Cin Cin
Buonasera dottore, sono qui perché il mio medico è andato in pensione e dopo un po’ di attesa, solo qualche mese, mi hanno assegnato Lei. Mi presento per conoscerLa e farmi conoscere e poi soprattutto anche perché ho qualche problemino legato al vino e dintorni.
Siamo sinceri, bere il giusto è una cosa difficile da definire e mettere tutti d’accordo, specialmente mia moglie. Quando mi vede sorseggiare beatamente qualcosa mi attacca dicendo che sono un alcolizzato. Ma non è vero! Bevo con moderazione il più delle volte, almeno credo, a parte qualche deplorevole eccezione.
Che dice dottore? Ho ragione o sono veramente un alcolizzato? Il medico che avevo prima non aveva mai dubitato sulla mia salute epatica.
Comunque ho fatto delle analisi del sangue spontaneamente e tutti questi asterischi mi preoccupano un po’, anche se non ci capisco un gran che.
Vede dottore, sono consapevole di aver cominciato male la mia carriera di bevitore, ma non potevo evitarlo visto l’ambiente ed il periodo in cui ho scelto di nascere. Non voglio dare colpe a nessuno ma una certa influenza dovuta ai comportamenti dei familiari e dei conoscenti non si può evitare e agli albori del boom economico le priorità della vita quotidiana erano diverse da quelle che conosciamo oggi.
Le racconto in sintesi la mia storia, dottore, visto che è la prima volta che ci vediamo, le assicuro che sarò breve.
Appena nato pesavo un chilo e mezzo scarso, poi con il calo fisiologico ancora meno, tant’è che i medici mi avevano dato appena qualche giorno di vita. Il caso ha voluto non rispettare le previsioni degli esperti ma solo quella di Cesarina, una vecchia vicina di casa, che aveva rassicurato mia madre profetizzando: signora Anna, mi creda questo bimbo ce la farà e come per suggellare questa previsione aveva consegnato a mia madre una boccetta di un distillato aromatizzato alle erbe, fatto con le proprie mani. Mi raccomando, aveva aggiunto, per tre giorni di seguito faccia una croce sulla fronte una sulla bocca e una sul cuore con l’indice destro bagnato di questo spirito e vedrà che tutto andrà bene. Così è stato! Sono sopravvissuto alle previsioni dei medici sotto il segno del distillato fatto in casa.
Lei, dottore, che è giovane e sicuramente più preparato di quelli di una volta, potrà confermarmi che al giorno d’oggi non succedono più certe cose.
Avevo tre anni circa quando ho bevuto l’acqua di varechina, così chiamavano allora la candeggina. Molto probabilmente la credevo una bottiglia di una famosa aranciata, che non era stata tenuta a debita distanza dai bambini, come si usa adesso scrivere sulle etichette dei prodotti. L’ho bevuta, eludendo l’attenta sorveglianza dei genitori che non erano nemmeno in casa e le mie due sorelline maggiori se ne sono accorte quando mi hanno visto vomitare l’anima e sono stramazzato al suolo dimenandomi come un indemoniato in presenza di un esorcista. Sono sopravvissuto alla negligenza dei genitori grazie alla lavanda gastrica, nemmeno immediata, e al destino che voleva evidentemente farmi assaggiare qualcosa di meglio come ricompensa o premio di consolazione. Si può dire davvero che mi è andata alla grande.
Pensi, dottore, che il mio nome, Giovanni, era il nome di mio fratello morto prima che nascessi io per aver bevuto una medicina prescritta per mia madre e lasciata lì sulla credenza della cucina. Probabilmente era un’usanza diffusa lasciare il libero arbitrio ai bambini e non preoccuparsi più di tanto delle inevitabili conseguenze.
Non vorrei dilungarmi troppo, dottore, ma me ne sono successe veramente tante.
