Fa più male la corsa o l’alcol?

Nella personale classifica tra i diversi titoli in lista, ha vinto il provocatorio “Fa più male la corsa o l’alcol?”
E dire che tra i tanti in gara ce n’erano alcuni di auto-celebrativi e altri davvero romantici!
Ha vinto la provocazione.
Oggi che, giustamente, ci informiamo anche sui social, ci capita spesso di cadere vittime del cosiddetto clickbait (o acchiappaclic) che, e cito da Wikipedia: […] indica un contenuto web la cui principale funzione è di attirare il maggior numero possibile di internauti, per generare rendite pubblicitarie online.
C’è da riconoscere tuttavia, che “Fa più male la corsa o l’alcol?” è di gran lunga molto meno attraente di altri esempi trovati nel web tipo “La vedi questa ragazza? Fai un bel respiro prima di vedere come è adesso…” oppure… “Clamoroso (pubblicato a settembre…), avremo un inverno con metri di neve a Napoli…” o perché no “Questa casalinga guadagna 20000 euro al mese, vuoi sapere come?”…
Ma è pur sempre un titolo acchiappa like. E adesso che vi ho acchiappati sono pronto a spiegarvi cosa intendevo dire.
Ora mentre scrivo ho 33 anni ed è una fresca serata di fine Giugno. Sono al pc e sto utilizzando un programma open source perché la versione gratuita di Office è scaduta proprio ieri (mannaggia); e fino a ieri non avevo manco la minima idea di cosa scrivere.
Fu Maria, la servitrice insegnante del club ACAT che frequentavo, a presentarmi questo intrigante concorso, incoraggiandomi a partecipare. Nel periodo di appartenenza al club mi ero guadagnato generosamente l’appellativo di “scrittore” del gruppo; ciò era dovuto al fatto che spesso riempivo diverse pagine del diario comune che ci scambiavamo tra partecipanti. Ognuno aveva il compito di raccontare quello che era successo la settimana precedente e poteva aggiungere quello che voleva. Per me queste pagine erano l’occasione giusta per aprirmi, visto che a voce, ogni tanto, facevo fatica.
Ricordo con grandissimo affetto la mia prima volta…
Ero molto emozionato e a metà lettura alzai il quaderno verde per mostrare un disegno; avevo ricreato a pastello un’opera, forse la più famosa, di Robert Indiana: la scritta LOVE. Avevo paragonato il suo capolavoro, fatte le debite proporzioni, alla mia opera d’arte più importante: cioè aver smesso di bere!
Posi sullo stesso piano le critiche mosse agli artisti e quelle fatte a me agli albori della mia sobrietà, quando ricevevo praticamente solo commenti negativi sulla mia decisione. Mi sono preso un attimo di pausa prima di digitare queste ultime parole perché ci ho pensato bene e bene. Ed è proprio vero; se con la mente vado a quei primi mesi faccio veramente fatica a trovare qualcuno che facesse il tifo per me o che perlomeno non mi trattasse da “sfigato” o da “poveretto”.
Tutto ebbe inizio una domenica di Marzo 2020 in quell’ annus horribilis che tutti, ahimè, ricordiamo.
Vivevo da solo e, prima che distanziamento e mascherine diventassero sport e pane quotidiano, avevo l’abitudine di fare entrare un amico nel cortile della casa in affitto dove abitavo. Lui la domenica passava di lì per sgranchirsi un po’ le gambe e prima di rientrare tra i suoi congiunti, veniva da me e stavamo un po’ insieme.
Con Oscar (nome di fantasia), avevo condiviso alcune serate anche prima del lockdown, in molte delle quali avevamo spesso “alzato il gomito”; la domenica in quarantena quindi non poteva avere ritornello diverso.
Una volta salutato, mi buttai sul divano e fu proprio in quel momento che ebbi una svolta.
Mi sentii tremare, cominciai a sudare e la testa divenne pesante. Strano pensai, non ho neanche bevuto così tanto. Si sa che il tanto è relativo, però per il sottoscritto, tre quattro bicchieri di vino non erano molti. Si vede che però erano di troppo.
