Sabbie mobili

Questa è la storia che non racconta nessuno. Di solito si sentono le esperienze di chi ha vissuto la ludopatia, raccontate dai protagonisti nei dettagli scabrosi della dipendenza e poi completate dal grande slancio di volontà con cui se ne sono tirati fuori. Non mi fraintendete, quelle piacciono anche a me. Sono belle le storie a lieto fine. Regalano positività e fiducia a chi sta lottando contro lo stesso demone, permettono agli altri di immedesimarsi e di scoprire che il loro baratro non è senza fondo, che esiste davvero una via d’uscita dalla ludopatia.
Sono importanti, per motivi opposti, anche le confessioni di chi non ce la fa a staccarsi, magari ha provato ma torna sempre al calduccio di una sala slot, un tepore finto come l’intero ambiente, fatto di sorrisi, solidarietà e talvolta amicizia, da parte di chi condivide la stessa malattia. È una finzione, un inganno. Lo sanno anche i ludopatici, ma per loro è tutto quel che c’è, tutto ciò che conta davvero.
Sono fondamentali le testimonianze coraggiose e vili al tempo stesso di chi non ha avuto la forza o, più probabilmente, lo stesso aiuto di chi è uscito dalla dipendenza. In questi racconti, ci sono giocatori che sono tornati alla penombra ovattata e rassicurante delle sale, dove nessuno vuole davvero vedere l’altro, riconoscervi l’assurda speranza che sa bene essere stampata sul suo volto. Per questo le luci sono basse e non ci sono specchi, nessuno vuole vedere in faccia il mostro.
Ma anche queste storie escono sempre allo scoperto. Forse meno di quelle positive, ma si sentono. Io ve ne racconto un’altra, se avete tempo, di quelle tenute ben nascoste sotto un tappeto di orgoglio malato: la fantastica storia della moglie.
Parla di cose che non si raccontano molto in giro, dei riflessi che la ludopatia irradia sulla vita delle famiglie o degli amici, degli effetti devastanti su tutte le relazioni del giocatore, su coloro che sopravvivono in precario equilibrio sulla dipendenza altrui. È anche normale che non se ne parli poi molto, in un certo senso: noi siamo attori non protagonisti del dramma, siamo solo una sorta di danno collaterale. Restiamo fuori dai radar e solo qualche psicologo arriva ad ascoltare la nostra voce. Non che ci dia fastidio, sia chiaro. A molti di noi piace così, che non sia rivelata al mondo la nostra vergogna per esserci fatti fregare da milioni di bugie e promesse. Preferiamo trastullarci da soli con il senso di colpa per non aver saputo porre un limite, per non aver visto cosa stava succedendo. O per aver finto di non vedere.
Ve la racconto io, che ho visto tutto. Cazzo, ho visto tutto e ho capito tutto ma ho creduto per tanto tempo di essere al primo posto nella testa di Francesco, che la nostra famiglia venisse prima di tutto il mondo nel suo cuore. Prendo con voi consapevolezza della mia stupidità, ammetto pubblicamente di essere una patetica ingenua, fosse mai che mi leggesse un’altra moglie o un altro marito. Se esiste, l’unico modo per redimere un fallimento tanto doloroso è proprio evitarlo a qualcun altro e io ve lo voglio raccontare, voglio aprirvi gli occhi su un fatto ineluttabile. Non ci siamo mai noi al primo posto nella graduatoria di un ludopatico, la sua mente e il suo cuore non sono più nostri. Siamo un optional casuale alla sua tragedia, per lui poco più di un fastidio necessario, un salvagente momentaneo.
…
A guardarli da fuori, come sfogliando un album, sono bellissimi insieme. Angela e Francesco vivono l’Amore con la maiuscola; fidanzati da ragazzini, matrimonio in bianco e glicini fioriti, una vita tranquilla di gente che lavora ma a cui non manca nulla. Sono sempre vicini ma non appiccicosi, ognuno con le sue passioni esclusive, senza interferenze. Fanno insieme le cose che hanno voglia di fare insieme, da soli quelle che all’altro non interessano. Angela ha la pallavolo e lui le slot machine.
