Stefania e l’onorevole

La dottoressa Stefania Pugnak non si sa in cosa sia dottoressa, non si sa neppure se sia mai laureata, ma in azienda tutti la chiamano così. Solo chi è nelle sue grazie, cioè i compagni di partito di suo marito, l’onorevole, la chiamano Stefy. E’ alta, con i capelli chiari, gli occhi verdi, le spalle larghe e il viso squadrato. E’ una donna massiccia con un portamento molto altero, veste molto elegante e porta sempre dei bei gioielli. Quando vent’anni fa ha sposato Riccardo, l’onorevole, era una ragazza semplice, originaria di un paesino vicino al confine sloveno, ed era bellissima. Aveva venticinque anni e lavorava in una pulisecco in centro a Trieste dove Riccardo, che al tempo era solo assessore comunale, portava a lavare le sue camice. Non era proprio un bell’uomo, intraprendente più che affascinate, sulla quarantina, e doveva ancora fare il grande balzo. Di strada poi ne hanno fatta tanta insieme: lui davanti e lei a ruota. Lui fa parte del partito al governo ed è sottosegretario al ministero delle oere pubbliche e Stefania è la presidente del consiglio di amministrazione della più importante azienda municipalizzata triestina. Il suo compito è rimasto comunque sempre quello di lavare i panni sporchi del marito, anche se più metaforicamente. Quando è nel suo ufficio all’ultimo piano con vista sul golfo, riceve gli amici del marito, li rassicura che avranno l’appalto o che i loro figli nipoti o cugini verranno assunti in qualche carrozzone statale, e riceve i loro doni. Anche questi metaforicamente perché sono finiti da un pezzo i tempi delle bustarelle e tutto scorre in modo più sicuro, immateriale, che poi alla fine si materializza lo stesso, ma oltre il confine. Quando stamattina si è svegliata non si sentiva molto bene. La cena di ieri sera con l’ingegner Irnerich è finita tardi: il pesce era ottimo e ben annaffiato con dell’ottimo Tocai. Forse aveva esagerato con qualche brindisi di troppo, dopotutto i buoni affari vanno ben festeggiati, e lei non poteva sottrarsi anche perché il marito era a Roma e l’ingegnere andava rassicurato che l’approvazione del progetto era ormai cosa fatta. Non si era nemmeno sottratta ad un paio di giri di shottini di vodka in un elegante caffè del centro per chiudere in bellezza la serata. Stefania sa bene come far passare i mal di testa da bagordi, ha l’infallibile panacea di suo nonno Ivan: un caffè caldo e un bicchierino di slivoviça. “Chiodo scaccia chiodo” pensa mentre si accende la prima sigaretta della giornata e si sente già meglio. Rimane un po’ a casa, non ha fretta e nessun cartellino da timbrare. Si avvia con calma verso l’ufficio quando il sole è già alto. E’ una bella giornata, guida lentamente la sua Audi con il finestrino abbassato e una sigaretta in mano diretta in azienda, quando suona il telefono.
La sta chiamando Sergio Bonsaver, un giornalista del Piccolo di Trieste.
“Buongiorno Stefy!”
“Ciao Sergio, attendi un attimo che chiudo il finestrino. Sono in viva voce e non è il caso che tutta Trieste ascolti le nostre telefonate”
“Hai ragione! Ti devo parlare di una cosa molto delicata e non è proprio il caso che ne discutiamo per telefono, cosa dici di prenderci un caffè alla Strambata?”
“Va bene, tra mezz’ora sono lì”.
La dottoressa Stefania non è curiosa di sapere cosa le vorrà dire Sergio. Sa che se lui le vuole parlare privatamente si tratta di cose importanti. Sergio è primo cugino di Riccardo e ovviamente il posto al Piccolo glielo ha fatto avere lui e, non solo per questo, gli è più che riconoscente.
Il bar La Strambata è un posto discreto, fuori dal centro, dopo il porto. Quando lei arriva Sergio è già seduto ad un tavolino davanti ad uno spriz Campari. Lei si accomoda, si accende una sigaretta e fa cenno al barista di portarne uno uguale.
“Bruttissime notizie Stefy, ieri sera è arrivata in redazione una soffiata da un nostro amico in Procura: tu e Riccardo siete nel mirino di quella carogna del dottor Santoro, il peggior PM che abbiamo mai avuto a Trieste, una iena…”.
Lei lo interrompe, e gli lancia uno sguardo di ghiaccio: “Lascia stare i commenti, sappiamo benissimo chi è Santoro, vieni al sodo: si sa cos’hanno in mano?”