Ripreso dallo shock, più tardi grazie al Dottor Google capii di aver sperimentato un piccolo attacco di panico, e recuperata un po’ di lucidità, dovetti fare i conti con la realtà.
Fu cruciale una domanda che mi posi: “Sa femo se te vien male naltra olta che te si casa da solo e non ghe nissuni?” (Il dialogo interiore mi esce spontaneamente in dialetto).
La domanda fu seguita da una prima presa di coscienza, anzi due! La prima era che doveva essere stato l’alcol il colpevole e la seconda, forse più tremenda, era l’amara constatazione di non riuscire a ricordare quando era stata l’ultima volta che non avevo bevuto. Due, tre, o forse quattro anni indietro? Proprio non riuscivo a ricordare.
Scampato il pericolo sentivo già che quello non era un post sbornia normale, non era l’ennesima breve battuta d’aspetto prima di una nuova cacofonica melodia alcolica.
Realizzare di bere quotidianamente da un periodo non troppo definito di tempo, ha stuzzicato in me la fantasia di provare a vedere cosa si provava a saltare un giorno. Presi bene la sfida, non fu come chiedere ad uno stakanovista di prendersi un giorno di ferie. In fin dei conti mi dissi: “Te si casa dal laoro, te ghè internet, caffè e cicche (sigarette), sa vuto de più?!”
In più il fresco ricordo dell’incubo appena passato, aveva rafforzato l’idea di provare a vedere come si stava un giorno da sobri.
Ora guardando indietro non so se sia stata una buona idea. Mi spiego: poteva andare molto peggio in quanto ho scoperto più in là quanto fosse pericoloso smettere di bere tutto d’un tratto; forse il rischio riguarda dipendenze molto più longeve e gravi delle mie, però sta di fatto che sul momento non ci pensai agli eventuali effetti collaterali. Ad essere onesti chiesi qualche altro parere al Dottor Google e i primi siti web, frutto della ricerca, raccontavano di allucinazioni, tremori, tachicardia e di incubi.
Fortunatamente non sperimentai nessuno di questi, o forse non me ne accorsi o forse proprio non me lo ricordo.
Qualcosa di davvero forte e che spesso cito a chi è curioso di sentire la mia storia è quella sensazione che ho provato quattro o cinque giorni dopo quella domenica dove, tutto ad un tratto e sempre su quel divano, sperimentai un’incredibile leggerezza e pulizia mentale.
L’esempio che utilizzo per cercare di render l’idea è il seguente:
Avete presente guidare con una fitta nebbia dove non si vede quasi niente? Avete presente poi quando la nebbia sparisce e si torna a vederci bene?… Ecco, questo era successo a me su quel divano, a soli quattro o cinque giorni di distanza dall’ultimo bicchiere. Era il segno che tutto stava andando nella direzione giusta. Tuttavia, i referti preoccupanti di Dottor Google mi facevano sempre un po’ allarmare e, complice forse dell’effetto “nebbia sparita”, ebbi un’ottima pensata.
Viaggiai con la mente nel passato, dodici o tredici anni prima in Autogrill, giusto per restare in tema di guida.
L’Autogrill è un posto che ha del magico e per molti anni ne ho frequentato uno. Non come ristoro per lunghe attraversate in auto, ma come banchetto per grandi abbuffate notturne post sbornia.
Tra un “camogli” ed una “rustichella” quando si era fortunati o tra un tramezzino e una confezione di grissini-con-olive-con-salaminiberetta quando i panini erano finiti, gli occhi arrossati e stanchi si posavano tra i diversi colori e forme degli oggetti messi in bella mostra tra le corsie: il porcello di gomma che grugnisce quando viene schiacciato, i 10 cd a 9 euro e 99 e le schiere di libri. Fra questi furono due libri a colpirmi (o ad acchiapparmi): “È facile controllare l’alcol se sai come farlo” e “È facile smettere di fumare se sai come farlo” entrambi di Allen Carr.
