Ascolta, viandante

Pietro aveva perso il conto delle volte che aveva giurato e spergiurato di non bere più.
Non aveva mai mantenuto la promessa.
Magari riusciva a stare qualche giorno senza bere, poi si diceva che si poteva permettere mezzo bicchiere di vino. E l’intenzione era assoluta= mente sincera, immancabilmente.
Aveva iniziato ad abusare dell’alcol poco dopo che era rimasto vedo= vo. Sua moglie, incinta di quattro mesi del loro primo figlio, era morta a causa di un incidente automobilistico. Un camion non aveva rispettato uno stop ed aveva investito l’auto di Carola in pieno, ad alta velocità.
La futura mamma era morta sul colpo. Probabilmente non si era ac= corta di cosa stesse succedendo.
Risultò che il camionista aveva bevuto qualche bicchiere di troppo. E lui, Pietro, era rimasto solo.
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Seduto al tavolo della cucina, dopo mezza bottiglia di vino aveva de= ciso di mettersi davanti uno specchio per potersi guardare negli occhi. E cercare di capire che razza di persona fosse diventato.
Inoltre desiderava vedere la propria faccia, il proprio sguardo, quando beveva. Non ne capiva la ragione, ma sentiva di doverlo fare. Che non poteva non farlo.
Andò in camera dal letto, e dal fondo dell’armadio estrasse uno spec= chietto che Carola usava quand’erano in viaggio. Non aveva avuto il coraggio di disfarsene, quando aveva dato via gli abiti della moglie.
Lo posizionò sul tavolo di cucina in modo da potersi vedere riflesso.
Quando la bottiglia di vino fu svuotata nel bicchiere, quando il bic= chiere fu tracannato, avvertì l’irrefrenabile desiderio di aprirne una se= conda. E di procurarsi carta e penna, spinto da un oscuro ma irrefrena= bile desiderio di scrivere.
Non sapeva cosa, non sapeva perché: ma sentiva, sapeva, che era im= portante dare seguito a quell’impulso.
Forse avrebbe capito in un secondo momento. Forse.
Con la penna in una mano ed il bicchiere mezzo pieno nell’altra, con dei fogli bianchi davanti, si chiese con spietata lucidità per quale motivo avesse iniziato a bere. E perché non riusciva a smettere.
Si rendeva conto che, forse, era spinto da un oscuro desiderio di mor= te. Grazie alla quale, magari, avrebbe potuto raggiungere Carola.
Aveva pensato di suicidarsi, non appena rimasto vedovo, ma non ne era stato capace.
Ci aveva provato alcune volte.
Nessuno lo aveva saputo.
Diede un’occhiata al proprio volto riflesso nello specchietto, quindi svuotò il bicchiere ed iniziò a scrivere.
Non badò al fatto che la mano non gli tremava, che la sua grafia non era la sua.
La seconda bottiglia di vino era stata iniziata generosamente.
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Ascolta, chiunque tu sia a scrivere queste mie parole. Ognuno di noi, a suo modo, è un viandante.
Ogni cammino da fare, anche se apparentemente identico ad infiniti altri, è sempre e comunque unico ed irripetibile.
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Pietro sgranò gli occhi, rileggendo quanto aveva appena scritto.
Si chiese se fosse impazzito, o semplicemente più ubriaco di quanto pensasse.
Un attimo dopo riprese a scrivere.
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Magari ci si avventura in un viaggio dello spirito, vale a dire in un viaggio nello spazio interno alla mente: vasto e misterioso quanto e forse più dell’universo attorno alla Terra.
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Pietro si colmò il bicchiere di vino, per poi svuotarlo in un unico ed a= vido sorso.
Tornò a scrivere, con la fronte imperlata di un gelido sudore.
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In ogni caso, noi esseri umani siamo dei viandanti di quella realtà, meravigliosa e terribile nello stesso momento, che è la vita.
Lungo di essa ci incamminiamo a volte con nel cuore un bagaglio ve= ramente importante composto dalle speranze più fulgide e dai sogni più belli.
Magari pure con delle illusioni, a volte delle sofferenze se non addi= rittura delle disperazioni.