Avevo più o meno cinque anni quando, in una calda estate, sono stato affidato per qualche ora ad una certa Gilda, una bella e simpaticissima ragazza di campagna poco adatta ai lavori nei campi e molto portata ad accudire i bambini altrui. Mentre i miei genitori erano impegnati ad aiutare nei lavori dei campi a mezzadria di mio nonno, questa bella signorina si divertiva facendomi bere del Clinton e ridere per le mie reazioni. Per lei era molto esilarante perché dopo qualche sorso cominciavano gli effetti strani di vario genere e ne combinavo di tutti i colori. Passavo rapidamente dallo straparlare al ridere sguaiatamente, ad imitare il nonno zoppo, al prendere a sassate i pulcini, al rotolarmi nelle pozzanghere, a piangere per il mal di stomaco creato dall’alcol e poi venivo curato dalla stregona di corte che mi faceva bere una enorme scodella di caffè misto a cenere di camino per liberare lo stomaco da qualsiasi cosa contenesse. Si usava così. Ero convinto che questa fosse la normalità, perché questi eventi si ripetevano con una certa regolare frequenza anche se io mi sentivo a disagio perché oltre al malessere mi sentivo deriso e comunque fuori posto, ero il bambino che non ha fatto il bravo.
Ogni volta che mi portavano in campagna dai nonni succedeva questa specie di rito che divertiva tutti o quasi.
Nella quotidianità il nonno metteva un bicchiere di vino nel brodo per raffreddarlo un po’. Quando andava a lavorare nei campi si portava un bottiglione di vino, diluito con acqua così non faceva male. Mi zio beveva la grappa per migliorare l’alito prima di andare dalla morosa con la sua bella Lambretta nuova di fiamma. Mia nonna dopo pranzo si beveva un amaro fatto da lei e si fumava un pezzo di sigaro toscano.
Non sto inventando, dottore, è tutta storia vera. Lei è giovane, potrei essere suo padre, penso che anche i suoi genitori siano testimoni di quell’epoca, ma forse non vivevano nella periferia veronese.
Mi sento veramente un sopravvissuto alle usanze di quel tempo che avrei potuto tranquillamente assimilare come normali pratiche di vita. In campagna dai nonni mi ci mandavano ogni tanto e notavo che ogni volta che mi venivano a riprendere per tornare a casa c’era una sorellina o un fratellino nuovo con i quali ero destinato a dividere l’attenzione dei genitori. Alla fine avevo capito qual era il vero motivo per cui mi facevano godere della vita bucolica di cui comunque conservo dei bei ricordi come il saper correre a piedi nudi nei campi di foraggio appena falciato, le lunghe passeggiate a cavallo, quello da tiro, nei campi assolati e le innumerevoli ore passate a giocare con il cane da pastore tedesco che era buonissimo specie con i bambini.
Avevo capito che bere può anche far male quando ho notato gli effetti su mio padre. A lui bastava un bicchiere di qualsiasi vino per perdere il controllo di quello che diceva, per perdere l’equilibrio fisico e mentale. Era sgradevole vederlo in quelle condizioni, a volte se ne rendeva conto e anche lui un po’ se ne vergognava, ma quando gli si presentava l’occasione di bere ci cascava in pieno. Ogni volta che incontrava per caso un suo amico o un compagno di lavoro finiva che andavano al bar degli alpini e poi tornava a casa ubriaco anche per aver bevuto un solo bicchiere. Di certo non si può dire che fosse una dipendenza la sua, forse una intolleranza, una lacuna epatica, un effetto collaterale del cin cin.
Mia madre non beveva, odiava il vino e tutti quelli che bevevano, era più attenta a non diventare grossa come mia nonna. Odiava la pancia, forse a causa delle sue numerose gravidanze.
Bruno, il lattaio, dove mi mandavano spesso a prendere un litro di latte e mezza dozzina di uova, mi proponeva un goccio di vino che teneva sotto banco come fosse una cortesia che riservava ai clienti affezionati. Rifiutavo gentilmente tanto quanto era gentile lui ad offrirmelo. Quando, qualche anno dopo, fu arrestato per spaccio di droga mi sono chiesto perché a me offriva solo il vino? Come aveva fatto a capire che ero più propenso al bere che non a sniffare? Di sicuro conosceva bene i suoi polli!