Sergio è imbarazzato, beve un abbondante sorso di spriz prima di iniziare: “Pare che avvisi di garanzia siano già pronti, e che vi potrebbero arrivare già domani, ma la notizia è già in mano stampa e sono tanti quelli che hanno interesse a mettervi alla berlina”
“Più che la berlina sarà una graticola, quelli dell’opposizione non vedevano l’ora, e forse anche all’interno del partito qualcuno sarà contento. E’ per l’appalto assegnato a Irnerich?”
“Non solo, ci sono anche un sacco di vecchie faccende che pare tornino tutte a galla…”
Mentre Sergio elenca i vari filoni di indagine la Stefy ha bevuto tutto d’un fiato il suo spriz e fa cenno al barista di portarne un altro. Quando Sergio ha vuotato tutto il sacco lei ha vuotato il secondo bicchiere.
“Che brutta storia Stefy, cercherò di fare il possibile per aiutarvi, mi sa però che stavolta siete nella merda fino al collo…”
“Siamo Sergio, siamo! Non pensare di esserne fuori anche tu. Comunque grazie di tutto, come sempre. Ora scusami ma devo proprio andare, devo avvisare subito Riccardo; è meglio che rientri immediatamente da Roma”.
La dottoressa Stefania si accende una sigaretta, sale sulla sua Audi e si reca nel suo ufficio incurante di ogni limite di velocità con un telefono in mano, non quello intestato a lei e collegato in viva voce con l’auto, ma con quello per le conversazioni riservate. Parla con il marito al suo altrettanto telefono anonimo. Poche parole, non c’è molto da spiegare, basta il nome Santoro e l’onorevole capisce tutto al volo. Con il primo volo disponibile nel tardo pomeriggio rientrerà a Trieste. Ordina alla moglie di fare un pulizia nel pc e far sparire qualsiasi carta compromettente prima che arrivino i ficcanaso.
“Buongiorno dottoressa Stefania, come va? Si unisce a noi per la festa di pensionamento del nostro caro ragionier Visintin?” La saluta la sua segretaria Nadia davanti ad un tavolo imbandito di tutto punto. Stefania abbozza un sorriso stentato, si avvicina al suo fido ragioniere lo abbraccia, gli fa gli auguri, fa un brindisi con un Cartizze, mangia due tartine, ne beve un altro per mandarle giù. Poi si congeda perché deve sbrigare pratiche urgenti. Nessuno insiste perché tutti sanno che le sue pratiche urgenti hanno due caratteristiche principali: nessuno deve disturbarla perché sono prioritarie rispetto a qualsiasi altra cosa e soprattutto non riguardano certo pratiche dell’azienda.
Come un automa esegue gli ordini del marito. Un’ora più tardi è stanca, sente la testa e la pancia vuote. Chiama la segretaria: “E’ avanzato qualcosa da mangiare? Ho un buco nello stomaco, portami un paio di bocconcini e qualcosa da bere. Ah, portami anche i giornali di oggi che devo ancora leggerli”. Dopo poco la segretaria rientra con un vassoio con un panino con crudo di San Daniele, due bocconcini con il baccalà mantecato, una tartina al salmone, un paio di pasticcini e una bottiglia di Pinot. Sa bene cosa portare quando la dottoressa Stefania chiede qualcosa da bere. “Li ho tenuti da parte per lei, là fuori c’è gente che sembra non aver mangiato da secoli!”
“Grazie, e i giornali?”
“Eccoli!”
Stefania mangia e beve con avidità mentre sfoglia e riempie di briciole la stampa quotidiana. La sua attenzione si sofferma sulle foto degli arrestati del giorno. Per la prima volta prova compassione per loro. Immagina lei e suo marito in prima pagina, con una brutta foto in bianco e nero e i loro nomi a caratteri cubitali.
“Che vergogna! Basta un articolo e tanti anni di lavoro vengono gettati via per colpa dei soliti giudici che vogliono far carriera andando a cercare il pelo nell’uovo! Giustizia per sconfiggere avversari politici. Quando sei in auge la gente ti implora per un favore, una raccomandazione, ma quando il tuo nome verrà sputtanato da un fottutissimo giudice che si sa benissimo da che parte sta, tutti ti eviteranno come un’appestata! Quanto è ingrata la gente, averlo saputo prima certi favori ce li saremmo fatti pagare meglio!” Si alza borbottando dalla scrivania con il bicchiere di Pinot in una mano e una sigaretta nell’altra e si reca davanti alla finestra affacciata sul mare. “Alla tua salute giudice Santoro, domani avrai il tuo giorno di gloria ma io spero che prima o poi nella merda ci possa finire anche tu!”
