La cerca
«Prego signora, si accomodi. L’abbiamo chiamata per confrontarci con lei sul rendimento scolastico di Nicola. Si sarà sicuramente accorta che le ultime verifiche sono tutte negative».
«Veramente, no, non me n’ero resa conto».
«Rispetto all’anno scorso Nicola ha subito un sensibile calo di rendimento, di cui non riusciamo a capire il motivo. Era un ragazzo interessato ad apprendere e che otteneva buoni risultati scolastici, mentre ora si dimostra totalmente indifferente a qualsiasi argomento proposto a scuola. Non sta attento in classe, non studia, non esegue i compiti assegnati per casa».
«Io… mi dispiace. Purtroppo, come penso saprete sono sola, e lavoro tutto il giorno. Nicola fino ad ora era sempre stato bravo a scuola e si era sempre arrangiato per i compiti. Ho sbagliato a fidarmi di lui, ma vi assicuro che da oggi controllerò di più».
«C’è un’altra cosa, signora. Nicola ha modificato il suo comportamento anche nei momenti liberi, come la ricreazione. Non gioca e non parla con i compagni e se ne sta tutto solo seduto sul muretto a giocare con il telefono. Anche in classe molte volte, mentre noi spieghiamo, usa il telefono sotto il banco, credendo che non ce ne accorgiamo. Ha degli amici fuori dalla scuola, fa qualche sport?».
«No, lui… alle elementari frequentava la scuola a tempo pieno, per cui quando finiva la scuola riuscivo ad andare a prenderlo. Adesso, alle medie, il pomeriggio rimane da solo fino alle cinque e mezzo, quando arrivo io. Gli preparo il pranzo la sera prima e lui deve solo scaldarlo. Quando torno dal lavoro, lo trovo sempre a casa, davanti al computer. Ogni volta mi dice che ha già studiato e fatto tutti i compiti scritti. Purtroppo, non ho parenti qui a Padova che possano aiutarmi, e non posso permettermi di fare il part-time o lasciare il lavoro».
«Comprendiamo le sue difficoltà, signora. Però era nostro dovere avvertirla di questo cambiamento di Nicola. Quello che ci preoccupa, a parte il rendimento scolastico, è il suo comportamento diventato improvvisamente introverso: sembra che non gli interessi nulla non solo della scuola, ma anche dei compagni. Potrebbe essere una reazione a qualcosa che gli è successo e di cui noi, e lei, non sappiamo niente. Potrebbe anche valutare di rivolgersi a uno psicologo».
Elisa Mambrini uscì confusa e con le gambe che le tremavano dal colloquio con i professori di suo figlio. Proprio adesso che credeva di aver finalmente sistemato un po’ di cose e pensava di poter fare progetti per lei e per Nicola che andassero un po’ più in là del vivere quotidiano.
Mentre tornava a casa a piedi dalla scuola, ripensò al punto in cui era arrivata la sua vita e alle scelte che aveva fatto fino a quel momento. Dal suo paesino della Basilicata era salita sino a Padova per frequentare la facoltà di Economia. All’inizio era stato quasi uno shock e molte volte la sera aveva pensato di mollare tutto e tornare a casa, per poi risvegliarsi la mattina e concedersi un’altra chance, ma dopo si era ambientata. I primi anni erano poi passati tranquilli ed era riuscita a integrare i soldi che le mandavano tutti i mesi i suoi genitori lavorando come cameriera in una pizzeria nei week-end. L’ultimo anno di Università, aveva conosciuto Marco. Era stato amore a prima vista, almeno per lei, che aveva perso completamente la testa. Era rimasta incinta, e lui se n’era andato. Doveva fare un master a New York e crearsi una famiglia, così giovane, avrebbe bloccato la sua carriera, le aveva detto. Era riuscita a laurearsi, con centodieci e lode, poco prima di partorire, poi erano iniziati i problemi. I suoi genitori si erano rifiutati di vedere il bambino e avevano smesso di inviarle soldi; lei aveva dovuto arrangiarsi con quel poco che aveva messo via per tutto il primo anno di vita del figlio, poi per fortuna aveva trovato un lavoro. All’inizio, metà dello stipendio se ne andava per pagare la baby-sitter che le teneva Nicola, poi quando il bambino aveva compiuto tre anni e aveva potuto iscriverlo all’asilo le cose erano andate meglio. Quando era arrivato il tempo della scuola elementare erano cominciate le soddisfazioni: Nicola era un bambino intelligente e sveglio, disponibile con i compagni e con gli insegnanti, portava a casa bellissime pagelle e lei aveva finalmente cominciato a sentirsi orgogliosa per come aveva gestito la propria vita. Ricordava ancora con emozione il giorno in cui era suonato il campanello, di sabato pomeriggio, quando non aspettava nessuno. Nicola aveva nove anni ed era in cucina a fare i compiti. Era andata ad aprire e davanti a lei c’erano i suoi genitori, suo padre con la testa china e sua madre col viso rigato di lacrime. Non li aveva più visti né sentiti da prima che nascesse Nicola, quando avevano dichiarato al telefono che per loro lei non era più una figlia. Una volta l’anno mandava loro una lettera per Natale, la mamma era molto religiosa, con poche righe, di solito “Sto bene, Nicola è un bel bambino e gode di buona salute”, inserendo nella busta una foto di Nicola fatta per l’occasione. Non le avevano mai risposto, ma mentre sua mamma in salotto non riusciva a smettere di piangere, le teneva in mano, tutte, dalla prima di quando Nicola aveva pochi mesi all’ultima, inviata poche settimane prima. Quella visita, e le successive che avevano fatto loro in Basilicata erano state importanti anche per Nicola, che qualche volta le aveva chiesto perché lui, oltre al padre, non aveva nemmeno dei nonni.
