L’EROE
Lo studio televisivo era un grande complesso alla periferia della città, visto da fuori non dava un’impressione confortante, sembrava una fabbrica un po’ in disordine con tante entrate tutte sorvegliate da un guardiano in divisa blu e camicia bianca candida.
Arrivarono appena l’alba stava rompendo il buio all’orizzonte, illuminava i profili delle case e la miriade di antenne sui tetti di queste. Maria non aveva mai visto grattacieli così alti e tante parabole, al suo paesino ne esistevano ben poche, del resto c’erano poche case sparse e tante distese di campagna. Si era immaginata qualcosa di diverso, la città che aveva visto in fotografia non aveva orizzonte e nella realtà, dove il quadro era più esteso, le sembrava ancora peggio, dietro i palazzi non c’erano prati e alberi ma altre case immensamente grandi. Maria pensò che non c’era posto, per i cani e nemmeno per i bambini, per poter andare a correre e giocare a nascondino nel bosco.
La notte precedente non aveva chiuso occhio per l’eccitazione del viaggio. Con la sua maestra erano partite a notte fonda e per un bel tratto di strada non avevano incontrato anima viva, nemmeno un’auto che sopraggiungesse nel senso opposto. Tutto il mondo sembrava addormentato, anche il cane sul sedile posteriore aveva preso sonno subito.
Gli occhi di Maria e della sua maestra brillavano nel buio, scintillavano di felicità, eccitazione e curiosità. Volevano arrivare prima possibile per assaporare la sorpresa che le avrebbe aspettate, invece il cane non sembrava tanto interessato ai pensieri delle sue compagne di viaggio.
Arrivate davanti all’entrata che le avevano indicato la maestra scandì il suo cognome lentamente, per essere sicura che la guardia comprendesse bene. L’uomo le guardò attentamente abbassandosi per vedere meglio dentro l’abitacolo e si soffermò sul cane con un sorriso di simpatia. Alzò la barra gialla e indicò lo studio 21 in fondo al viale.
Furono accolte da uno stuolo di persone agitate, tutte in fermento. Una ragazza dai capelli biondo platino era l’unica tranquilla e piena di sorrisi, sembrava l’unica a non aver nulla da fare. Offrì un cappuccino incandescente a Maria e un caffè doppio alla maestra, che bevve sorseggiando lentamente finché la ragazza platino spiegava i particolari della mattinata e come si sarebbe svolta la registrazione del programma televisivo.
Maria sarebbe dovuta stare dietro i cameraman e spiare quello che stava succedendo sulla scena, con il compito di trattenere il suo cane. La ragazza platino dirigeva i suoi ospiti con maestria, facendo rispettare tutti i tempi e le modalità per realizzare la successione delle scene senza grandi interruzioni.
Dalla sigla iniziale fino alla fine delle registrazioni Maria rimase incollata alla sua poltrona con in braccio il suo meticcio. Lo fece scendere solo quando l’intervista alla maestra e di altri ospiti finì ed iniziò l’esperimento che molti attendevano vedere.
Furono fatte entrare delle comparse che si disposero sulla scena in modo disordinato, il cane si avvicinò solo ad una persona per cercare una carezza e accovacciarsi vicino ai suoi piedi. Lo stesso esperimento fu ripetuto più volte sempre con gente diversa, ed il cane istintivamente individuava una sola persona alla quale si avvicinava.
Alla fine riportarono il cane da Maria e il presentatore truccato e impomatato da essere quasi luminescente spiegò che persone avvicinate dalla povera bestiola avevano una dipendenza da gioco e la cosa stupefacente era che il cane le individuava subito. Il fiuto speciale avrebbe aiutato molte persone e le loro famiglie da un futuro in povertà. Indubbiamente avrebbe individuato persone in grossa difficoltà, bisognose di essere soccorse e fermate prima che fosse troppo tardi. Ma a Maria importavano poco quei discorsi da grandi, era fiera del suo fagotto di peli che era diventato un divo. Alla fine della registrazione del programma iniziarono le interviste dei giornalisti e le foto di rito.
Tornarono verso casa nel tardo pomeriggio ripercorrendo al contrario, accompagnate dal buio la strada fatta in andata. Maria sprofondò nel sedile addormentandosi quasi subito e il suo cane, distrutto dal marasma di gente che gli era stata accanto, si lasciò andare in un sonno profondo sul sedile posteriore, cullato dal dondolio dell’auto.