Poi chiama Nadia: “Un caffè per cortesia”.
Pochi minuti e Nadia porta il solito caffè corretto Sambuca: “Qualcosa non va dottoressa Stefania, la vedo preoccupata?”
“No grazie tutto bene, forse oggi non mi sento in gran forma”.
“ A proposito le ricordo l’appuntamento col medico, il dottor Pantaleoni la aspetta oggi pomeriggio alle sedici”.
“Ah, lo stavo dimenticando! Meglio, così mi farò dare un’occhiatina. Grazie cara”.
Stefania decide di andare a casa a riposarsi e riordinare un po’ le idee. Ha qualche ora libera: alle quattro ha l’appuntamento col medico e alle sei deve andare all’aeroporto di Venezia, a Tessera a prendere Riccardo che ha trovato un posto su un volo già tutto esaurito. Un tizio qualunque sarà rimasto a terra, peggio per lui.
Sulla poltrona Frau Stefania spegne la sigaretta e si addormenta di colpo. Si sveglia di soprassalto dopo una mezz’oretta spaventata da un incubo che non ricorda nei dettagli: solo l’immagine di lei che cadeva nel vuoto. Ha acidità di stomaco e una gran sete. Forse non ha digerito il baccalà mantecato. Prende una birra fresca dal frigo. La beve a canna, poi rutta fragorosamente e sente un senso di sollievo. Ride tra sè. Per sistemare lo stomaco si fa un bicchierino di Pelinovaç, un amaro con le erbe di menego maistro che il nonno Ivan beveva sempre dopo cena e che, come diceva lui, “fa digerire anche i sassi”. Si accende l’ennesima sigaretta, sale sull’Audi e malvolentieri si reca allo studio del dottor Silvestro Pantaleoni. In sala d’aspetto ci sono quattro persone in attesa.
“Carissima la nostra Stefania, è un pezzo che non ci vediamo, venga venga che la visito subito. Senza alcun imbarazzo verso gli astanti che la guardano muti, salta la coda come chi è abituato ai privilegi della sua posizione.
“E l’onorevole come sta? Lo ringrazi molto da parte di mio genero, finalmente ha trovato il lavoro adatto per lui e, in confidenza, anche per me è un bel sollievo. Lei mi capisce, questi giovani al giorno d’oggi se non li aiutiamo noi…”.
Stefania annuisce e pensa che da domani tutti questi salamelecchi finiranno e si ritroverà in fondo alla fila a far la coda come tutti gli altri per una visita frettolosa e cara.
Alla fine della visita il dottor Pantaleoni abbassa il tono di voce avvicinandosi alla paziente: “Carissima Stefania, le parlo più come amico che come medico: devo confessarle che non l’ho trovata per niente bene. Sarà forse un brutto periodo per lei, ma i suoi valori sono tutti sballati e devo constatare che non ha seguito affatto i miei consigli continuando a bere e fumare. Il suo fegato si è ulteriormente ingrossato e ho l’impressione che lei non si renda conto della gravità della situazione. Bisogna che prendiamo provvedimenti prima che sia troppo tardi, e lei deve riprendere una vita molto più sana. Mi comprende?”
Lo sguardo di Stefania è spento e rassegnato.
: “E’ solo un po’ di stress, gli impegni, il lavoro, il marito… comunque grazie dottore. Vedrò di seguire i suoi consigli” risponde svogliatamente.
“Stefania, forse non ci siamo capiti bene, non avrei mai voluto pronunciare questa diagnosi, ma lei è affetta da etilismo acuto ed è necessario urgentemente un ricovero. Conosco una clinica privata molto riservata condotta da un caro amico, persona fidatissima. Un ambiente discreto dove potrà ritornare in perfetta forma in poche settimane”.
Stefania comprende benissimo che lo zelo del dottore durerà solo qualche giorno. Quando i giornali faranno a pezzi lei e Riccardo, per il dottor Pantaleoni sarà solo un’alcolizzata come tutti gli altri. Ricorda il fratello di nonno Ivan e si immagina come lui andare alle riunioni degli alcolisti anonimi e bere il carcadè pasteggiando, che se non altro ricorda il colore del raboso del Piave.
Il dottor Pantaleoni sorride affettuosamente, si avvicina a Stefania posandole una mano sulla spalla mentre tiene l’altra resta infilata nella tasca del camice: “Non si preoccupi Stefania, vedrà che la sua famiglia le starà vicino, ne sono sicuro. Conti anche su di me per ogni cosa”.