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Pietro si passò una mano nei capelli, incapace di pensare qualcosa.
Tracannò dell’altro vino.
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Ogni storia, nel suo svolgersi, è un’avventura.
Si, un’avventura che accade per la prima ed unica volta agli occhi di chi ne è protagonista. O testimone, magari involontariamente.
In molti, forse troppi, non vogliono capirlo.
A volte, la conoscenza fa più paura dell’ignoranza. La quale, agli occhi di taluni sciocchi, può sembrare una forma di libertà.
O di felicità.
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Pietro, quasi inconsapevole di quanto stava facendo, svuotò la botti= glia e si affrettò a procurarsene un’altra.
Non capiva cosa stesse accadendo, ma sapeva incontrovertibilmente che non poteva non giungere alla sua conclusione naturale.
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Qualunque essere umano, nonostante che a volte ci si voglia ostinare a non esserne consapevoli, è sempre e comunque una creatura unica ed irripetibile. Per questo è sempre e comunque più che preziosa, so= prattutto se può non sembrare ad una prima occhiata.
Guardare, infatti, non vuol dire vedere.
Vedere è comprendere ciò che si guarda.
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Pietro si sentiva spaventato.
Non riusciva a capire da dove gli giungessero le parole che stava scrivendo, con una grafia che non era la sua.
Il suo volto, riflesso nello specchio, non seppe dargli nessuna risposta.
Si sentì ancor più spaventato.
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Fin troppo speso l’Uomo è crudele di una crudeltà sconfinata, fine a se stessa. Del tutto inutile, comunque meschina.
Pare non voler sapere, o non volersene rendere conto, che a volte può bastare un sorriso per illuminare delle oscurità infinite.
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Pietro tremò, pensando che forse aveva smarrito la capacità di sorri= dere: e cercò in un altro sorso di vino un po’ di conforto.
Sapeva che non ne avrebbe trovato, ma al momento non aveva altre alternative.
Forse non voleva averne. Forse gli bastava il vino
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Alcune persone non si rendono nemmeno conto che quanto conta ve= ramente, forse, è il viaggio e non la mèta.
Certo, chi è credente, qualunque sia la sua fede, ha una prospettiva diversa da chi non lo è. O da chi è agnostico.
Ma tutti, senza nessuna esclusione, mai e per nessun motivo, dobbia= mo, o dovremmo, percorrere il cammino della vita fino alla sua naturale conclusione.
Ed essere, per questo, dei viandanti. Dei semplici viandanti.
Pure se non lo si vuole, pure se non lo si ammette nemmeno a se stes= si.
Comunque, non è una cosa da poco essere un viaggiatore. Ma può apparire agli occhi di uno sciocco.
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Pietro dovette riconoscere di essere un viandante, e di averlo voluta= mente ignorato.
Subito dopo dovette riconoscere di essere stato uno sciocco. E di esserlo ancora, pure se tale consapevolezza lo feriva.
Voleva pensare di essere una persona sempre e comunque intelligente, pure se tormentata.
Fu un altro sorso di vino a consolarlo, facendolo vergognare di sé.
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Forse questo atteggiamento di negazione scaturisce dal non voler ac= cettare le implicazioni, forse a volte inquietanti, della propria condizio= ne di viandante.
Lo si è tutti, viandanti, sempre e comunque.
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Pietro rabbrividì, riconoscendosi in pieno nelle parole che aveva ap= pena scritte.
Stava imparando qualcosa al quale non aveva mai nemmeno pensato.
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A volte si risponde, anche alla vita, senza avere compreso veramente la domanda o lo stimolo in qualunque modo si presentino.
Altre volte si risponde magari spinti dall’emotività o dalla fretta, due a dir poco pessime consigliere.
Altre volte ancora si risponde non rammentando, o magari ignorando deliberatamente, che per avere una risposta corretta bisogna porre una domanda in forma altrettanto corretta.
Può sembrare una banalità, questo concetto: ma non lo è.
Un esempio?
Se ad un architetto si chiede se può fare un trapianto di cuore la sua risposta non potrà che essere un no: ma questo non vuol dire che non sia possibile.