Angela non si trova niente di intrigante nelle “macchinette”, come Francesco le chiama affettuosamente. Ama anche lei i giochi e non le dà pensiero puntare dei soldi in un torneo di scopone, ogni tanto; adora il brivido del rischio, come tutti, e il sapore della vittoria, ma solo se è figlia della sua intelligenza e capacità, se dipende almeno in parte dal suo intuito o dalla memoria. Se vince, vuole che sia merito suo, al destino non crede proprio. Non si è mai bevuta la storia della famosa mano buona, del fato benevolo che mette le ciliegie o i sette dorati tutti in fila proprio per chi lo merita, perché quello è il suo momento.
Lui invece si abbandona con passiva rassegnazione al caso e ci vede quasi una forma di riscatto e di equità; è sempre convinto che oggi sia la giornata della svolta, quella della grande vincita che lo ripaghi di tante fatiche. Conta da quanti giorni “la bastarda non paga” e se lo sente dentro, è la sera giusta, deve solo tirare un’altra volta la leva, trattenerla un attimo insieme al suo stesso respiro e poi rilasciarla. Sente dei brividi quasi sessuali mentre aspetta che le rotazioni finiscano, gli si alzano i peletti sulla nuca e resta sospeso in una realtà parallela in cui vengono proiettate a maxi schermo le immagini del suo trionfo. “È una droga, amore – dice con una scrollata di spalle, di fronte all’ennesima combinazione sbagliata. – Quasi quanto te.”
Tecnica infallibile, questa di spostare l’attenzione su Angela e sul loro grande amore che tutto sconfigge, un’arma di distrazione potentissima. A ogni nuova sconfitta, Francesco lo sa, seguiranno tutte quelle domande retoriche e odiose su quanti soldi ha messo, quanti soldi ha perso, come ama sottolineare sua moglie, calcando sul verbo. Poi partirà con le altre frasi, sempre quelle: non è ora di mollare quella stupida leva, ci divertiamo in un altro modo, dai che torniamo a casa. Francesco sente ma non ascolta, conosce tutta la trafila e sopporta stoicamente, senza contraddire. Poi le dice due paroline dolci, la mette sul tetto del mondo. E funziona.
Funziona davvero bene e per anni la passa liscia. Lei è felice e rassicurata. Errore ingenuo e fatale. Verrebbe da scuoterla, mostrarle cosa le sfugge, costringerla a dar retta alla vocina minuscola in fondo al cervello, quella che urla in mezzo al traffico e alla confusione, che dice scappa, muoviti, corri! E invece Angela guarda il suo grande amore con pena sincera, lo stringe a sé e lo consola. Addirittura gli dice, un paio di volte particolarmente difficili, che si rifarà la volta successiva.
Arriverà a sentirle rimbombare nella testa, quelle parole, alcuni anni più tardi. Torneranno a rincorrerla negli incubi, molti mesi dopo essersi messa in salvo. La tortureranno con i denti rotti della colpa, che gode nel riportarla proprio a quei momenti maledetti. Ma questo succederà dopo. Ora qui c’è solo una ragazza innamorata che dice qualcosa come “dai su, Francy, ti rifai alla prossima vedrai!” e non si rende conto di quale peso e significato ci siano in quelle parole. Circoscrivono e in qualche modo condannano Francesco alla sua dipendenza, sembrano inchiodarlo a cercare una salvezza proprio nella sua stessa droga, come se quella fosse l’unica via. Angela non lo sa ancora, ma la sua frase leggera, una forma di facile conforto, suona già come una sentenza a vita, per entrambi.
La nostra protagonista non ha grandi preoccupazioni nella vita, ha un lavoro che le piace e le dà una buona tranquillità economica, le permette di viaggiare e togliersi qualche voglia. Anche Francesco lavora tanto, si occupa di costruzioni edili, un lavoro faticoso, pesante e usurante. La stanchezza a fine giornata sembra dichiarare al mondo il suo diritto a una innocente scappatoia in un luogo tutto suo, nella penombra di una sala slot. Passa la serata con un bicchiere di birra in una mano e nell’altra il secchiello per raccogliere le puntate, o meglio le vincite, come le chiama lui. A volte è talmento stordito e alienato dalla realtà che si ritrova ad appoggiare le labbra sul contenitore sbagliato, gli occhi fissi sullo schermo che riflette un tono di blu sulla sua pelle e circoletti di luce nelle pupille.
…
Una mattina Angela riceve una telefonata in ufficio, è suo padre. Papà sta parlando di un conto corrente, del conto corrente di Angela, cioè del conto corrente dei ragazzi, da quando sono sposati. Lei fatica a comprendere le parole, guarda la cornetta da cui escono vibrazioni incomprensibili.