Inutile sottolineare che il primo dei due subì lo stesso trattamento del berretto di un secchione che viene lanciato da bullo a bullo; a quell’età dove niente ci spaventava e dove il weekend sembrava fatto apposta per bere, a quel titolo non poteva andare diversamente.
Ma come vedremo, molti anni dopo ci avrei messo le mani sopra.
L’altro libro, il best seller sul fumo, mi aveva portato a smettere per circa sette mesi. Ciò che mi fece ricominciare fu aver trasgredito ad una, ovvia, regoletta che l’autore aveva inserito: non mettere in bocca più nessuna sigaretta/sigaro.
Quello a cui pensai dunque su quel divano, dopo cinque giorni di sobrietà, fu proprio il libro sul bere di Allen Carr, quello che avevo così tanto preso per il culo.
Ragionai: visto che il libro sulle sigarette aveva avuto quasi effetto su di me, avrei sicuramente beneficiato della lettura di “È facile controllare l’alcol se sai come farlo”!
Acquistai la versione per Kindle, altro grandissimo comfort assieme ad internet per la quarantena, e divorai pagina dopo pagina, o swipe dopo swipe per essere più precisi.
Il libro, per chi già conosce la versione sul fumo, ruota attorno più o meno agli stessi punti e in breve, spero di non screditare l’autore inglese, fa leva non tanto sulla forza di volontà dello stare a distanza dalla sostanza, ma sul lavaggio del cervello; riporta dunque il lettore/consumatore alla condizione iniziale dove si trovava prima di cadere vittima della dipendenza.
È un approccio che ho adorato sin da allora e, mentre scrivo, la mia mente mi riporta ancora alla guida (questa volta sobrio), di un veicolo a nove posti.
Agosto 2020 tra Brescia e il Lago d’Iseo. Insieme ad altri otto partecipanti stiamo raggiungendo la Val Zebrù per un giro ad anello di tre giorni sul Monte Confinale.
Siamo incolonnati a causa di un incidente e giusto per aggiungere stress alla situazione, già di per sé stressante, ho deciso di raccontare un po’ di quello che avevo letto sul libro di Allen Carr.
Giuro che di quella vacanza ricordo quasi più quel momento che altri più belli vissuti nei giorni seguenti, tra i duemila e tremila metri di quota.
Colonna dunque, io guido, e la conversazione sul bere mi porta ad alzare la voce con i miei amici.
Mi sono portato a casa alcune considerazioni dopo la montagna. La prima è che se si vuole fare un trekking di tre giorni è meglio partire un giorno prima se si abita distanti.
La seconda è che, quando eravamo incolonnati, ho percepito una strana alzata di scudi a difesa della birretta, del bicchiere di vino, della grappetta. Cosa rendeva gli altri camminatori così sicuri della presunta non tossicità dell’alcol a piccole dosi e soprattutto così “amici” delle sostanze alcoliche?
Faccio mea culpa anche del mio essere stato presuntuoso; non volevo sentirmi migliore di loro, ero solo così “gasato” per quello che avevo letto che volevo raccontare a tutti come ero riuscito a liberarmi dalla dipendenza! Però ho capito che era come litigare di politica o di calcio.
Da lì in poi avrei sempre cercato di correggere il tiro sempre di più. Non perché penso che quello che ho letto sia sbagliato, ma perché credo che tutti quanti siamo vittime di condizionamenti esterni che plasmano le nostre convinzioni, e che a volte ci portano a difendere l’indifendibile e a sostenere l’insostenibile.
A pensarci bene, è da quando nasciamo che veniamo continuamente bombardati da messaggi che osannano le sostanze alcoliche e che ce le dipingono come colonne portanti di tutte le occasioni sociali.
Film, serie tv, pubblicità, social, giornali: ovunque è più facile trovare chi difende il cosiddetto “bere responsabile” che trovare chi ci mette in guardia dal reale pericolo di queste sostanze.