Il giorno seguente la maestra arrivò in classe portando sottobraccio un pacco di quotidiani dove tutti parlavano del cane di Maria come un campione, valoroso quanto un eroe, prezioso per il suo fiuto infallibile. Tante fotografie e tanti elogi da far diventare rossa paonazza Maria, che davanti ai compagni, da quanto si sentiva fiera, ondeggiava di gioia. Qualche sera dopo anche la trasmissione, registrata il giorno, prima avrebbe parlato di lui, un meticcio della storia piena di cambiamenti e giravolte, con un nome che era tutto un programma: Asso.
Asso alle quindici e venti puntuale aspettava sulla porta d’ingresso. Sapeva che da lì a poco il suo padrone sarebbe comparso dalla cucina profumata di caffè, ed avrebbe indossato il suo cappello e il giubbotto grosso appeso al gancio dietro alla porta.
Ogni giorno uscivano per la passeggiata dopo il riposino di Gustavo, con qualsiasi situazione metereologica. Asso non era un cane da portare al guinzaglio, lui si arrangiava, sapeva dove camminare e dove ripararsi se la pioggia sopraggiungeva, visto che conosceva il percorso a memoria.
Il cane era arrivato in quella villetta con Gustavo, qualche anno prima, appena andato in pensione. Era stato un regalo, un dono dal cielo. Lo aveva trovato nell’androne sotto il suo studio, freddo e impaurito, magro come un chiodo. Quella mattina lo guardò, convinto che fosse un cartoccio che sobbalzava mosso dal vento che entrava dalla porta sul retro. Il buio non lo aiutava a vedere nitidamente, accese la luce appena dietro il portone e capì subito che non era quello che gli era sembrato, ma era un fagotto di peli con due occhioni scuri, neri come la pece.
Gustavo non aveva mai avuto un animale nella sua vita, figuriamoci un cane, impegnativo e con continua ricerca di attenzioni, come ribadiva la sua segretaria. Non se la sentì di chiamare la protezione animali per metterlo al sicuro, pensò che lo avrebbe fatto il giorno seguente dopo avergli dato un po’ di pane e latte. Lo caricò in auto sul sedile posteriore, Asso si addormentò subito, intanto che Gustavo superava il traffico cittadino, pensando che nei prossimi giorni sarebbe andato beatamente in pensione e poteva trasferirsi in periferia dove amava vivere, ma non immaginava quella casa con un cane che gli girava intorno.
Non fu amore a prima vista tra i due, comunque Asso aveva tutte le potenzialità per farsi volere bene ed entrare nella vita dell’avvocato fresco di pensione.
Gustavo non si era mai sposato, nemmeno accompagnato. Era abituato a stare solo, diceva sempre che stilare separazioni e divorzi, convincere i litiganti e mitigare i giudici, gli aveva dato la nausea. Aveva conosciuto brave persone trasformarsi in bestie senza pietà, assatanati di odio e vendetta, difronte al partner che avevano condiviso parte della loro vita. Questo a lui bastava per allontanare dalla sua vita ogni possibile unione, perché non voleva diventare come i suoi clienti. In realtà era sempre stato schivo, molto riservato, aveva qualche amico con i quali teneva saltuari saluti telefonici. Nemmeno con i vicini di casa il rapporto non andava oltre al buongiorno e buona sera.
Non era antropofobico, ma mantenere la distanza di sicurezza dagli altri lo faceva sentire protetto, come in una bolla trasparente dove nessuno poteva respirare la sua aria. Per questo aveva allestito la sua dimora fuori città e distante dal lavoro.
Le uniche persone che vedeva fuori dall’ambito lavorativo erano la signora delle pulizie, che comunque teneva in vita anche il giardino e sistemava tutta la proprietà, e sua figlia Maria che l’aiutava spesso, ed era l’unica che in qualche modo riusciva a scambiare frasi di circostanza. Per il resto Gustavo quando doveva dare delle indicazioni, le scriveva su un post-it e lo appiccicava sulla porta del frigo laminato d’acciaio. Era il suo modo di comunicare con le due donne che puntualmente trovavano il loro compenso mensile sul tavolo in cucina.
Asso fu un grande regalo anche per Maria che adorava tutti gli animali, in particolare i cani. Era stata lei ad insistere perché Asso rimanesse in quella casa e a prendersi la briga di accudirlo nei momenti in cui il “padrone”, come lo chiamava lei, si fosse assentato.
Non ci volle poi così molto affinché Gustavo si abituasse all’intruso e provasse gioia nel sentirlo sempre tra le sue gambe, vederlo dormire sullo scendiletto, quando lo aspettava fuori dal bagno e in altro momento della giornata. Nella passeggiata del primo pomeriggio lo seguiva sempre, senza guinzaglio, sembrava fosse stato addestrato.