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Pietro si accorse di sentirsi inquieto, più che spaventato, in quel mo= mento.
Da dove giungevano quei concetti che scriveva?
Chi glieli inviava? Perché lo faceva?
Perché giungevano proprio a lui?
C’erano altre persone che ricevevano quello stesso messaggio, se così su poteva chiamare? Oppure era diverso? E se lo era, come e perché?
Si guardò riflesso nello specchietto, in cerca di risposte che la sua im= magine non seppe fornirgli.
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Le parole che adesso e qui vado scrivendo, chiunque io sia, possono essere considerate delle brevi note del mio essere viandante.
Forse sono la polvere della mia strada, dei miei pensieri, delle mie nostalgie, delle mie tristezze. Dei miei rimpianti.
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Pietro si chiese quali note, o polvere, avrebbe lasciato di sé: e di quella vita che andava sprecando.
Rabbrividì, rendendosi conto che tutto, di lui, sarebbe svanito con la morte.
Nessuno vuole rammentarsi di un beone.
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Camminando lungo l’avventura della mia esistenza a volte sento l’impulso, inspiegabile ma irrefrenabile, di fermare sulla carta dei pen= sieri. Delle emozioni.
Ma pure dei sentimenti, dei ricordi ed altro ancora.
In altre parole vado scrivendo un’esternazione di quel quid informe e caotico che pulsa dentro di me, come in ogni essere umano.
Probabilmente il mio è un atteggiamento arrogante e presuntuoso.
Chi sono, infatti, per pensare che qualcuno possa desiderare di leg= gere queste mia parole?
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Pietro si versò del vino.
Bevendolo si rese conto che non soltanto le scriveva, quelle parole, ma che le leggeva per conoscerle e che in qualche modo le faceva sue.
Si domandò se non stesse impazzendo.
Ebbe paura a rispondersi.
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Alcuni hanno il dono di fermare sulla carta i loro misteri più profondi, in forma di poesia.
Forse, però, sarebbe più corretto dire che certe persone hanno la dolorosa capacità di essere un poeta visto il prezzo che si deve pagare in termini umani.
Il costo di essere un poeta è esoso, a suo modo crudele, e su tale prezzo ben pochi si soffermano.
Tanti, probabilmente troppi, ignorano del tutto quanto c’è dietro una poesia.
Forse è la maniera migliore per apprezzarla, chissà.
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Pietro si rese conto di essere fortunato, a non essere un poeta.
Già la sua vita era fin troppo impregnata di sofferenza, di disperazio= ne.
Desiderava solamente della pace. O, se non altro, un po’ di serenità.
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Certe persone si soffermano nel fluire del loro tempo, delle loro esi= stenze, con l’arroganza di scrivere delle loro sofferenze. O, se non altro, dei loro disagi esistenziali.
Credono di fare arte.
Certe persone hanno la più o meno inconsapevole speranza di libe= rarsi della sofferenza scrivendo poesia.
Non è così.
Almeno non sempre.
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Pietro lesse le ultime parole scritte, guardò il bicchiere che aveva svuotato per l’ennesima volta senza rendersene conto.
Cercò i propri occhi riflessi nello specchio e chiese loro dell’uomo che era diventato.
Cominciò a capire che non erano nel vino, le risposte che andava cer= cando.
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Ecco, sconosciuto che hai avuto la ventura di fermare sulla carta i miei pensieri per poi andare a leggerli, è giunto il momento di espri= merti la mia gratitudine.
Le parole che hai scritte non sono altro che attimi della mia esistenza,
diversa da quella che tu vivi. Chiunque tu sia, dovunque tu ti trovi.
Comunque sei nel tempo, mentre io non vi sono più. Nel tempo.
Se almeno uno dei miei pensieri, chiamiamoli pure così, è riuscito a toccarti dentro, dandoti delle emozioni e suscitando dei pensieri, il mio più grande scopo è raggiunto.
Non potrei desiderare qualcosa di più e di meglio.
Non importa se le tue emozioni ed i tuoi pensieri non coincidano con i miei.