A tre anni di distanza dall’ultimo bicchiere ho salde in me le convinzioni che mi fanno proseguire per la sobrietà, ma allo stesso tempo cerco di accogliere anche il pensiero del più estremo sostenitore della bevanda alcolica.
Tornando al trekking, fu davvero molto bello.
L’idea era stata mia e l’amore per le camminate era nato ad inizio estate in maniera quasi casuale. O forse magica. O meglio ancora, naturale.
Dopo la pulizia mentale sperimentata sul quel divano infatti, ci fu un altro effetto collaterale positivo. Il mio corpo iniziò a chiedermi di alzarmi. Fino a quel momento l’auto era il mezzo che utilizzavo in quasi tutti gli spostamenti ma ad un tratto cominciavo a sentire l’esigenza di muovermi, dapprima con le camminate, poi con la corsa: sarei arrivato a Giugno 2023 (cioè un paio di settimane fa) a concludere la mia prima mezza maratona!
Ora lettore mi auguro che tutto ‘sto avanti e indietro nel tempo non ti faccia venire giramenti di capo e nausee spazio temporali!
Non bastassero, ti sentirai un tantino truffato: tutto questo popò di caratteri e di spiegazioni del titolo manco l’ombra. A proposito di titoli.
Quello auto-celebrativo doveva essere qualcosa circa… “Da zero alla mia prima mezza maratona”…ed il testo si sarebbe sviluppato sull’enorme traguardo raggiunto.
Beh nulla di tutto ciò. Anche perché la mia prima mezza non è stata così poetica. Cioè non è che non sia andata bene, ma diciamo neanche una “figata”.
Mi sentivo così a terra una volta finita la sfida, che la sdolcinata storia dell’ex beone che diventa corridore non mi era mai sembrata così distante.
Quando ho realizzato che non avrei scritto nessun racconto post 21 km, ho rimandato la scrittura dopo un’altra gara… ci sarebbe stata sicuramente quella performance da copertina perfetta per un racconto!
L’occasione si sarebbe presentata giusto una settimana più tardi, con un’altra competizione, questa volta su più breve distanza (meno di 3 km) ma con un altissimo dislivello (+600 mt).
Ebbene questo fu il risultato: crollato sul divano per tutto il pomeriggio e stanchissimo per giorni.
Cosa mi stava accadendo?
Questo racconto di sicuro non lo scriverò mai dopo una corsa pensai!
Ma mi sarei smentito proprio stasera.
Perdonami lettore l’ho fatto di nuovo, qui si viaggia nel tempo!
Siamo tornati a qualche ora prima di mettermi a scrivere.
Mi sarei smentito proprio stasera dicevo.
Infilate le scarpe avevo un unico obiettivo. Sarei uscito a correre di nuovo, ma fregandomene di tempo al chilometro e di passo. Sarei uscito solo per il solo gusto di compiere quel gesto naturale che mi unisce ai miei antenati di 200.000 anni fa.
La corsa era per l’uomo fonte di spostamento e metodo di procacciare il cibo. Alcuni studi recenti hanno portato alla luce una modalità di caccia che consisteva nel correre dietro alla preda fino a quando non cadeva a terra sfinita. Ecco perché siamo nati per correre.
Oggi i tempi sono cambiati e siamo passati dal correre per mangiare al correre per smaltire quello che abbiamo mangiato. Incredibile. È inoltre diventato uno sport che fa gioire schiere di appassionati dalle distanze più brevi (vedi la vittoria dell’italiano Jacobs sui 100 mt) a quelle sopra i 100 km, (Western State in California e Lavaredo Ultra Trail tra le Dolomiti per citarne un paio).
Mentre correvo stasera mi chiedevo dove stavo sbagliando, visto che studi e studi ci confermano gli aspetti benefici derivanti dalla corsa, e invece le mie recenti imprese mi avevano lasciato svuotato e depresso; alla stessa identica maniera di quando bevevo. Ad un tratto mi venne un’illuminazione.