La loro vita, dopo un inizio difficile, si era normalizzata; lei lavorava all’ufficio contabilità in un’azienda alla periferia della città e guadagnava a sufficienza per vivere, se non agiatamente, almeno senza il terrore di non arrivare alla fine del mese. Tutte le estati andavano due o tre settimane al paesino a trovare i nonni… insomma, finalmente tutto filava liscio. E adesso?
Si accorse di essere arrivata davanti alla porta del condominio dove abitavano, in via Pietro Scalcerle, a pochi passi dalla Basilica del Santo e dalla bellissima piazza. Si fermò un attimo per raccogliere le idee.
«Ho affrontato situazioni peggiori, questa non può farmi paura», mormorò fra sé; quindi, salì le scale che la portarono al primo piano e alla porta del loro appartamento.
«Ciao Nicola, sono arrivata», esclamò mentre con sollievo si toglieva le scarpe col tacco e infilava le pantofole pelose che le piacevano tanto.
«Ciao mamma», le rispose lui dalla sua cameretta.
Nicola era, come sempre, seduto davanti al computer con le cuffie sulle orecchie, che armeggiava con le dita passando rapidamente da una videata colorata all’altra, parlando con chissà chi attraverso il collegamento Internet.
Elisa si rese conto che ultimamente Nicola a casa stava sempre attaccato al computer. Si chiese da quando fosse iniziata la cosa ma, in effetti, non c’era stato un inizio preciso: prima erano pochi minuti, poi sempre di più ed ora Nicola passava in pratica tutto il suo tempo libero davanti allo schermo. Quando era ora di cena doveva chiamarlo più volte e, appena finito di mangiare, Nicola tornava subito alla sua postazione in camera. Da quello che sentiva raccontare dalle sue amiche, aveva dato per scontato che tutti i ragazzi della sua età facessero così; ma, ripensando a quello che le avevano detto gli insegnanti, le venne l’atroce dubbio, per lei mamma single, di aver sottovalutato il problema.
Decise di affrontare la questione a tavola, durante la cena. Per il momento però l’avrebbe presa un po’ alla larga.
«Nicola, stavo pensando che passi veramente troppo tempo davanti al pc. Non ti viene mai voglia di uscire? Potrei iscriverti a qualche corso, o a qualche sport, così potresti fare anche nuove amicizie. Cosa ne pensi?».
«No, non ho voglia. E poi, faccio già ginnastica a scuola», le rispose il figlio guardandola perplesso.
Allora provò a cambiare approccio. «È da un po’ di tempo che tu ed io non andiamo da qualche parte insieme, come facevamo quando eri più piccolo. Che ne dici se domenica facciamo una gita da qualche parte?».
«Mamma, ormai sono grande», le rispose il figlio con una smorfia. «E poi, dove potremmo andare? Preferisco restare a casa, ho delle cose da fare al computer».
La politica della scuola media frequentata da Nicola prevedeva il contatto diretto con i genitori, per cui lui non sapeva che Elisa era appena stata a parlare con i professori, così lei calò il carico grosso.
«A proposito, a scuola come va?».
«Bene. Come il solito, perché?».
Elisa cercò di trattenere il rossore che le stava imporporando le guance e di mantenere la voce normale.
«Ieri mattina mi hanno chiamato i tuoi professori per un colloquio urgente, e stasera sono uscita un’ora prima per andare a parlare con loro». Guardò con aria severa il figlio, che si era fatto improvvisamente più attento. «Mi hanno detto che hai avuto un calo generale in tutte le materie e che sembra non t’interessi più niente della scuola. Che cosa succede, Nicola?».