Comunque, dottore, a parte queste esperienze iniziatiche ho proseguito l’adolescenza lontano dall’alcol, ho frequentato le scuole elementari in un collegio gestito dalle suore ed il seminario vescovile poi per il ginnasio, dove il vino lo si vedeva solo durante la messa nella modica quantità a disposizione del celebrante. Siccome facevo spesso il chierichetto, ogni tanto dietro l’altare finivo l’ultima goccia lasciata dal prete, ma nulla più, perché le ampolle e la bottiglia del rabbocco venivano tenute sotto chiave. Quanta diffidenza!
Maddalena, il mio primo amore, quello che non si scorda mai, la vedevo solo durante il periodo estivo perché il resto dell’anno lo passavo rinchiuso in seminario. Era una bella ragazzina, riccioli neri, occhi celesti come l’acqua di mare, semplice e simpatica, mi aveva confidato che da piccola aveva bevuto un liquido che serviva a pulire i pennelli dalla vernice, una sostanza diluente insomma, conservata in una normale bottiglia di vetro, lasciata in un mobiletto della cucina. Per la sete non aveva avuto il tempo di annusare o assaggiare e così ne aveva ingurgitato in un attimo una quantità da star male, tanto male. L’antidoto usato per lei era una dose vomitevole di latte.
Ci trovavamo ogni tanto di nascosto nella cantina di suo padre dove tra due vecchie biciclette impolverate e un motorino rotto c’era anche una damigiana di vino posata a terra, dalla quale le avevo insegnato a prelevarne un po’ di quel buon nettare. Avevo imparato l’arte da mio nonno. Siccome la damigiana non era su uno scaffale era più difficile spillare il vino, dovevamo sdraiarci per avere la bocca sotto il livello del liquido. Io e lei ce lo bevevamo direttamente dalla canna scambiandocela da buoni complici, ma non ci siamo mai ubriacati, ne usavamo solo una piccola quantità in modo che nessuno se ne accorgesse. Era tutto il contesto molto inebriante!
Quella cantina nel seminterrato era il nostro nostro paradiso terrestre ed il tubo di gomma trasparente avvolto attorno al collo della damigiana era il nostro serpente tentatore. Mi piaceva la sua genuina timidezza, mi piaceva il suo sorriso appena accennato e le sue belle fossette sulle guance. Mi ricorderò per sempre quella volta che mi ha baciato, un forte temporale aveva oscurato la cantina all’improvviso e si era avvicinata a me per proteggersi.
Ho sentito il cuore fermarsi in gola ed il vino ribollire dentro lo stomaco.
Poi è sparita.
Suo padre aveva trovato lavoro in Svizzera e di punto in bianco si era trasferita tutta la famiglia. Per anni ho aspettato una lettera, una cartolina. Niente. Poi me ne sono fatto una ragione, nessuno sapeva l’indirizzo di dove si erano trasferiti e lei forse non sapeva il mio cognome. Forse non glielo avevo mai detto o non se l’è ricordato.
Ecco, dottore, questa è stata in sintesi la mia infanzia, non da astemio come avrebbe dovuto essere.
Dopo aver abbandonato l’ambiente ecclesiastico per mia scelta, per compensare il fatto di essere entrato per scelta altrui, mi sono dedicato agli studi per diventare enologo. Mi era rimasto l’interesse per la vite ed i tralci ed in particolare modo per il risultato che se ne poteva ricavare.
Mi sono veramente impegnato per produrre buon vino da abbinare ai vari cibi nelle più svariate occasioni. Mi piaceva il mondo del cin cin. Mi sembrava un mondo più felice. Tutti bevevano e tutti erano indotti a bere. A chi non sarebbe piaciuto imitare Lucio Battisti dicendo: combinazione ho un po’ di champagne o trovarsi con gli amici a bere del whisky al Roxy bar per emulare il grande Vasco.
Anche la pubblicità, più o meno esplicitamente, invitava a bere vini e liquori vari per farti diventare un uomo di successo o combattere il logorio della vita moderna.