Accompagnando i suoi clienti nelle pratiche del divorzio, Gustavo era diventato molto ricco e amava il gioco d’azzardo, era diventata una passione che poteva permettersi anche con grandi puntate al tavolo da gioco e tornare a casa senza uno spicciolo in tasca, ma sorrideva lo stesso. Dei soldi non gli importava, diceva che a lui non mancava nulla e non voleva lasciare niente sulla vita terrena.
Qualche anno prima, appena poteva partiva per un viaggio in crociera, oziava, mangiava e giocava. Rimaneva al casinò per tutto l’orario di apertura, spesso dormiva durante il giorno per essere vigile sui tavoli da gioco nella notte. Non scendeva a terra negli scali, preferiva rimanere sulla nave quasi deserta aspettando che salpasse e venisse riaperto il casinò.
Poi con l’arrivo delle sale da gioco sulla terra ferma e soprattutto nei piccoli quartieri, la parentesi nel mare finì. Tutto era diventato più comodo e vicino a casa, non accorreva andare distanti, per sentire ondate di adrenalina scorrere sotto la pelle.
Gustavo desiderava sentire l’odore di disinfettante profumato tipico delle sale da gioco, si sentiva inebriato, quasi fosse un morbido eccitante. In ogni sala che aveva frequentato le note olfattive si assomigliavano, aroma di caffè che si sposava perfettamente con la fragranza della liquirizia per concludersi con una nota dolce di caramello. Ma era il momento delle vincite importanti che Gustavo aspettava, in cui veniva nebulizzato la fragranza di banconote appena stampate, per lui e per gli altri avventori era pura adrenalina e totale euforia. Gli succedeva anche quando faceva un prelievo, amava sentire gli odori della cartamoneta appena stampata. Si sventolava le banconote sotto le narici per inalare più essenza possibile.
Asso entrava nelle sale da gioco, malgrado il divieto “io non posso entrare” appeso all’ingresso. Nessun animale era ammesso. Ma per Asso i gestori chiudevano un occhio e spesso anche due, il suo padrone era un tipo di manica larga, in effetti Gustavo giocava cifre importanti per molte volte la settimana, quindi era considerato un cliente da non perdere e così con il suo cane passava al controllo senza nessun problema.
Nessuno dei clienti faceva storie se il cane partecipava alle giocate come mascotte. La leggenda che rivelavano sottovoce gli avventori parlava di Asso, se qualcuno fosse riuscito ad accarezzarlo avrebbe avuto favori della dea bendata. Questo non succedeva poi così spesso e prontamente Gustavo giustificava la mancata vincita con un sorriso sornione mormorando, come fosse un segreto –Se non lo hai guardato negli occhi, non hai visto la sua anima!- lasciando intendere che se non avessi catturato la sua attenzione, la fortuna non ti avrebbe baciato.
Al ritorno verso casa Asso stava davanti, gli piaceva sentire Gustavo fischiettare sempre la stessa melodia. Anche se tornava a mani vuote il ritornello lo fischiettava lo stesso. Invece nel percorso verso la sala giochi Asso rimaneva dietro come se fosse trascinato da un guinzaglio invisibile, se la prendeva comoda nell’annusare ogni pianta del viale difronte all’ingresso e per fare pipì. Aveva imparato che per qualche ora sarebbe rimasto a riposare sotto lo sgabello, al calduccio sulla moquette, senza poter uscire.
Gustavo lo pensava spesso, Asso era la sua compagnia, un inseparabile senza parole. Sentiva il rapporto che si era instaurato con il cane molto particolare, lo associava alle foglie della pianta di caffè che aveva sul bancone in cucina. La gemma nasceva diventando in breve tempo una foglia unica e nel crescere si divideva in due foglie gemelle, identiche. Solo il tempo le rendeva diverse, alcune marcivano prima delle altre ma rimanevano sempre attaccate allo stesso ramo, una difronte all’altra.
Lui e Asso erano come quelle due foglie gemelle, conoscevano i propri pensieri, le abitudini, gli orari. Ogni particolare delle loro vite era diventato identico per tutti e due.
Asso da sotto lo sgabello prima di sprofondare in un gradevole sonnellino, guardava i giocatori accanirsi ai tavoli e alle slot machine, tutti eccitati e in preda alla voglia di vincere. C’era chi si fermava solo a guardare gli altri prima di prendere coraggio, sembravano assetati di imparare la tecnica e la lezione dal giocatore migliore. Alcuni rimanevano dietro a fare il tifo silenzioso, muovendo le mani come fossero loro davanti ad uno schermo o seduti al tavolo da gioco. Una popolazione di nervi tesi, occhi gonfi e rossi e mani frettolose sui pulsanti delle slot.