La mia ricerca della performance a tutti i costi, il mio portare il corpo allo sfinimento e il non saperlo ascoltare mi stava portando a comportarmi alla stessa identica maniera di come facevo quando bevevo.
L’alcol è perfetto per anestetizzarsi e per non pensare, ma di fatto è solo uno strumento. Come lo possono essere il sesso, internet, lo shopping…; ed io alla lista stavo aggiungendo anche la corsa.
La vita è fatta anche di difficoltà, ed una di queste è ascoltare la voce che dentro di noi urla forte; non vogliamo farlo perché magari in quel momento ci fa star male quello che ci vuole dire e quindi facciamo di tutto per non sentirla.
Ho raccontato ad amici, conoscenti e anche a estranei quanto ritenevo di aver strapazzato corpo e mente con l’abuso di alcol ma mi sembrava di compiere da giorni lo stesso con la corsa!
Come potevo essere di nuovo così sciocco?
Pensavo senza smettere di correre e questa volta avevo un dispositivo diverso dal solito a guidarmi; non era il cellulare e nemmeno lo smartwatch. Era il cuore. Finalmente stavo correndo ascoltandomi e quando sono tornato a casa ero meno stanco e molto più felice delle mie recenti gare, quelle che ritenevo fondamentali per la stesura del racconto!.
Ora non sto dicendo che non si dovrebbe gareggiare, anzi. Di sicuro tornerò a farlo, ma ripartendo da zero e con consapevolezza.
Prima di proseguire, pronto per un ultimo salto nel passato? Si torna indietro di poco, di qualche ora, prima di uscire a correre.
Al lavoro un cliente mi ha fatto riflettere parecchio. Aveva subito un ictus anni prima, il giorno di Natale, e i pochi medici presenti in quei giorni non nutrivano grandissime speranze. Mi ha raccontato del suo colloquio personale con Dio, un po’ per redimersi dai peccati, come capita di vedere nei film…
Mi hanno colpito i suoi occhi durante il racconto e il mio sguardo volava anche sul suo corpo che, se non me l’avesse detto, non avrei mai creduto avesse sofferto di una cosa così terribile.
Nel 2009 ho subito un operazione al cuore perché la malformazione che avevo poteva portare al riversamento di sangue da un emisfero all’altro. Questo sarebbe potuto accadere solo in caso di attività sportiva, con conseguenze nei casi più gravi di un infarto o addirittura di un ictus. Ricordo il cardiochirurgo con che sicurezza mi disse che avrei potuto tranquillamente evitare l’operazione, ma al costo di astenermi in futuro da qualsiasi attività sportiva. Io che in quel momento ero piacevolmente fumatore e abbonato alla sbronza del sabato sera, non nascondo di aver pensato anche alla soluzione dell’astinenza a vita, tanto era il mio non interesse allo sport.
Quanto avrei rimpianto quella scelta se avessi dato ascolto a quel pensiero!
Fortunatamente non lo feci, l’operazione si svolse e tutto andò a buon fine.
Quando sento la parola ictus mi viene naturale pensare a quello che mi sarebbe potuto succedere e il dialogo con il cliente di oggi non ha fatto eccezione.
E come spesso succede dopo questi racconti, mi capita di interrogarmi sul mio percorso, dove sono, come sto, e la fortuna immensa che possiedo. La fortuna di avere un corpo e una mente in salute. La fortuna di non avere buttato nel cesso la mia vita per colpa dell’alcol. La cocciutaggine e la faccia tosta di non aver ascoltato le voci degli altri che mi dicevano che stavo sbagliando, quelle che… “cosa vuoi che ti faccia un bicchiere”…o…“beh ma al piatto giusto va abbinato il vino giusto”…
Fanculo tutte queste voci!
Per fortuna un canto si elevava al di sopra di queste, ed era la voce del cuore.
La voce del cuore questo sì che era un titolo!
Tornando al nostro, invece, “Fa più male la corsa o l’alcol?” non ha una risposta banale.
La corsa infatti è spesso causa di infortuni e in molti – è successo anche a me – frustrati e delusi, decidono di smettere. Ma se correre è naturale, perché ci si fa male?