“Ci sono stati prelievi importanti e sono ripetitivi. Non è che avete cominciato a drogarvi, vero? Sono i prelievi dei cocainomani, duecento euro al giorno, ogni giorno. Me l’ha detto il Franco, che lo sa da un parente ex tossico. Cosa succede bambina?”
Angela si lascia travolgere dallo sproloquio, pensa all’ultima canna che si sono fatti lei e Francesco, tipo un mese prima in una scampagnata con tutta la banda degli amici di sempre. Ma no dai, quell’hashish non l’hanno neanche pagato, era un giro offerto, forse da Salvo. Ma quale droga, pensa.
“Ma figurati, papi – riesce a dire appena lui riprende fiato – non siamo drogati, ma cosa ti viene in mente…”. E nel frattempo la sua testa fa un doppio carpiato in avanti, quoziente di difficoltà la sua stessa vita: lo vede con quegli occhioni tristi, il capo chino, mentre ammette candidamente che “è come una droga”. Per di più legale, perfettamente legale, sussurra il diavoletto dietro il suo orecchio sinistro
Tranquillizza suo padre con una fila di parole su spese impreviste, piccole cose per la casa nuova, dice di essere a conoscenza dei prelievi, che è una cosa temporanea, si risolve. Dice una montagna di cazzate e ci resta sepolta sotto, ormai assolutamente convinta lei per prima di quel che esce dalla sua bocca. Non è un problema finché non causa problemi – così diceva sua nonna delle piccole disavventure della vita. Angela si aggrappa alla certezza che va tutto bene. Che lei può risolvere tutto.
A ripensarci ora mi viene da prenderla in braccio, la me ragazza, stringerla forte e dirle che la sua fiducia nel mondo, il suo ottimismo sono regali molto costosi, si pagano in modi impensabili. Non riesco a insultarla, a odiarla. Nemmeno adesso che, dopo anni di sacrifici, rinunce e battaglie, sono finalmente fuori dal tritacarne in cui mi ha messa. Ora posso guardare con un telescopio la rabbia e l’impotenza di quei giorni, le lacrime ingoiate sotto la doccia a confondersi con lo shampoo. E no, non me la sento di sparare a zero sull’innocenza di quella donnina, anche se quella sua ingenuità è costata così tanta sofferenza. Le voglio bene perché sono io e perché non sarei la vecchia acida di adesso se non fossi stata prima quella ragazza che credeva di poter salvare il mondo . O anche solo un singolo uomo.
…
Angela crede nelle persone e nelle seconde possibilità. Quella sera stessa parla con Francesco, chiedendogli conto dei prelievi. Sono davvero molti soldi, ora che ha controllato e fatto le somme come una scolaretta. Lui sembra trafitto da una coltellata, la sua faccia è una tripla O di occhi e bocca terrorizzati. Recupera presto il suo proverbiale distacco e dice che ha prelevato sempre le solite somme, per la spesa e poco altro. Forse giusto una volta in più perché era fuori a cena con gli amici ma c’è sicuramente un errore se sono spariti soldi. Non si legge malizia nel suo sguardo, è evidente che non ha alcuna percezione della profondità del baratro in cui ha gettato entrambi.
“Sono 3.780 euro solo questo mese, amore. Siamo andati in rosso.”
Angela scandisce la cifra lentamente, ogni numero scava più a fondo nella sicurezza di suo marito. Francesco non urla e non piange, ma il rumore che esce dalla sua bocca è anche più spaventoso, sembra il latrato di un animale ferito, forse moribondo. Abbassa lo sguardo a terra e stringe i pugni contro le tempie, dando colpi sempre più forti, ognuno accompagnato da quell’uggiolio senza speranza, di cane investito da un’auto.
“Sono un idiota. Ho rovinato tutto. Sono un coglione”.
“Dimmi qualcosa che non so, dimmi cosa è successo”.
“Ho messo solo un deca, ma dieci euro spariscono subito. Nel frattempo quello accanto stava raccontando della sua vincita, di come ha comprato un regalo alla fidanzata. E allora, ho cambiato altri dieci euro e poi ne ho prelevati cento. Credimi, era davvero la sera giusta, la bambina mi mandava segnali di vincita sicura, si prendeva gioco di me ma stava per lasciarsi andare. Sembrava pronta a darmi il meritato premio e all’ultimo niente, sta stronza.”
Angela in quel momento vede la sua faccia quando rientra dalle serate, istupidito dal brusio continuo della sala, le pupille dilatate dal buio della notte che è scesa senza che la vedesse, chiuso nella stanza senza finestre.