Certi giravano tra una postazione e l’altra, muovendosi con loro il bicchiere tra le mani come fosse un accessorio. Dove lo posavano, segnavano il territorio, come fanno i cani con la pipì.
Asso li squadrava tutti, ma lui era attratto da chi incavolato nero si tuffava con le dita nel bicchiere per cercare la fetta di lime o qualche foglia di menta per rifrescare la bocca arsa e incattivita dalle bestemmie appena pronunciate, poi con le dita zuccherate tornavano a pigiare nuovamente i tasti.
Era proprio in quei passaggi che Asso annusava uno stravagante odore. Queste dita sudate e sporche lasciavano le tracce sui pulsanti, procuravano una muffa che cresceva tra gli interstizi dei tasti e mescolata con la polvere dei rotori emanava un odore particolare che Asso sapeva cogliere in tutta le sue intensità. Era buono, una piccola coccola, un’esalazione attraente. La muffa si espandeva nell’aria, si attaccava ai vestiti e alla pelle e diventava un alone perpetuo per chi frequentava quell’ambiente. Per Asso diventava un segno di riconoscimento.
Asso aveva Maria come amica, l’unica. La figlia della signora che aiutava in casa Gustavo. Lei abitava nella casa confinante il podere e quando il padrone si assentava lei poteva coccolarlo e viziare il suo cane preferito. Anche quando tornava da scuola finché Gustavo faceva il solito riposino pomeridiano si fermava in giardino a giocare. Asso aveva imparato anche le sue abitudini.
L’inverno era ormai vicino, si sentiva l’aria fredda e pungente portata del vento. Le folate che scendevano dalla montagna portavano i primi segnali della neve in arrivo. Sarebbe cambiato tutto, alberi brulli, campi ricoperti prima di brina e poi di neve bianchissima. L’orizzonte diventava piatto e ricoperto di solitudine.
Gustavo odiava l’inverno, soprattutto il suo silenzio. Malgrado fosse un uomo schivo si nutriva delle voci degli altri, dei rumori, dei visi che gli passavano accanto. La stagione fredda da quando si era isolato nel podere era pesante, non perché si sentiva solo ma per la distanza che si creava tra lui e il mondo, dove tutti sparivano e andavano in letargo, anche gli animali.
Quella mattina si era alzato prima del solito e davanti al caffè fumante sentì un peso sullo stomaco, un dolore fitto. Provava un senso di panico, una paura particolare che non aveva mai provato, così chiamò controvoglia la vicina.
La governante arrivò subito e poco dopo i medici del pronto soccorso, purtroppo tardi. Gustavo aveva salutato l’inverno e il mondo ricoperto di freddo.
Asso sulla porta aspettava il suo ritorno, ma forse aveva capito che Gustavo quella volta non sarebbe tornato, lo si leggeva nei suoi occhi. Chi lo aveva salvato ora lo aveva lasciato per sempre, benché gli avesse regalato tutto l’affetto che era capace di dare.
Maria seppur giovane da grande voleva fare la veterinaria, amava ogni essere animale e in particolare Asso, che le fu affidato, senza una dichiarazione precisa, ma sembrava scontato che fosse l’unica persona in grado di accudirlo per non spedirlo al canile comunale.
Asso con Maria iniziò una nuova vita, più festosa e distante dalle sale gioco. Manteneva il suo carattere prudente nei confronti delle persone. La ragazza però si stupiva quando lo vedeva impaurito con alcuni ed estremamente confidenziale con altri. Non riusciva a capire quali fossero le virtù che lo attraevano o quali affinità potevano attirarlo.
Pochi giorni prima di Natale arrivo a casa di Maria la zia, che puntualmente si stabiliva come ospite per qualche giorno, sempre seduta sulla stessa poltrona ricoperta da un telo fiorato per nascondere i cuscini ormai logori. Asso era attratto dalle sue coccole e poi stanco si sdraiava sotto la sua sedia. Era risaputo in famiglia che quell’anziana zia era un’accanita giocatrice d’azzardo. Aveva dilapidato tutto il suo patrimonio, lo diceva spesso che non era povera ma solo una perdente, ed era certa che la sensibilità di quel cane sentisse la sua sciagurata sfortuna.