«Se già sapevi che a scuola vado male, perché me lo hai chiesto?», chiese il ragazzo, alzando il tono della voce, mentre si levava in piedi e gettava il tovagliolo sulla tovaglia, abbandonando il risotto a metà e andandosene in camera.
Elisa restò seduta a tavola, cercando con fatica di trattenere le lacrime, sorpresa dalla reazione del figlio. Era la prima volta che le rispondeva così. Quando Nicola era più piccolo era tutto più facile, le preoccupazioni più grandi erano un ginocchio sbucciato, o convincerlo ad andare a letto alle nove. Quanta verità c’era nel detto: “Figli grandi, pensieri grandi”. Poiché le era andato via l’appetito, si alzò e infilò i piatti nella lavastoviglie.
Quando uscì dalla cucina per andare in bagno, passò davanti alla porta chiusa della camera del figlio. Da quando si ricordava, era la prima volta che Nicola chiudeva la porta della camera; l’aveva sempre tenuta aperta anche di notte perché aveva paura del buio e si sentiva più tranquillo così.
Nicola stava parlando con qualcuno. «No, no, niente omini, solo birre. Le mura sono troppo basse, stasera mandiamo birre in bienne. Domani mattina, se è riuscito ad alzare le mura, ritiriamo le birre e mandiamo omini».
Elisa non capiva di cosa stesse parlando il figlio. La parola “birre” l’aveva preoccupata (non avrà mica incominciato a bere?), ma non si legava col resto del discorso che aveva sentito pronunciare dal ragazzo.
Senza esserne completamente cosciente, si fermò ad ascoltare ancora.
«Sì, archi, spade, opliti e carri. No, su Armapolis invece ninjamo la colo».
Doveva essere uno di quei giochi online che a Nicola piacevano tanto, e di cui lei non aveva mai capito molto. Decise che il giorno successivo avrebbe affrontato di nuovo il problema con Nicola. In quel momento si sentiva troppo stanca e un po’ depressa, e andò a letto.
CAPITOLO DUE
«Nicola, dobbiamo parlare. C’è un problema, anzi due, e dobbiamo risolverlo. Sono tua mamma e farò di tutto per aiutarti».
Il figlio la guardò in silenzio, ed Elisa continuò. «A scuola mi hanno detto che non studi più, non fai più i compiti e passi la ricreazione a smanettare sul cellulare senza giocare o parlare con i compagni. Qui a casa stai sempre davanti al computer e non esci mai. Cerca di capire: non è che io voglia farti uscire per forza di casa, ma alla tua età è normale avere degli amici e andare con loro al cinema, o a mangiare il gelato…».
«Mamma», la interruppe Nicola. «Tu non puoi capire».
«Certo», rispose lei, piccata. «Se non me ne parli, sicuramente non potrò capire. Sono tua mamma, ho il diritto di sapere. Insieme abbiamo superato molte difficoltà, supereremo anche questa. Ma devi spiegarmi».
«Ok, allora. Sto giocando a un game online. È ambientato nell’antica Grecia. Faccio parte di un’alleanza di duecento players e sono il responsabile della fase difensiva di tutta l’alleanza. È un ruolo importante e di responsabilità, che mi occupa molto tempo. Devo essere online il maggior tempo possibile per gestire tutto in modo efficace. Sono il riferimento per giocatori di tutte le età e di tutte le parti d’Italia, non posso deluderli».
«Nicola, ma la vita non è un gioco, la vita reale richiede che tu vada bene a scuola, che tu abbia una vita sociale…».
«Ti avevo detto che non potevi capire. Nella vita reale, come la chiami tu, sono un ragazzino di tredici anni con i brufoli che fa la seconda media, all’interno del game invece sono una persona importante, tutti ascoltano le mie opinioni e mi trattano con rispetto. Adesso scusami, devo andare a vedere com’è la situazione».
Nicola si alzò da tavola e tornò in camera sua. Elisa restò seduta davanti al piatto di pasta, sconcertata e preoccupata. All’Università aveva passato anche un paio di esami di psicologia, ma non le erano necessari per capire che quello di suo figlio era un tipico caso di scollegamento dalla realtà e di rifugio in una realtà virtuale.
Passò una settimana e la vita per madre e figlio continuò secondo un rituale ormai consolidato. La mattina si alzavano e facevano colazione insieme. Elisa si era accorta che Nicola si alzava dal letto prima del solito, probabilmente per sistemare le sue cose al computer prima di andare a scuola. Gli era grata almeno che riuscissero a stare seduti a tavola assieme prima di iniziare la giornata. Poi uscivano, Nicola per andare a scuola e lei per recarsi al lavoro. Quando tornava a casa la sera, sentiva la voce del figlio dalla camera mentre parlava al microfono con qualche amico virtuale di birre e spade e altro. Cenavano insieme raccontandosi i fatti principali della giornata, anche se ultimamente Nicola rispondeva con uno scarno «come il solito, mamma, tutto ok», ed era solo lei a raccontare. Poi il figlio tornava in camera e lei guardava svogliatamente un po’ di televisione prima di andare a dormire.