“Sai come vanno queste cose, no? – proseegue Francesco – Un attimo prima sto salutando tutti per venire a casa, poi decido di farmi l’ultimo giro, sento tintinnare le poche monete rimaste. È in quel momento che me la sento dentro, una certezza fisica che è la volta buona. Non può essere che perdo l’attimo perché sono senza soldi, ti pare? Due ore dopo arrivo sotto il portone di casa, mi hanno chiesto di andar via perché disturbavo gli altri, elemosinavo l’ultimo gettone”.
Versioni simili, frasi più o meno struggenti o disperate. Ma la risposta è sempre su questi temi, scuse a cui Angela pian piano si abitua. Così come diventa routine la fase di tranquillità che segue ogni crisi, con le spese tutte annotate nel diario, per cercare di recuperare le somme perse e mantenere in equilibrio le finanze familiari. Francesco è collaborativo, dimostra di poter controllare il problema, nasconde la smania di tornare nel girone dei suoi dannati con piccole sorprese, cene fuori e allegria spesso indotta dall’alcol.
Insomma tirano avanti tra alti e bassi, come tutti, ma è una bella vita, anche se costellata da periodi bui, in cui ancora spariscono soldi e sembra quasi di sentirne il rumore metallico mentre rimbalzano nella pancia della slot machine. Ci sono anche grandi felicità, tra cui l’arrivo di una bambina a scompigliare le carte. Angela crede davvero che una cucciolotta che reclama attenzioni e cure continue possa dare alla famiglia la serenità che stenta a trovare, che possa riportare la testa del suo uomo lontano dalle maledette ciliegie del bar. E invece finisce per accadere proprio il contrario.
…
Quando ero bambina, ogni pomeriggio guardavo gli episodi di Tarzan con Weissmuller e le scenografie cartonate che potevano ingannare giusto me. Uno dei pericoli in cui cadevano spesso i protagonisti erano le sabbie mobili, quello scherzo della natura per cui appoggi il piede in un luogo apparentemente sicuro e il suolo lo inghiotte. A quel punto Tarzan arrivava volando tra i rami, lanciava una liana al malcapitato e gli raccomandava di non muoversi, di lasciarsi trascinare fuori. Muoversi significava affondare più velocemente.
Per tanto tempo ho voluto credere che il problema di Francesco fosse circoscritto, una specie di vizio un po’ costoso ma controllabile. Obbedivo a Tarzan, al suo “stai fermo” e sono rimasta immobile, sprofondando un millimetro per volta, al punto che qualsiasi movimento ormai sarebbe stato impossibile. Non mi sono resa conto che nessuno sarebbe corso ad aiutarmi e che ormai ero intrappolata, non riuscivo più a muovermi. C’è stato un momento terribile in cui ho realizzato che era troppo tardi, qualsiasi cosa avessi voluto fare in quel momento, non avrebbe avuto più alcun effetto.
Ripensandoci ora, credo che qualche corda di salvataggio ci fosse, intorno a me. Ma debole di un orgoglio che adesso mi costa poco definire idiota ma allora mi rincretiniva, nascondevo a tutti la portata del problema. Sorridevo gioiosa dalle mie sabbie mobili, rassicuravo gli altri che era tutto a posto mentre il gorgo mi stringeva i polmoni. Nessuno doveva sapere della mia vergogna, del mio fallimento. Coprivo tutte le sue cavolate, raccontavo bugie come un tossico. Le raccontavo a tutti, tranne che a me stessa. Anche nel peggiore dei momenti, sapevo di non essere io il problema, sapevo che potevo salvarmi.
…
La sera in cui si spezza l’incantesimo viene d’estate, con tanto di cicale impazzite. La piccola sta mettendo i primi denti, è fastidiosa e Angela chiede a Francesco di tornare presto. Non glielo dice, mentre chiacchierano al telefono, ma in un momento terribile di quel pomeriggio ha avuto un incubo talmente reale da lasciarla tremante. Sbatteva la bambina contro il muro, una o più volte, fino a vedere una macchia scura colorare la parete. Si è svegliata di soprassalto con la piccola pacificamente addormentata sulla pancia, quelle palpebre trasparenti che ti lasciano entrare nei suoi sogni. Ha allungato lo sguardo verso la parete dell’incubo e ha visto il sorriso di suo marito, adorabile e beffardo. Con un brivido in qualche posto davvero in fondo, Angela si è resa conto di essere al limite.