Appena uscita dall’ambulatorio pensa alla sua famiglia e si accende subito una sigaretta. I suoi genitori sono morti che lei era ancora piccola. E’ cresciuta con i nonni che ora sono in una casa di riposo dove non va a trovarli da molto tempo. Figli non ne sono arrivati e con Riccardo… beh lui se ne sta quasi sempre a Roma dove le buone compagnie non mancano. Ha un grosso nodo in gola e il forte desiderio di anestetizzarlo con del prosecco ghiacciato. Arriva in anticipo all’aeroporto e ne ordina uno al bar. Quando l’aereo è atterrato i bicchieri sono già tre. Riccardo arriva con passo veloce. Niente saluti, niente baci o abbracci, solo uno sguardo freddo e muto. Riccardo siede al posto del passeggero e allaccia la cintura: “Andiamo subito nel mio ufficio che devo prendere alcune cose”.
“Come preferisci”.
“Mi sembra che tu abbia bevuto, vuoi che guidi io?”.
“Lasciami in pace, sono affari miei”.
“Non sono affari solo tuoi, sei mia moglie e questa situazione sta oltrepassando i limiti e non posso permettermelo”.
“Ah, l’onorevole fa quel cazzo che gli pare ma non vuole che la sua mogliettina sia oggetto di pettegolezzo!”
“Finiscila, ti stai rendendo ridicola. Hai oltrepassato il limite da tempo e io questo non lo posso tollerare. Sei mia moglie e non puoi certo credere di bere come una spugna e passare inosservata. A proposito lo sai come ti chiamano tutti in azienda? Dottoressa Spugnak, proprio come c’è scritto sulla porta del tuo ufficio: S. Pugnak!” Stefania rimane di sasso mentre Riccardo proprompe in una roboante risata.
“Almeno bersi un paio di ombre è legale!”
“Cosa intendi dire?”
“Lo sai benissimo a cosa mi riferisco, anche tu non passi certo inosservato: cocaina e puttane sono decisamente illegali”.
“Sei la solita scema, io non faccio nulla di illegale, casomai sono solo l’utilizzatore finale”.
La risata diventa isterica e rimbomba nella testa di Stefania come un eco che non finisce mai. Pigia il piede sull’acceleratore e pensa al nonno Ivan, alla sua vita semplice e onesta, ai boschi del suo paese vicino il confine sloveno. A quella piccola casa rimasta vuota da anni. Rivede in un attimo tutta la sua vita. Pensa al prezzo pagato per il successo e l’agiatezza, al vuoto dentro di se dove rimbombano le risa dell’uomo che ha sposato e che non riconosce più. Pensa alla inarrestabile vergogna che arriverà domani e che spazzerà via come un tornado tutto il mondo che si è costruita, che la riverisce e la teme.
“Vai piano stai correndo troppo”.
“Tu che hai studiato legge è vero che la morte del reo estingue il reato? L’ho letto in un articolo qualche giorno fa che parlava di indagini della Procura di Udine interrotte per la morte dell’indagato”.
“Si è cosi, ma cosa vuoi dire? Non pensare nemmeno a simili cazzate, a Roma ho tanti amici e vedrai che sistemeremo tutto. Un po’ di maretta e tutto ritornerà come prima, la gente dimentica in fretta. Poi io ho l’immunità parlamentare e in commissione abbiamo la maggioranza, non c’è nulla da temere”.
“Buon per te, ma io?”
“Boh, al massimo ti farai un po’ di arresti domiciliari che non fanno poi così male, così potrai finalmente iniziare a smettere di bere – la risata riprende ancora più forte – … e vai piano ostia!”
Il giorno dopo le foto di Stefania e Riccardo prendono tutta la prima pagina del Piccolo. Il titolo ha grandi caratteri: TRAGICO INCIDENTE MORTALE SULL’AUTOSTRADA A4! PERDONO LA VITA L’ONOREVOLE RICCARDO BONSAVER, STIMATISSIMO NOSTRO CONCITTADINO CHE TANTO HA FATTO PER TRIESTE, E LA MOGLIE STEFANIA PUGNAK. Segue nelle pagine interne un lungo coccodrillo: “Lasciano un vuoto incolmabile ……………………… sono ancora ignote la cause dell’incidente”.
Firmato Sergio Bonsaver
Scritto da Monica Lazzarelli, pseudonimo di una scrittrice-giornalista modenese, autrice di teatro e scrittrice di romanzi per vari editori. I fatti e i personaggi narrati nel racconto non hanno alcun riferimento a episodi realmente accaduti ed i nomi sono di pura fantasia.