Aveva parlato della morbosa attenzione che provava Nicola per quel suo gioco al computer col loro medico e con un paio di amiche, e tutti le avevano consigliato di rivolgersi al più presto a uno psicologo, ma lei tergiversava, non ancora convinta. Anche quando era rimasta incinta, abbandonata dal padre di suo figlio e dai suoi genitori, senza un lavoro e con la tesi di laurea da finire, chi la conosceva le aveva consigliato di farsi aiutare da uno psicologo, dimenticando che le visite costavano e lei aveva bisogno di ogni centesimo risparmiato. E comunque ce l’aveva fatta da sola, almeno fino a quel momento, senza ricorrere all’aiuto di nessuno. Per questo adesso esitava al pensiero di portare il figlio da uno specialista.
L’idea le venne in mente all’improvviso, spruzzandole nelle vene una ventata di ottimismo: quello che ci voleva era un cambiamento d’ambiente. L’indomani avrebbe chiesto dei giorni di ferie al lavoro e avrebbe parlato con i professori di Nicola: avrebbero fatto una vacanza fuori programma e sarebbero andati una quindicina di giorni in campagna, dai suoi genitori. Forse così sarebbe riuscita a far uscire Nicola da quella che ormai, si rendeva conto, era diventata un’ossessione per quel gioco online.
Le bastò un giorno per organizzare tutto. Al lavoro furono comprensivi e le chiesero solo di finire la settimana per passare le consegne a una collega, e a scuola non fecero difficoltà. I nonni, ovviamente, si dichiararono contenti, anche se erano rimasti sorpresi dalla proposta e incuriositi dalle generiche motivazioni di Elisa. Il difficile veniva ora: dirlo a Nicola e, soprattutto, convincerlo.
Come sempre, il momento buono arrivò a cena, quando il bisogno di cibo faceva uscire Nicola per una quindicina di minuti dal suo mondo virtuale. Sperando di ammorbidire la sua reazione, gli aveva preparato gnocchi di patate col ragù, uno dei suoi piatti preferiti.
«Nicola, ho pensato che abbiamo entrambi bisogno di un periodo di vacanza extra quest’anno. Mi sono presa due settimane di ferie dal lavoro e ho già telefonato ai nonni, che ci stanno aspettando».
«Ma… e come faccio con la scuola?».
«Ho già parlato con i professori. Non mi hanno creato nessun problema». Quindi, con più cautela: «Tutti speriamo che un cambiamento di ambiente possa farti bene».
Nicola non replicò, tenendo lo sguardo fisso sul viso della mamma.
«Dal lavoro mi sono collegata a Internet e ho visto gli orari dei treni. Se partiamo sabato mattina alle 7.53, saremo a Potenza alle 15.15: per le quattro, quattro e mezzo del pomeriggio saremo a casa dei nonni».
«Va bene», rispose infine Nicola.
Elisa faticò a trattenere il sollievo, perché aveva temuto un rifiuto secco da parte del figlio.
«Però a un patto: che mi lasci portare il portatile per giocare dalla casa dei nonni».
Le era sembrato troppo bello che Nicola avesse accettato così facilmente. Una cosa alla volta, pensò. Quando fossero arrivati dai nonni le sarebbe venuta qualche idea per allontanare Nicola da quel maledetto pc.
«Va bene, allora cominciamo a preparare le valigie», disse al figlio, scompigliandogli i capelli come quando era piccolo.
CAPITOLO TRE
Le ore di viaggio passarono velocemente: a Elisa era sempre piaciuto guardare il panorama dal finestrino del treno e lo alternava con la lettura di un libro, mentre Nicola digitava sulla tastiera dello smartphone, appisolandosi ogni tanto.
Il nonno li aspettava fuori della stazione di Potenza con la sua Fiat Punto bianca. Ci volle poco meno di mezz’ora per arrivare alla vecchia casa colonica da dove era partita quasi diciotto anni prima Elisa, nella frazione Pantano del comune di Pignola, vicino all’omonimo lago, oasi wwf. Durante la prima loro visita, dopo che Elisa si era riappacificata con i propri genitori, il nonno aveva accompagnato Nicola a visitare la riserva naturale e il bambino ne era rimasto entusiasta, tanto da chiedere poi tutti gli anni successivi di visitarla. Per lui, bambino nato e cresciuto in città, era un’esperienza totalmente nuova vedere dal vivo aironi cenerini, germani reali, folaghe e camminare lungo le passerelle del sentiero natura in mezzo alla vegetazione lacustre.