Il mio medico di famiglia di allora beveva e fumava nel suo ambulatorio mentre visitava i pazienti e anche questo era un messaggio che lasciava dedurre che se lo faceva lui tanto male non doveva fare. Mi diceva spesso: mi raccomando, non seguire il mio esempio, fumare fa male e bere non risolve i problemi.
Quando si diventa adulti è più facile sentirsi padroni di se stessi e di cedere ai piaceri credendo di gestirli facilmente. Non ci si accorge nemmeno di diluire nei liquori vari i problemi e qualsiasi cosa diventa solubile nell’etanolo.
Basta dire cin cin ed il gioco è fatto.
Avere una cantina fresca e umida con tante bottiglie ben allineate ed il mobile bar ben fornito in salotto è indice di successo, anche motivo di orgoglio. Non solo, ci si sente ottimi intenditori e si sceglie la bottiglia per l’occasione come se fossimo dei sommelier di grido e non degli alcolisti qualsiasi. È tuttora un’usanza abbastanza comune mostrare le belle bottiglie costose dicendo: questa mi è stata regalata per il mio compleanno, questa l’ho vinta ad un torneo di tennis, questa è un regalo di un mio cliente di riguardo e così via. Tutti trofei da mostrare come se fosse inevitabile avere un arsenale di liquori che teniamo ovviamente per gli ospiti o per farci un goccio ogni tanto guardando la televisione o per iniziare e concludere al meglio una cena particolare con un bene augurante cin cin.
A dire il vero, dottore, ho lottato molto con me stesso per rimanere al di qua del limite molto soggettivo che separa i normali bevitori dagli alcolizzati. Forse posso dire che ce l’ho fatta ma che non è stato così facile. A favore di questa mia convinzione ci sono il ridotto numero di sbronze a mio carico che posso contare con le dita di una sola mano. Ognuna di queste sbronze mi aveva rievocato quel senso di vergogna per non essermi comportato bene e mi tornava in mente Gilda che rideva beffarda dopo avermi ubriacato con quel vino dolciastro. Gli ubriachi mi fanno pena ed ho evitato il più possibile di farmi pena.
Ma, mi dica dottore, se dovessi contare le bottiglie vino, le pinte di birra, gli spritz, gli amari, i caffè corretti e i bicchierini vari che mi sono trangugiato dove sarei posizionato nella graduatoria dei bevitori?
Ha ragione, solo il mio fegato lo può dire!
A volte riesco a stare qualche giorno in astinenza completa, convinto di potermi depurare bevendo acqua freschissima e purissima, ma poi le occasioni irrinunciabili si ripresentano puntualmente. Tra un aperitivo con gli amici, una festa di addio al celibato o una festa di laurea o un matrimonio o un compleanno le possibilità di stare in riga sono veramente poche. Le occasioni per brindare sono sempre tante, troppe. È veramente difficile dire di no.
E ogni volta che non ci riesco mi sento molto a disagio, questo senso di impotenza mi da fastidio veramente.
Ecco, dottore, in questo momento ho deciso di volermi bene, da oggi smetto di bere. Le faccio questa promessa. Voglio liberarmi di questa zavorra dei chili di troppo e degli asterischi sulle analisi, che sono ancora più pesanti, non li sopporto proprio!
Detesto il pensiero di diventare un anziano panciuto come un merlo canterino e col naso rosso tendente al bordeaux.
Detesto l’idea di essere fermato e trovato positivo all’alcol test.
Detesto l’idea di finire su un letto di ospedale per cirrosi epatica.
Detesto anche di finire su qualche articolo di giornale per incidente mortale. Non voglio nemmeno dare la soddisfazione a Gilda di sghignazzare da lassù.
Grazie, dottore, sono contento che mi abbia ascoltato, è stato davvero molto paziente. Farò subito queste nuove analisi e ci rivediamo appena arrivano i risultati.
La prossima volta verrò qui con mia moglie che ha solo qualche problemino di insonnia e di memoria. Lei non beve quasi mai, a volte solo un goccio appena sufficiente per fare un cin cin.
Scritto da Giovanni Mainenti