Daniele Vecchioni, dottore in Scienze delle Attività Motorie e Sportive, esperto di corsa e movimento e fondatore del metodo metodo “Correre naturale” risponde a questa domanda nei suoi libri e nelle sue pagine social.
C’è un breve capitolo di Correre naturale che sono andato a rileggermi questa sera, dove scrive:
“L’ego: il tuo peggior nemico”
Vorrei infine sottolineare un aspetto spesso poco considerato nella corsa: l’ego.
Può infatti rappresentare il nostro peggiore nemico per quanto riguarda gli allenamenti, nonché senza dubbio la causa nascosta dei principali infortuni.
L’ego è quella voce dentro di noi che ci incita a spingere sempre un pò più del giorno prima, che ci dice che inizia a essere efficace solo quando fa male, che ci sussurra che oggi stiamo correndo troppo lentamente, che non possiamo farci superare, che “se ce la fa lui ce la devo fare anch’io”, e così via. Tutti atteggiamenti dannosi che dobbiamo quanto prima eliminare.
Il corpo umano ha i suoi tempi, non segue il vostro ego. […]
Seguite le vostre sensazioni, il cuore, godete del momento, della gioia stessa del correre. Non fate a gara con gli altri né tantomeno con voi stessi. […]
Ricordate che non state correndo per gli altri, per il vostro orologio o per la medaglia di qualche gara, ma lo state facendo per voi, per riabbracciare voi stessi e la vostra natura, per ritrovare la salute, per stare bene. Questo è ciò che deve guidare la vostra corsa, l’unico vero scopo ultimo di ogni allenamento.
Non temete, la performance arriverà, prima e meglio di quanto crediate, ma la cosa più bella è che quando ci sarà a voi non importerà più, capirete che il solo gesto di correre è troppo bello per poter pensare ad altro, che questo mondo è fatto per essere goduto a certe velocità, non a quelle imposte da tabelle o gare, ma a quelle della vostra corsa e del vostro cuore.
Seguendo quindi certe “regolette” la corsa non dovrebbe fare male anzi, dovrebbe garantire benefici sia a livello fisico che mentale.
Quello che invece non fa bene è sicuramente l’alcol. E nonostante ci siano sostenitori del bere responsabile, è da più parti confermata la tossicità anche a piccole dosi. Per non parlare poi dei disastri che accadono con l’aumentare della dose; dalla dipendenza, alla noncuranza delle norme stradali, con conseguenze che troppo spesso ci capita di sentire.
L’errore comune è pensare che possa accadere solo agli altri, ed inoltre ci si ritiene in grado di poter gestire la sostanza. Come tanti ho iniziato a bere alle scuole superiori e l’alcol mi aiutava ad essere più disinibito. Crescendo poi sarebbe diventato una presenza costante in tutte le occasioni sociali e in seguito avrei dovuto aggiungere a questa anche la dose che mi serviva come anestetico.
Il lockdown mi ha permesso di mettere in pausa la mia vita. Lì dove tutto sembrava sospeso, ho potuto fare chiarezza su tanti aspetti. Mi sono chiesto se le persone e i luoghi che frequentavo erano giusti per me in quel momento o se avevo bisogno di altro. Con gentilezza èiniziato il lavoro su me stesso che mi ha portato a capire che è proprio rinunciando all’alcol che si inizia a vivere veramente.
La mia vita è cambiata così tanto che fatico oggi ad identificarmi con l’io del passato.
Essere sobri fa sentire molto di più le cose e questo a volte ha anche qualche risvolto negativo: non avere a disposizione la “stampella” del bere, ti porta a trovarti in difficoltà ogni tanto. A fare i conti con lati del carattere che non vanno giù. Ma la vita è fatta anche di questo. Imparare ad accettarsi per come si è e perdonarsi.
Come è ovvio che sia, non so cosa mi riserverà il futuro…
Ma una certezza c’è. Sono e sarò libero.
Scritto da Mirto Belazza