La ragazza era poco convinta delle affermazioni dell’anziana zia e finalmente nel libro sul mondo cinofilo che aveva ricevuto in regalo a Natale ebbe un’illuminazione. Il fiuto. L’olfatto speciale dei cani era superiore cinquanta volte a quello degli umani. Grazie al suo naso umido riusciva ad identificare odori vecchi anche di alcune settimane a volte anche di anni. In effetti i cani percepiscono il mondo attraverso l’olfatto. Inoltre su quelle pagine platinate, che leggeva sdraiata sul letto veniva a scoprire che i cani ritrovavano uomini smarriti, passaggi segreti, individuavano malattie.
Maria ne era sicura: il suo cane aveva un fiuto eccezionale e di questo ne era fiera.
Il tema che Maria aveva svolto durante le vacanze parlava del suo cane ed in particolare del suo fiuto, avrebbe dovuto scrivere una favola natalizia, ma invece le era uscita questa, una novella quasi vera.
L’insegnate fu stupita dal racconto, in particolare dalle descrizioni minuziose, quasi vere. Maria era molto preparata su questo argomento e così raccontò anche le caratteristiche del suo Asso, fin al punto d’incuriosire tutta la classe e anche la sua insegnante che acconsentì di invitarlo il giorno seguente a partecipare alle lezioni.
Maria non stava nella pelle, anche se non si rendeva ancora conto dell’incredibile potenzialità di Asso, era felice di poter mostrarlo a tutti i suoi compagni, come fosse un trofeo, un valore aggiunto alla sua vita da ragazzina.
Asso mantenne le distanze con tutti, anche dall’insegnate curiosa, mostrandosi timido e un po’ impacciato. Si sdraiò come al solito sotto la sedia di Maria durante la lezione. Il bidello Beppe bussò per consegnare dei fogli, Asso gli andò subito incontro scodinzolando creando in tutta la classe un silenzio di tomba. Tutti erano stupiti, tutti avrebbero voluto accarezzarlo e fargli una festa, invece lui si mise tra le gambe di Beppe.
La lezione di quel giorno finì velocemente e Maria se ne tornò a casa raggiante e fiera, perché era la prima volta che un animale entrava nella sua classe, si sentiva una privilegiata. Pensava alle parole della sua insegnante, che l’avevano colpita senza comprendere il vero significato, –i cani sono migliori degli esseri umani perché sanno ma non dicono-. Sembravano parole importanti, di un certo peso e per questo che era soddisfatta.
I ragazzi non potevano sapere che il bidello Beppe spesso passava i pomeriggi sui tasti delle slot, ma il paese non era tanto grande e tutti sapevano i pettegolezzi in tempo reale, anche l’insegnate di Maria.
Per questo volle rivedere Asso, così passava spesso dalla casa della sua allieva nei pomeriggi dopo le lezioni. Si face raccontare la sua storia e alcune volte arrivava accompagnata da qualche persona e spesso Asso gli andava subito vicino scodinzolando la sua felicità.
L’insegnante aveva intuito che il cane potesse avere delle formidabili potenzialità e ogni giorno che andava a trovarlo era una conferma. Non poteva sapere perché si avvicinava alle persone o agli indumenti usati da giocatori seriali, abituati a frequentare sale da gioco.
Il fiuto di Asso avrebbe potuto scovare chi si stava affogando davanti ad un tavolo da gioco o qualsiasi macchinetta mangia soldi. Era un’opportunità, salvare persone e molte famiglie dal baratro. Asso sarebbe arrivato prima che la sciagura potesse diventare irrimediabile.
Avrebbe potuto bloccare la rincorsa della perdita per i giocatori che volevano recuperare le sconfitte, avrebbe potuto svelare i bugiardi incalliti, riportarli alla realtà e aiutarli ad uscire dalla solitudine.
Maria seduta davanti alla sua insegnate la guardava negli occhi, sentiva le sue parole quasi uscissero proprio dal blu delle iridi, erano grandi, felici e luccicanti. Non capiva alcuni termini, come ludopatia, terapie, cure, perdite, famiglie sul lastrico… ma andava bene lo stesso. La felicità che gli arrivava era abbastanza.
Di una cosa era sicura, il suo Asso non avrebbe scovato passaggi segreti o persone scomparse ma avrebbe svelato il segreto dei grandi, li avrebbe salvati. “Segreto” e “salvare” erano le parole che gli erano rimaste ben impresse, le sembravano avessero un peso di una certa portata visto che i grandi le pronunciavano con grande enfasi.
Asso un giorno sarebbe diventato un eroe, il suo eroe.
Scritto da Gianluigi Formaggioni






