Bramo in modo urgente
Luci soffuse quasi impercettibili, lampade dorate, tovaglie di seta nera, piatti di portata anch’essi neri e tovaglioli bianchi. L’illuminazione è davvero studiata ad arte, mi rendo conto: in questo modo le luci di Castel dell’Ovo invadono piacevolmente l’ambiente.
Sono spiaciuta: dovrei sentirmi privilegiata a cenare in un ambiente tanto raffinato, con la schiena accarezzata dal tepore del caminetto. Invece tutto questo nero mi sta travolgendo. L’atmosfera non è elegante, per me, ma lugubre. Lugubre e cupa, come il mio umore. E come la maggior parte degli squallidi commensali che questa sera stanno qui a banchettare. L’esperienza non sta affatto rispettando le mie aspettative, a quanto pare irrealistiche per l’ennesima volta.
Osservo come incantata l’elegante lampada intarsiata che illumina il nostro tavolo. Mi prudono le mani: fremo dal tirargliela in testa.
A lui e, perchè no, pure a lei.
Alla cavalla bionda ricolma di botox seduta alle nostre spalle, che ride sguaiatamente, lanciando il capo all’indietro e mettendo in mostra il collo lungo che un tempo deve essere stato molto sensuale. Un tempo, per l’appunto. Le rughe che ora lo solcano ne tradiscono l’età.
Paolo la guarda da quando ci siamo accomodati a tavola. La riconosco: è la farmacista che ha moderato gli interventi al congresso di oggi ed alloggia accanto a noi. Non è difficile: le stanze sono solo tre. Pure Paolo la riconosce, ma per lui non è un dettaglio che fa la differenza, quando si tratta di cacciare.
E’ alle sue spalle e lui continua a girarsi, imperterrito e noncurante di me. Io sono invisibile, come sempre.
Le sorride, uno di quei sorrisi seducenti che trasformano i suoi occhi in laghi azzurri e che intrappolarono nella tela del ragno anche me, durante le prime lezioni di laboratorio.
La cavalla ricambia il sorriso e solleva il calice colmo di nettare dorato verso il mio uomo, ammiccando. Lo sguardo provocante spicca nella penombra ed io sento addosso un disgusto che vorrei dire di non aver mai provato prima. Invece pare sia destinato a far parte della mia routine.
Mi si gela il sangue e mi sento pietrificata. Il nostro commensale, un ordinario di chimica farmaceutica, strizza l’occhiolino a Paolo, facendogli moto con il gomito ed indicando la cavalla.
“Però, Lotto, acchiappi ancora, eh!” afferma il magno barone, ridendo. Un vero divertimento.
Paolo in tutta risposta, chiama a sé il cameriere, chiedendo di servire dello champagne alla cavalla e all’amica, ormai giunte al dessert.
Scaravento il tovagliolo sul tavolo e mi trafilo bruscamente, rischiando di cadere nel caminetto crepitante alle mie spalle.
“Me ne vado” urlo. Non mi curo nemmeno di salutare il nostro ospite, invitato per discutere le mie possibilità di carriera nel dipartimento. Sono esasperata.
Paolo alza le spalle. “Sei esagerata. Và, se credi”.
Affretto il passo e mi dirigo verso la nostra stanza. Sento disperazione e rabbia salirmi dal petto alla gola. Vorrei strillare, girare i tacchi e salire sul primo treno. Ammesso ce ne siano a quest’ora. Ma al diavolo il treno, andrebbe bene pure un Flixbus. Se solo non mancassi di coraggio.
Mi trascino fino all’imponente letto, accasciandovimi. Percepisco una sensazione di rottura al centro del petto mentre le lacrime salgono ed inondano le mie orbite oculari. La conosco bene ed ha appena reso molto amara la squisitezza del tonno servito poco prima.
La nostra relazione è un incubo, Paolo mi tradisce di continuo. Riferisce di sentire un impulso irrefrenabile, squadrare ogni donna che incontra e tentare -con successo- di portarsela a letto per lui è un imperativo. Dice che non può non farlo. Inizialmente mi mentiva ma ora non valgo nemmeno più quella fatica e l’impegno di ingegnarsi con nuove frottole, anzi, avanza improbabili giustificazioni, confrontandomi poi con le altre e ridendo della mia sofferenza. A volte vola anche qualche schiaffo, se faccio presente il modo in cui mi sta distruggendo. Dice che sono esagerata e permalosa e che non lo devo scocciare con la mia gelosia possessiva. Mi accusa di essere la causa della sua passione per la polvere bianca. A me pare che la vera partner di Paolo sia proprio la coca: nessuna potrà mai essere all’altezza di un rapporto così elitario. Paolo dice che la coca non gli rompe i coglioni, a differenza mia. E’ convinto di non esserne dipendente. L’amara verità è che è in totale sintonia con l’abuso spasmodico di droga e di alcol. E di sesso con donne che non siano me. Ma lui non si sbaglia mai, sono io quella inadeguata.