Alle nove lui non è ancora a casa e Angela, ancora scossa dal sogno, chiama prima i colleghi di Francesco, poi i suoi amici, perfino il solito bar. Non è da nessuna parte, nessuno sa dove sia. Partono diversi amici a cercarlo, qualcuno sussurra che magari sia caduto con la Vespa, setacciano le colline, immaginano quale strada possa aver preso. Passano ore terribili, senza alcuna novità. Ogni volta che suona il telefono, Angela ha uno scatto di adrenalina, che dura solo il tempo di ascoltare l’interlocutore e l’esito ancora una volta negativo delle ricerche.
Piange seduta in terra. La bambina gioca con un sonaglino accanto a lei. Francesco è morto, pensa ossessivamente, è morto è morto è morto. Ci sono tante emozioni a travolgerla e tra rabbia, dolore e disperazione, ne riconosce una pericolosa e terribile: speranza.
So a cosa state pensando, vi chiedete ma che razza di persona può fare un pensiero del genere? Dai su, sparate sulla vittima, non mi fa più paura niente di quel che potreste dire. Non sarebbero insulti diversi da quelli che ho riservato a me stessa per tanti anni, su cui ho lavorato per riprendermi la mia vita e un equilibrio. Mi sono perdonata, ora, quasi.
…
Angela continua a piangere seduta sulle piastrelle, dondola la piccola Sara cantando una nenia inventata sul momento, senza senso come tutta la giornata. Come tutti quegli anni che le passano davanti, proiettati sulla finestrella del forno. Ripensa a qualche mese prima, alla faccia di lui mentre gli toglieva il bancomat, mentre glielo tagliava davanti agli occhi, urlando maledizioni. Rivede Gianni alla porta, pochi giorni prima. Duemila euro, dice, anche in rate, comodamente, non c’è problema ma finché non si salda il debito è meglio se non si fa vedere al bar. Dice altre cose, offre aiuto ma no, non serve, parla di supporto psicologico, di un tizio che ne è uscito con un programma. Angela ha già smesso di ascoltare, sa bene che Francesco non farebbe mai una cosa del genere, da quelli ci vanno i matti, dice sempre. Compila meccanicamente un assegno, sperando sia coperto. Lo consegna a Gianni con un sorriso e un accenno di scuse, Francy si sarà dimenticato, sono cose che capitano.
Alla fine Francesco torna a casa. Quando tutti hanno ormai smesso di cercarlo, dopo che lei ha tentato di segnalarne la scomparsa alla polizia, dopo le terribili telefonate agli ospedali, Francesco riappare. Mentre la chiave gira assordante nella serratura, Angela sta raccogliendo i pezzi di una tazzina di caffè che le è scivolata tra le dita. Ha una scopa in mano e con un movimento rotatorio la cala con forza sulla schiena di suo marito. Fa un bel rumore, sordo e pieno, il pensiero vola assurdo a un fuori campo di quando faceva softball alle superiori. Lo picchia ancora una volta, debolmente, poi le mancano le forze e scivola a terra in mezzo ai suoi stessi cocci. Lui nemmeno reagisce, è finito. Sopraffatto da una stanchezza immane, si siede di fronte a lei e stavolta piange. Una lacrima soltanto.
…
Finisce qui la fantastica storia della moglie del ludopatico. Ed è una vera fine, prima di tutto perché non sono più sua moglie. Ma, e mi sembra bello dirlo, Francesco è riuscito nel frattempo a staccarsi in qualche modo dalla lurida macchinetta, anche se quando ne vede una gli prudono le mani. Non ha mai raccontato a nessuno dove sia stato in quelle lunghe ore quando tutti lo cercavano e sua moglie arrivava a sperarlo morto. Forse anche lui era arrivato a guardare in faccia il suo limite, proprio come me.
Ora sono davanti al mare e concludo per davvero questa mia storia, dopo tanti anni. Sara e il mio nipotino Marco sguazzano felici, gli ha messo quei manicotti gialli e rossi che lo fanno sentire Ironman. Vado a mettere i piedi nell’acqua della riva e lascio che le onde mi facciano sprofondare, ormai non si vedono più le caviglie. Mi portano giù fin quasi a perdere l’equilibrio ma mi scrollo la sabbia e corro incontro a quel cosino biondo che urla “Nonna, vieni dentro a saltare le onde!”. Sono libera.
Scritto da Barbara Salazer