Penelope e l’odissea, Itaca e Milano
Mi chiamo Penelope e non ho mai creduto, come invece sostengono tantissime persone che conosco, che ognuno di noi abbia il suo destino racchiuso nel significato del proprio nome. Il mio, ad esempio, deriva dal greco e significa “tessitrice”; ma io non so mettere un filo nella cruna di un ago, figuriamoci tessere una tela. Ecco, tutto questo era vero fino all’inizio di questa storia, la cui fine è il motivo che mi spinge a raccontare. Nel mio nome c’è racchiusa l’odissea. In questa storia, però, io non sono colei che aspetta il ritorno dell’amato eroe, bensì il personaggio in fuga da mostri e incantesimi, la figura che deve fare i conti con le onde tormentate di quel mare in tempesta che è la vita e con l’ira di dei che non hanno avuto la grazia di donarmi un amore sincero.
Dimenticatevi di Ulisse e delle sue gesta eroiche. O meglio, dimenticatevi di lui e basta, ma non di quello che ha vissuto: il canto delle sirene, l’ira di Polifemo, gli oscuri tranelli di Circe. Ora, tutto questo è reale: io ne sono la prova.
Quello che credevo amore è stato il cavallo di Troia.
Io l’amore credevo di averlo trovato, sapete? Ne ero talmente convinta che ho lasciato la mia città, Trani, per seguire quell’uomo nella sua, Viterbo. Ci siete mai stati a Trani? E ci siete mai stati a Viterbo? Beh, se la risposta è sì, comprenderete che bisogna essere proprio innamorati per lasciare il mare, il vento e il sole di Trani per andare a Viterbo. Neanche nel centro storico, che è molto carino. Ma in una zona di recente costruzione che dà sulla tangenziale. Appartamento vista traffico, ecco dove ero finita.
Ma era il paradiso; almeno così pensavo.
Ho lasciato la classe delle elementari in cui insegnavo. Ho lasciato i miei alunni, i loro volti, i loro sorrisi. Ho lasciato le colleghe e le risate che ci facevamo davanti a un bicchiere di vino bianco dopo i consigli di classe. Ho lasciato la bicicletta con cui andavo a scuola e il campanello a forma di coccinella. Ho lasciato tutto questo, ho lasciato un contratto a tempo indeterminato per trasferirmi da lui a Viterbo.
E ho smesso di lavorare.
Mi ripeteva: “Basta il mio stipendio per tutti e due, non ti preoccupare”. Gli ho creduto.
L’odissea è cominciata qualche mese prima. Lo avevo conosciuto in vacanza in Calabria, si chiamava Santiago, ma tutti lo chiamavano Iago. Non era di quella bellezza da togliere il fiato, ma aveva un modo di fare e una dialettica che mi ha rapita completamente. Non avevo trovato alberi maestri cui farmi legare e così il suo canto da sirena mi ha rapita completamente: le sue braccia come le onde del mare d’estate a mezzogiorno, avvolgenti e accoglienti al punto tale da non rendermi conto che stavo iniziando a sprofondare nell’abisso.
Mi ha conquistata. O meglio, mi sono fatta conquistare senza opporre resistenza. La dipendenza è iniziata in questa maniera.
Il rapporto a distanza non faceva per noi. Ed ecco perché dopo cinque mesi di telefonate infinite, di weekend nei bed and breakfast a divorarci di passione senza freni, di treni e autobus, di permessi dal lavoro, di cene al lume di candela e di gite come adolescenti innamorati, mi sono trovata a caricare sulla mia auto valige pesantissime, facendo i conti per buona parte del viaggio con qualche lacrima per ciò che lasciavo, anestetizzandole con una gioia nel cuore per il futuro con Santiago verso cui stavo andando incontro.
Che illusa.
Se oggi mi guardo indietro, mi rendo conto che l’assuefazione verso un essere umano – che non è amore, intendiamoci – avanza lenta, ma ogni millimetro che conquista non lo lascia più andare. È narcotizzante e, seppur sbagliata, inizia a capire che di quella sensazione non puoi più farne a meno.
“Devi chiamare a casa tutte le sere?”.
“Le tue amiche le hai sentite per messaggio, perché non spegni il telefono?”.
“Ma davvero vengono a trovarti i tuoi parenti? Dai, domenica avevo organizzato una giornatina solo io e te. Digli che non puoi, farete un’altra volta”.
Anche delle umiliazioni, anche delle domande a cui l’unica risposta che puoi dare è “Scusa” non puoi più fare a meno. Ecco com’è proseguita. Le sue parole come un veleno magico mi entravano nelle orecchie e si insinuavano nei meandri della mente, apparendomi sensate.