Quando arrivarono, Nicola corse dentro a salutare la nonna e stette per un po’ con loro nella grande cucina, poi tirò fuori il portatile dalla valigia e chiese di poter andare in camera.
Mentre la madre preparava la cena, Elisa spiegò ai genitori la situazione.
«Ho paura che la cosa sia andata troppo avanti e mi sento tremendamente in colpa di non essermi accorta prima che dell’esistenza del problema. Temo che se non riesco a trovare presto una soluzione Nicola sarà bocciato a scuola, ma mi preoccupa ancora di più che non riesca a discriminare tra la vita reale e quella virtuale, che diventi un disadattato».
«Hai fatto bene a venire giù, cercheremo di aiutarti», la rincuorò il padre, posandole affettuosamente una mano sulla spalla.
«Spero che il ritorno a questa terra possa guarire Nicola da quest’ossessione che si è creato», affermò lei, con gli occhi lucidi.
Il giorno dopo Nicola dormì fino a tardi e si alzò quasi all’ora di pranzo.
«Oggi pomeriggio andiamo al lago?», chiese il nonno, mentre erano a tavola. Nicola stava mangiando con appetito il risotto preparato dalla nonna.
«Possiamo andare un altro giorno? Oggi ho un appuntamento con alcuni amici al computer».
Sul viso di Elisa passò un’ombra, ma si sforzò di non farlo notare. Da che si ricordava, era la prima volta che il figlio non manifestava entusiasmo all’idea di andare all’oasi wwf.
Nel restante tempo che passarono a tavola, parlarono del più e del meno; quando i nonni chiesero a Nicola come andava a scuola, lui fu evasivo nelle risposte.
Finito di mangiare Nicola salì in camera e non lo videro più fino all’ora di cena. Durante tutte le visite che avevano fatto ai suoi genitori, dopo cena Nicola e il nonno facevano delle interminabili partite a scopa, a briscola e a scala quaranta; quella sera invece, con grande sconforto della mamma, Nicola chiese educatamente il permesso e poi si ritirò in camera.
Passò una settimana, e le speranze di Elisa si facevano sempre più fievoli: dal loro arrivo a Pantano nulla era cambiato nel comportamento del figlio, che passava le sue giornate in camera, scendendo solo per mangiare. Due giorni prima, su insistenza del nonno, erano andati tutti e tre al lago, ma durante la passeggiata sul percorso natura Nicola era svogliato e, invece di osservare gli animali e le piante della riserva, continuava a guardare l’orologio.
Mancavano tre giorni alla partenza e stavano per sedersi a tavola per pranzo, un po’ preoccupati perché il padre di Elisa era partito in macchina la mattina e non era ancora tornato. Con sollievo sentirono infine il rumore familiare della vecchia Punto provenire dal cortile e poco dopo il nonno entrò nella grande cucina tenendo in braccio un batuffolo di pelo poco più grande della sua mano stretta a pugno.
«Cos’è quella roba?», chiese la nonna, interrompendo il movimento del mestolo nella pentola del risotto.
Il nonno accarezzò teneramente il batuffolo e spuntò un musetto con due occhi vispi.
«E’ una cagnolina. Me l’ha data Antonio, quello del supermercato. Hanno fatto figliare la loro cagnetta e mi hanno chiesto se volessi un cucciolo. Non è di razza, ma resterà piccola, la mamma era una mezza Yorkshire, e il papà un piccolo bastardino».
«Ma tu non sei allergico al pelo dei cani e dei gatti?», gli chiese la moglie, con aria perplessa.
«Sì, purtroppo è vero», annuì il nonno starnutendo e facendo sobbalzare il cucciolo. «In effetti, pensavo di chiedere a Nicola e a Elisa se lo volevano tenere loro».
Elisa stava già scuotendo la testa, ragionando sul fatto che a Padova vivevano in appartamento, ma s’interruppe vedendo il figlio che si avvicinava al nonno e prendeva la cagnolina in braccio, accarezzandola.
«È bellissima, nonno. Possiamo, mamma?».
Quando vide l’espressione fra il perplesso e il sorpreso della mamma, continuò.
«Ti prometto che ne avrò cura io. La farò giocare e la porterò a fare le passeggiate. Dai mamma, possiamo portarla a Padova?».
Elisa alzò gli occhi e scambiò uno sguardo col padre sopra la testa di Nicola, sospettando che la storia di come quel cane fosse arrivato lì fosse leggermente diversa da quella che aveva appena raccontato. Il sorriso incerto dell’uomo confermò i suoi sospetti.