Non ho nulla da insegnare ma tutto da imparare. Da chiunque, in qualunque momento,
Chiunque tu sia, dovunque tu ti trovi, rammenta che sono le piccole cose a fare grande la vita.
A darle un senso.
E che la semplicità è la cosa più difficile da ottenere.
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Pietro svuotò la seconda bottiglia nel bicchiere.
Una volta bevuto si rese conto di essere decisamente brillo.
Poggiando gli avambracci sul tavolo si sporse in avanti, verso lo spec= chietto: e scrutò negli occhi che vi erano riflessi.
Erano quelli di uno sconosciuto.
Si chiese se Carolina sarebbe stata contenta, del fatto che si fosse ri= dotto così.
Dovette rispondersi di no.
Sua moglie amava troppo la vita, non soltanto la sua.
Diceva che l’esistenza, qualunque esistenza, era una coppa di vino pregiatissimo che andava gustata, centellinata fino all’ultima stilla.
Lui aveva disatteso le sue aspettative. L’aveva tradita.
Carezzò lo specchietto come se fosse stato il volto della moglie, con un gemito.
Si asciugò una lacrima, cercando di ignorarla.
Volse lo sguardo sui fogli che aveva scritto, non riconoscendo la gra= fia per una volta di più.
Non era la sua, non era quella della moglie.
Con la mente vuota si alzò lentamente. E lentamente si diresse verso la camera da letto.
Doveva pensare. E per farlo doveva avere la mente lucida.
E per avere la mente lucida doveva dormire.
Si gettò sul letto senza nemmeno spogliarsi, sprofondando in un sonno senza sogni.
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Aveva appena finito di cenare, quando prese i fogli sui quali aveva scritto la sera precedente.
Per tutta la giornata aveva evitato più accuratamente di pensarci.
Sedette sul divano, mentre la voglia di vino gli gridava dentro di aprire una bottiglia. Di scolarla.
Ignorò la voce, sprofondando nella lettura.
Lesse il manoscritto diverse volte, cogliendo ogni volta dei particolari che gli erano precedentemente sfuggiti.
Ponendosi delle domande, alle quali non avrebbe mai pensato in altri momenti, decise di dare a quelle pagine un titolo: “Ascolta, viandante”.
Lo scrisse in stampatello in cima al primo foglio.
Subito dopo si rese conto che non poteva affrontare la sua dipendenza dall’alcol da solo.
Doveva trovare qualcuno che lo aiutasse.
Forse il manoscritto che aveva tra le mani era un’avvisaglia del fatto che la mente gli si stava guastando.
Non voleva, non poteva e non doveva permetterlo.
Voleva credere che un giorno, in un’altra vita, in un giorno lontano da quel momento, avrebbe rincontrato Carolina. Ed allora avrebbe dovuto renderle conto della vita che aveva condotto senza di lei, dopo la sua morte.
Sapeva, sentiva, che ogni bicchiere di vino bevuto per dimenticare il proprio dolore sarebbe stato come una mancanza di rispetto nei con= fronti di quella donna che aveva deciso di sposarlo.
Sarebbe stato come darle uno schiaffo. Forse un pugno.
A sua moglie aveva sempre fatto delle carezze.
Si rese conto che aveva toccato il fondo.
Provò ribrezzo di se stesso.
Subito dopo capì che non poteva fare altro che risalire. Od annientarsi.
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Aveva davanti l’album delle fotografie del loro matrimonio.
Gli pareva di vedere delle immagini legate ad un momento magico, e= pico.
E lo era, magico ed epico.
Era andato dal proprio medico. Era la prima volta che ci andava.
Gli aveva esposto senza riserve il suo problema.
La prima cosa che aveva fatto, rientrando nel proprio appartamento, era stato eliminare tutte le bottiglie di vino. Le aveva regalate a dei co= noscenti.
Nonostante la sua determinazione non si fidava di se stesso.
Almeno non ancora.
Sfiorò alcune fotografie, dove Carolina e lui si abbracciavano con la certezza di stare insieme per tutta la vita.
Vita che non era finita. E mai lo sarebbe stata.
Scritto da Marco Ponzi