa tua se lui non studia, perché sei un padre di merda”.
Ancora una volta, invece di reagire o almeno provare a difendersi, Marcello incassò in silenzio l’ennesima offesa, lasciando che questa frase lo definisse davanti al figlio, con il quale impiegò diversi anni prima di poter chiarire tale accadimento.
Dopo la nascita del secondo figlio ci fu un cambiamento radicale anche nell’atteggiamento di Delia rispetto all’intimità con il marito. Anche sotto tale aspetto venne meno la vicinanza e la disponibilità al dialogo che lasciò spazio solo a mortificazioni e vere e proprie ingiurie.
Marcello aveva anche dovuto affrontare, negli anni, il capitolo tradimenti da parte della moglie; vi erano stati alcuni episodi, dove la certezza dell’accaduto era stata molto evidente seppur mai confessata esplicitamente; lui perdonava tutto, giustificava, soprattutto si giustificava. La paura della solitudine e della conseguente incapacità a definirsi come uomo, prima ancora che come marito, hanno fatto si che la dipendenza affettiva verso la moglie germogliasse giorno dopo giorno fino a portarlo all’annullamento della propria personalità.
Negli ultimi mesi, prima della separazione, in Marcello si fece sempre più intensa la necessità di un riscatto personale che culminò nel giorno del loro diciottesimo anno di matrimonio quando, dopo l’ennesimo epiteto di Delia verso il marito subito dopo un rapporto sessuale, egli prese il coraggio di comunicarle che se ne sarebbe andato poiché saturo di quel rapporto malato. A quel punto Delia trasformò il proprio atteggiamento svalutante e critico, che da sempre aveva con Marcello, in rabbia vera e propria arrivando anche a minacce e aggressioni fisiche.
La convivenza, sotto lo stesso tetto, in realtà durò ancora diversi mesi poiché Marcello voleva aspettare che terminasse l’anno scolastico per non creare ulteriori pensieri ai figli che erano sempre al centro delle sue attenzioni. Inutile sottolineare che lui fosse devastato dai sensi di colpa e, malgrado tutto, era dispiaciuto per aver voluto chiudere la relazione con la moglie.
Delia, dal canto suo, intensificò ulteriormente la cattiveria nei confronti del marito, mettendolo in cattiva luce con i figli e creandosi una relazione parallela e, per la prima volta fece di tutto perché Marcello ne venisse a conoscenza sapendo di ferirlo nel profondo dell’anima.
Lui aveva scelto, finalmente dopo molti anni, di ascoltarsi e reagire ma questo non impedì al dolore di consumarlo e di sentirsi per la prima volta in vita sua, completamente da solo.
Dopo molti anni di frustrazioni e di rinunce, che hanno rischiato di portare Marcello a compiere la rinuncia più grande cioè di rinunciare alla propria vita, Delia era riuscita a far si che lui si convincesse ad andarsene di casa, lasciarle i figli e portare tutto il proprio fallimento come marito, come padre e come uomo lontano da lei.
Era stata così convincente da indurre Marcello a sentirsi dalla parte del torto e di essere un fallito totale.
Maggio 2013. Ritrovarsi.
Alle prime luci dell’alba mi svegliai, ci volle un attimo prima di capire dove fossi, ricordavo di aver guidato a lungo prima di arrivare in quel posto isolato e poco dopo mi tornò in mente tutto. La rabbia e la disperazione avevano lasciato il posto ad una profonda tristezza e sentivo, per la prima volta, di avere davvero toccato il fondo.
Il cellulare si era scaricato, decisi di tornare verso casa, sia, per rimettermi in ordine per la giornata lavorativa che mi aspettava, sia per caricare il telefono alla presa usb dell’auto. Appena si accese, sullo schermo dello smartphone arrivò il messaggio di Paolo con il suo: “Buongiorno” che ogni mattina mi inviava, da quando me ne ero andato da casa. Paolo era quello più rude tra i due figli, sicuramente quello che aveva assistito maggiormente alle discussioni più accese degli ultimi mesi prima della separazione. Poche parole e pochi gesti di affetto verso di me ma lo sento sempre vicino con il cuore.
Stamattina, però, una cosa mi era più chiara, dovevo fare qualcosa per me, non per loro, per me! Sentivo l’esigenza, forse per la prima volta, di prendermi cura di me stesso. Quel malessere che ho dentro, a cui non so dare un nome e che nella notte, appena passata, mi ha devastato e condotto ad un passo dal baratro, è diventato troppo forte, troppo grande, troppo incontenibile.
Dovevo ritrovarmi, dovevo tornare a vivere.
Scritto da Sergio Bonzio