Elisa era sempre stata molto attenta a educare Nicola ad assumersi le proprie responsabilità e aveva letto più volte storie di cani regalati per compleanno a bambini che poi, dopo un po’ di tempo, si erano rivelati non più graditi ed erano stati portati in canile o, ancor peggio, abbandonati in strada. Però, se l’idea del padre fosse stata quella giusta? Se quella cagnolina avesse aiutato Nicola a uscire da quell’ossessione che lo teneva rinchiuso in camera davanti al pc?
«Nicola, sai che prendere un cane è un impegno? Non è che poi fra tre mesi puoi dire che non ti piace più».
«Lo so mamma, ma guardala: è così bella. Ti prometto che ne avrò cura».
«Avrei una proposta», dichiarò il nonno. «Mancano ancora tre giorni alla vostra partenza: dagli una possibilità, Elisa. Se ne avrà cura in questi tre giorni…».
«Va bene», si arrese la madre. «Vediamo come va».
Nicola passò il pomeriggio a giocare con la cagnolina, finché quest’ultima, stanca morta, si addormentò sopra un cuscino della nonna. Appena si svegliò si pose il problema di insegnarle dove fare i bisogni, perché fece la pipì sotto il tavolo della cucina. Nicola aveva preso sul serio il suo compito di tutore del cucciolo, perché si armò di Scottex e disinfettante e asciugò la piccola pozza. Nel frattempo, il nonno era arrivato con una pettorina e un guinzaglio, e appena dopo cena Nicola portò la sua nuova amica a fare una passeggiata nel cortile.
«Non so se durerà, ma non mi sembra neanche vero: oggi pomeriggio Nicola non è stato nemmeno un minuto davanti al computer», confidò Elisa ai genitori. «Grazie, papà», gli disse, avvicinandosi e dandogli un bacio sulla guancia.
In quel momento Nicola rientrò preceduto dal cucciolo che abbaiava felice.
«Credo che Jenny sia affamatissima. Abbiamo qualcosa da darle da mangiare?», chiese preoccupato.
«Antonio mi ha consigliato queste crocchette», rispose il nonno. «Sono specifiche per cani di piccola taglia. Mi ha detto anche che è abituata a mangiarle insieme a del petto di pollo triturato».
«Che io ho appena preparato», intervenne con un sorriso la nonna.
Nicola aprì il pacco delle crocchette, le mise su un piattino e aggiunse sopra il pollo triturato, come se fosse del formaggio grana su una pastasciutta.
«Vieni, Jenny, la pappa è pronta».
La cagnolina drizzò le orecchie e arrivò trotterellando dal ragazzo; sembrò entusiasta del piattino che gli aveva preparato Nicola, perché mangiò con appetito la sua cena, facendo anche un ruttino alla fine, che fece sorridere tutta la famiglia.
Nei due giorni successivi Nicola continuò ad avere cura del cane, limitando l’uso del computer a quando la cucciola dormiva, oppure tenendola sulle ginocchia e accarezzandola con una mano, mentre con l’altra digitava sulla tastiera.
Il giorno della partenza il nonno e la nonna li accompagnarono alla stazione di Potenza. Elisa e Nicola partirono per Padova insieme a Jenny, che dovette viaggiare dentro un trasportino. All’inizio uggiolò poco contenta, ma poi si addormentò sulla coperta che Nicola aveva messo dentro e dormì per tutto il viaggio.
CAPITOLO QUATTRO
La sera a cena Elisa, mentre il cane divorava le sue crocchette e il pollo, affrontò un argomento che le stava a cuore.
«Nicola, sono contenta che ti sia affezionato a Jenny, ma c’è una cosa che ti devo dire. Domani tornerai a scuola… sai come la penso: anche se adesso magari non te ne rendi conto, la scuola è importante e ti permetterà di crearti una tua posizione nella vita».
«Lo so, mamma. Ti prometto che riprenderò a studiare e starò attento in classe. Ho capito che il game a cui sto giocando al computer è solo un gioco, ma il real è da un’altra parte. Giocherò ancora, se me lo permetti, ma resterà appunto solo un gioco, un passatempo».
A Elisa sembrò di vedere uno squarcio di sole fra le nubi: ce l’aveva fatta, con l’aiuto prezioso dei suoi genitori aveva risolto i problemi di Nicola e forse la loro vita poteva ricominciare con serenità.
Nei successivi due mesi Nicola mantenne la promessa e alla consegna delle schede di valutazione i professori le confessarono di essere stupiti del repentino cambiamento dell’atteggiamento di Nicola a scuola, che aveva ricominciato a relazionarsi con i compagni e a prestare attenzione alle attività svolte in classe. La sera si sedeva ancora davanti al computer, ma in modi e con tempi neppur lontanamente paragonabili all’ossessione che aveva prima.
Poi, il 13 marzo, successe il fatto.