Gli appartenevo. Ero l’ubriaco davanti all’ennesimo bicchiere, il ludopatico che mette l’ennesima moneta nelle slot machine, il tossico che infila l’ago nel braccio, il fumatore che si accende la prima sigaretta appena sveglio. Ero tutto questo e molto altro, anche se non riuscivo a capire cosa. L’unica cosa certa che non ero più era Penelope.
Prima ho smesso di rispondere ai messaggi delle ex colleghe.
Poi a quelli di Anna, la mia migliore amica.
Poi a quelli di Nicola, mio fratello.
Poi alle telefonate di mia madre e di mio padre.
Mi chiamavano e non rispondevo. Mandavo un messaggio: “Ora sono impegnatissima, ti richiamo io”. Non lo facevo mai.
Che senso aveva richiamare quegli affetti trasformati in maiali dal sortilegio di quell’uomo, una maga Circe con gli occhi di ebano, gli zigomi alti e il pizzetto ben curato, che mi aveva fatto diventare “roba sua”?
Stavo in casa sua tutto il giorno. Mi alzavo alle 6.30 per preparargli la colazione, Iago usciva di casa alle 7.30. Poi facevo colazione io, sistemavo, preparavo qualcosa per pranzo, pulivo, guardavo la tv, a volte leggevo, preparavo la cena, mi facevo scopare quando rientrava, cenavamo, guardavamo i film che piacevano a lui o il Milan quando giocava, poi andavamo a letto.
Così a ripetersi per giorni.
I giorni sono diventati settimane.
E le settimane sono diventati mesi.
Una volta mi ha dato un compito: andare a pagare le bollette. Una cosa da nulla, no? L’abbiamo fatto tutti. Però, avevo paura di deluderlo in qualche modo. Aveva paura di sbagliare, di far arrabbiare l’uomo che mi aveva tolto il mio passato illudendomi che quello tra noi fosse amore. Avevo paura di tradire la fiducia di chi aveva messo in pausa la mia vita, rendendomi possibile solo esistere. E, purtroppo, è successo. Avevo lasciato una bolletta a casa, era finita sotto le pubblicità del supermercato che avevo spostato per cercare le chiavi. La bolletta è scaduta e a lui è arrivato il sollecito. Me ne ha dette di ogni colore, poi ha aggiunto pure: “Colpa della tua famiglia di merda, che non ti ha insegnato un cazzo”.
Mi ha dato uno schiaffo.
La guancia bruciava, è diventata rapidamente rossa. Non potevo permettermi di piangere, non trovavo spazio per le lacrime mentre la mia mente era impegnata a ripetere: “Ha ragione lui, colpa loro e colpa tua, cretina. Ha ragione lui, colpa loro e colpa tua, cretina. Ha ragione lui, colpa loro e colpa tua, cretina…”.
La dipendenza era completa: esisteva solo lui, io ero il nulla.
E se lo diceva lui, allora era vero: era tutta colpa della mia famiglia.
Se Santiago ce l’ha con me è colpa loro. Se Santiago non è felice è colpa mia e se per colpa mia non riesco a farlo felice è colpa delle persone con cui sono cresciuta.
Non era stata l’unica volta in cui è successa una cosa del genere. È stata la prima.
Il piatto rotto che gli aveva regalato la zia.
Il maglione infeltrito perché avevo sbagliato lavaggio.
La camicia che non avevo fatto in tempo a stirare.
Il copione era sempre lo stesso. Cambiava invece la guancia in cui arrivava lo schiaffo. Iago era gentile, le alternava. Anche i pensieri erano gli stessi.
A volte, però, succedeva qualcosa e pensavo che no, non era colpa della mia famiglia e nemmeno mia. Non so da dove venissero quei pensieri che, a differenza mia, erano liberi. Ma quando giungevano avevano la potenza di un uragano in una stanza. Pensavo che fosse colpa sua, che fosse lui quello sbagliato, non io. E allora ripensavo a Trani e mi veniva voglia di andarmene e ricominciare tutto.
L’errore più grande era stato dirglielo durante una sera, a cena. Non ce n’era motivo, non avevamo discusso. A dire il vero, lui nemmeno mi ha parlato quella sera quando è rientrato dopo il calcetto con gli amici: si è seduto, ha acceso la televisione e ha iniziato a mangiare. A mezza bocca ho detto che volevo tornarmene a casa, che non ero più felice – non ce lo fossi mai stata – lì con lui.