Ed è così che mi hanno sempre descritta i miei genitori. A poco importa se ero la prima della classe, sempre, o il mio dottorato. Per loro sono un fallimento continuo. Ricordo ancora il disgusto ed il disprezzo nel volto di mio padre, quando comunicai l’esito del mio esame di maturità, mancando il massimo per due punti. Mi guardò schifato, scuotendo la testa, ripetutamente e lentamente, la bocca ripiegata in un ghigno di disapprovazione. “Sono deluso. Non diventerai mai medico.” Asserì tagliente.
Quando penso a quel giorno lontano le lacrime mi rigano ancora il volto, copiose. In nessun momento mi sentii più stupida ed inetta. Io, che per raggiungere brillanti risultati avevo sacrificato tutto: mai un’uscita non ragionata in adolescenza, mai un amore o una simpatia. Eravamo io ed i libri scolastici. La mia vita arida e desolata ed io.
Poi, tre anni fa, è arrivato Paolo. Affascinante, audace ed ambizioso chimico, discendente diretto del fondatore di una delle case farmaceutiche più potenti al mondo.
Paolo collaborava con il mio supervisore di dottorato. Io ero al primo anno e lui da subito iniziò nei miei confronti una corte spudorata. Lì mi sentii importante, mi sentii qualcuno.
Capii però ben presto che non ero la sola, ma ero la prescelta per questioni di facciata sociale. Ero la compagna perfetta: famiglia borghese, educazione rigida, percorso scolastico scientifico, quindici anni in meno e agli inizi della carriera accademica. Soprattutto con un grande ideale di ascesa professionale, con un’ossessione stritolante di non rimanere in ombra. E senza dignità, perfetta da plagiare e manipolare.
In molti aprono le loro bocche giudicanti ribadendo che dovrei lasciarlo. Ma io lo amo. Desidero con tutta me stessa capire cosa ho in meno delle altre, perchè non gli basto io, perchè nella sua gerarchia delle priorità mi colloca perfino dopo lo sballo. Me lo chiedo -e glielo chiedo- continuamente, ne sono ossessionata. La mia autostima dipende da lui, come anche la mia carriera. Io dipendo da lui, per tenermi salda e reggermi in piedi. La mia identità non ha altre fondamenta.
Il letto della stanza accanto cigola. Ferro battuto, moderno, che disegna l’acronimo dell’hotel con dolci curve e sinusoidi, come quello in cui io sono distesa a piangere da oltre un’ora, presumo.
Capisco subito cosa sta accadendo. Posso immaginare vividamente le sue spinte, forti e regolari. Dopo un tempo indefinito, sento l’orgasmo della cavalla dall’altra parte del muro.
Sono angosciata ma non provo compassione per me, bensì ho terrore che la mia carriera possa interrompersi. Senza il potere ed il riconoscimento sociale io non sono niente. Essere qualcuno è il mio desiderio più grande.
Ma davvero si può definire ‘desiderio’ una voglia che non presenta caratteristiche ossessive? Un desiderio non richiede soddisfazione immediata, piuttosto presuppone consapevole attesa. Per cui no: un desiderio è ossessione e per me non c’è altra dimensione. Se desidero, lo faccio ossessivamente, in modo totalizzante. Bramo in modo urgente. Non ho potere di scelta, né posso sottrarmici. E’ così e basta.
E non c’è niente che io desideri di più dell’identità professionale che Paolo mi può dare. Ne ho bisogno.
Non posso perderlo, anche se l’ho appena sentito tradirmi con le mie orecchie. Ma fortunatamente negli ultimi mesi ho adottato un piano anti-panico. Apro la borsetta abbandonata accanto al letto e alle décolleté di vernice nera ed afferro un oggetto bianco e rettangolare. I miei occhi scendono giù, sulla strisciolina di plastica leggera che intendevo sfoderare questa sera davanti al Professore, in modo da impedire a Paolo la manifestazione della sua certa indignazione.
Sospiro di sollievo mentre osservo il test di gravidanza positivo. Le mie carte non sono esaurite, ho ancora speranza che Paolo si scusi da parte mia con il barone.
Mi accarezzo la pancia, lentamente. Noto già un leggero gonfiore, impercettibile, ma non a me che mi conosco da tre decadi.
Sono euforica: io e Paolo avremo un figlio. Non potrà sottrarsi alla mia presenza, alle mie richieste ed il nostro legame non si dissolverà mai.
Scritto da Giorgia Salvagno