Elisa era al lavoro quando le squillò il cellulare privato. Quel numero era conosciuto solo da un ristretto numero di persone: Nicola, i genitori, qualche amica, la ragazza albanese che veniva a farle le pulizie due volte la settimana. La voce disperata di quest’ultima la informò, fra i singhiozzi, che non riusciva più a trovare il cane.
Elisa chiese un permesso e tornò subito a casa. Quando arrivò, trovò la ragazza che stava ancora cercando in tutte le stanze chiamando per nome la cagnolina. Cercò di calmarla e si fece spiegare esattamente tutte le cose che aveva fatto quella mattina. La ragazza era confusa, ma poi si ricordò che, quando era tornata a casa dopo aver buttato via i sacchi delle immondizie, aveva trovato la porta socchiusa. Elisa tremò al pensiero che Jenny potesse averla seguita e poi… chissà adesso dove poteva essere. Uscirono di casa e iniziarono a cercarla nella piazza e nelle vie vicine, ma senza nessun risultato. Allora tornarono all’appartamento, per guardare un’ultima volta sotto tutti i letti e in ogni angolo, ma la cagnolina era sparita nel nulla. Alla fine, si sedettero in cucina, demoralizzate.
In quel momento arrivò da scuola Nicola, che appena mise piede in casa, si accorse che qualcosa non andava.
«Ciao mamma, ciao Ramona, come mai siete qui? È successo qualcosa?».
Elisa aveva sempre affrontato le difficoltà della vita in modo diretto, e anche quella volta non fece eccezioni.
«Nicola, non troviamo più Jenny. Abbiamo rivoltato la casa e non c’è. Siamo anche andate fuori a cercarla, ma non l’abbiamo trovata».
Nicola sbiancò in volto.
«Ma come ha fatto a uscire? I cani non sanno aprire le porte».
Fu il turno di Ramona a sbiancare.
«Io… io non l’ho fatto apposta. Sono uscita per portare via le immondizie e non ho chiuso bene la porta. Credo che Jenny mi abbia seguita… mi dispiace tanto», concluse riprendendo a singhiozzare.
«Andiamo ancora a cercarla, in tre potremo controllare più strade», propose Elisa.
«Sì, muoviamoci», esclamò Nicola, che arrivò fino alla porta dell’appartamento e poi si fermò di colpo.
«Un momento, ho un’idea. Venite con me». Sotto gli occhi increduli delle due donne, aprì la porta della sua camera e si sedette davanti al computer.
«Ho un po’ smesso, ma dovrei avere ancora degli amici, almeno spero», borbottò mentre accendeva il pc, si metteva le cuffie e aggiustava il microfono vicino alla bocca.
Nicola armeggiò per qualche minuto con i tasti del computer, poi iniziò a parlare.
«Ciao, Leleago».
«Hai ragione, ma sai com’è, la scuola, lo studio e il resto».
«Ascolta, ho un problema nel real e vorrei chiederti una mano. Stamattina mi è scappato il cane e non riesco più a trovarlo. Io abito a Padova, vicino alla Basilica del Santo. Avevo pensato di organizzare una squadra di ricerca con quelli della nostra alleanza che abitano a Padova o nei dintorni».
«Sul serio? Un avviso comune a tutte le alleanze del server?».
«Ok, allora. Sul serio dici che anche i nostri nemici verrebbero per collaborare?».
«A che ora diamo appuntamento alla squadra di ricerca?».
«Sì, c’è abbastanza tempo per arrivare e c’è ancora un’ora o due di luce».
«Davvero? Grande! Non so come ringraziarti. Così finalmente ci conosciamo. Va bene allora, a dopo, ciao».
Nicola si tolse le cuffie e accese la stampante, da cui cominciarono a uscire fogli con la foto a colori di Jenny.
Quando Nicola spense il computer, si trovò davanti alle facce costernate della mamma e della ragazza delle pulizie.
«Perché mi guardate così? Ho organizzato una squadra di ricerca per ritrovare Jenny. Abbiamo appuntamento alle 16.30 davanti al Santo. Spero che si presenti una decina di persone, così saremo in più a cercare. Intanto possiamo cominciare noi, giusto?», propose, infilando il cellulare in tasca e raccogliendo tutti i fogli che aveva stampato.
Superato lo sbigottimento, Elisa e Ramona si unirono a Nicola e ricominciarono a perlustrare la piazza e le vie vicine, ma senza successo. Erano da poco passate le quattro del pomeriggio quando le due donne s’incontrarono sulla stessa via, provenendo da direzioni opposte. Non servì che si chiedessero se c’erano novità positive, perché gli sguardi esprimevano già la loro delusione.
«Ho paura che Jenny si sia rifugiata dentro qualche portone che potrebbe aver trovato aperto», considerò Elisa. «Se poi l’hanno chiuso, è rimasta intrappolata dentro».
«Io invece ho paura che qualcuno l’abbia portata via», confessò Ramona che, più passava il tempo e le loro ricerche non avevano esito, più si sentiva in colpa. Elisa le aveva accennato al miracolo compiuto dal cane e questo la faceva stare ancora più male.
Continuarono la ricerca insieme, come per farsi forza. Dopo poco arrivarono in piazza, di fronte alla Basilica. Lì videro Nicola che distribuiva i manifestini, che aveva stampato prima a casa, a un gruppo eterogeneo di una quarantina di persone, maschi e femmine, un po’ di tutte le età.
Un distinto signore vestito in modo elegante sembrava aver preso in mano le redini dell’operazione, perché stava distribuendo fotocopie di cartine della parte di città intorno al Santo, divisa in zone e colorate in tinte diverse, e formando dei gruppi a cui assegnava una specifica area di competenza.
«Vedi mamma, quello è Leleago, il founder della mia alleanza. Abita a Verona, ma ha voluto partecipare anche lui alla cerca», spiegò Nicola, che intanto si era avvicinato.
Elisa osservò lo svolgersi delle operazioni che procedevano con un’efficienza quasi militare: in meno di dieci minuti furono formati sei gruppi che partirono con i fogli in mano in direzioni diverse alla ricerca del cane scomparso.
«Credo che noi due possiamo tornarcene a casa», disse Elisa a Ramona, mettendole una mano sulla spalla. «Mi sembrano ben organizzati. Se Jenny è ancora qua in giro, la troveranno».
«Mi dispiace tanto, Elisa».
«Non sentirti in colpa, Ramona, ti chiamo se la trovano. Vai a casa, adesso».
Erano le sette e fuori era buio quando squillò il cellulare. Elisa andò a rispondere con il cuore in gola.
«L’abbiamo trovata, mamma. Era arrivata fino a Prato della Valle. Penso abbia camminato per un chilometro. Era in mezzo all’erba, infreddolita e impaurita, ma sembra stia bene».
Elisa s’infilò il cappotto e andò incontro al figlio e ai suoi amici. Li sentì da lontano, un insieme di voci festanti che fendevano l’aria davanti alla Basilica del Santo. Non era religiosa, ma si scoprì a guardare la Basilica e indirizzare un ringraziamento a S. Antonio.
Restò in disparte a osservare quel gruppo di persone, maschi e femmine, di età diverse, scherzare e ridere festeggiando il ritrovamento del cane. Il figlio, col cane in braccio e un grande sorriso stampato sulle labbra, parlava con i suoi amici. Da quel che aveva intuito, non si erano mai incontrati prima e avevano avuto rapporti solo tramite le chat del computer, ma pareva si conoscessero da anni.
Un po’ alla volta se ne andarono tutti, con grandi strette di mano e promesse di rincontrarsi. Restò solo il signore distinto che aveva coordinato la ricerca e, insieme a Nicola, s’incamminarono nella sua direzione. Quando il figlio la vide, mise giù la cagnolina.
«Guarda Jenny, c’è la mamma. Vai, corri!».
Il cane drizzò le orecchie e partì veloce come una freccia in direzione di Elisa, che intanto si era inginocchiata, e le saltò in braccio scodinzolando.
«Mamma, questo è Leleago. Scusa, Daniele. È il founder della mia alleanza. È lui che ha organizzato tutto oggi. Possiamo invitarlo a cena?».
«Mamma è un’ottima cuoca», aggiunse Nicola rivolgendosi all’uomo.
«Molto piacere, signora, mi chiamo Daniele Agostini. Non vorrei disturbare», le disse, porgendole la mano.
«Elisa Mambrini, il piacere è mio. Nessun disturbo, ci mancherebbe. È il minimo che possa fare, per ringraziarla di tutto quello che ha fatto per trovare il cane di Nicola», affermò Elisa, mentre gli stringeva la mano e mentalmente pensava a cosa avesse in casa. Per fortuna, era appena passata Ramona e l’appartamento era in ordine.
Quando arrivarono davanti al portone del loro palazzo, il signor Agostini si fermò.
«Scusatemi un secondo, arrivo subito», e tornò indietro verso la piazza.
Elisa ne approfittò per telefonare a Ramona e comunicarle la buona notizia. Cinque minuti dopo suonò il campanello e andò ad aprire. Era il signor Agostini, con un mazzo di rose rosse in mano.
«Ma… non doveva», balbettò Elisa che, per la prima volta dopo anni, provò di nuovo la sensazione delle farfalle che svolazzavano all’interno del suo stomaco. Forse, ma solo forse, avrebbe dovuto ringraziare quel game on line a cui giocava Nicola, se le aveva permesso di conoscere Daniele Agostini.
Scritto da Mazzucchi