Si era bloccato, facendo cadere le posate sul piatto. Con il bolo fermo tra la lingua e la gola, mi ha guardato. Ho abbassato lo sguardo, chiedendomi con che coraggio avessi osato dire una cosa del genere. Iago si è alzato, è andato in cucina, ha aperto un cassetto ed è tornato.
“Se te ne vai io mi ammazzo”. Aveva preso un coltello tagliente, di quelli in ceramica, avvicinandoselo alle vene dei polsi. D’un tratto, le urla, come un gigante accecato, tradito da qualcuno che aveva detto di chiamarsi Nessuno. Allora io gli sono corsa incontro e gli ho chiesto scusa. Mi sono inginocchiata avvicinando il capo ai suoi piedi, rannicchiata come un verme, il tappeto di quello che, ho letto da qualche parte, gli esperti chiamano narcisista. Se si fosse ucciso sarebbe stata colpa mia. Tutto questo è durato per tre anni.
Quando la mia famiglia saliva a trovarmi o quando le mie amiche mi chiedevano di vederci, Iago era sempre presente. E quando loro volevano che scendessi, lui metteva il muso, a volte riprendeva il coltello dicendo che magari, se fossi scesa, al mio ritorno lo avrei trovato in una pozza di sangue. “Mi vuoi abbandonare. Con tutto l’amore che ti do, tu mi vuoi abbandonare. Cagna”, diceva. Oppure stringeva i pugni e non diceva nulla. Allora mi passavo una mano sulla guancia e prendevo l’unica decisione che mi sembrava sensata: non scendevo. Mai. Nemmeno quando è nato il figlio di mio fratello sono scesa; a Iago i bambini non sono mai piaciuti.
Un giorno mi è arrivata una chiamata. Era una scuola di Milano, una scuola privata; mi aveva proposto un contratto per insegnare da loro. Mi ero pure dimenticata dei curricula che avevo inviato in passato per posti come quello. Chi aveva tempo di ricordarsi di aver avuto una vita quando c’era una dipendenza che, ogni giorno, chiedeva dazio?
“Allora, dottoressa, è interessata?”.
Stavo in silenzio, ma dentro di me c’era l’Apocalisse. Mentre mi parlavano dall’altro capo del telefono, io mi guardavo allo specchio. Sciatta, in tuta, con le occhiaie, senza un filo di trucco, le doppie punte e la pelle pallida. Magra, forse avevo perso anche una taglia di seno, i capillari rotti sulla guancia dopo l’ultimo schiaffo che mi fissavano e che non avevo diritto di nascondere; non mi potevo truccare, Iago non voleva. Ho visto una donna che si stava buttando via. Ho visto come stavo morendo, ho visto il passato a cui ho voltato le spalle solo per compiacere colui che credevo avesse le sembianze dell’amore invece era fatto di tenebra. E in quella telefonata ho sentito per la prima volta il profumo di una luce che voleva tornare ad illuminarmi.
“Sì, accetto”. Avevo fatto la follia.
Mi aspettavano il giorno dopo a Milano per firmare il contratto.
Ho preso le mie cose, quelle poche che mi restavano, ho preso le chiavi della mia macchina, sono uscita. Prima di accendere, ho avuto un attacco di panico: la corda invisibile che mi teneva legata a lui si era fatta indistruttibile. Immobile, bloccata, una lastra di ghiaccio che tremava. I battiti accelerati. Poi un clacson: “Vuoi partire o vuoi stare qui tutta la vita?” mi ha urlato uno sconosciuto. Ero tra Scilla e Cariddi.
Non so come, non so con quale forza, non so da quale angolo oscuro di me sia uscito quell’impeto ma ho premuto l’acceleratore e, per la prima volta, dall’abisso in cui mi aveva portato Santiago sono emersa.
L’aria.
Mi ero dimenticata di come fosse fatta.
Ho guidato senza mai fermarmi.
Sono arrivata a Milano a notte fonda, senza un posto dove andare, eppure leggera.
Per tutto il tragitto ho viaggiato con il cellulare spento. Il silenzio era più rumoroso delle voci che mi dicevano di tornare indietro, di chiedere perdono e di accettare l’ennesima punizione. Il silenzio era la risposta e, avrei scoperto tempo dopo, l’arma. Quando ho riacceso il cellulare avevo più di centoventi chiamate di Iago. Messaggi minacciosi e suppliche. La foto del coltello appoggiata sui polsi.
Non so che cosa si sia impossessato di me al punto tale da digitare un messaggio con due semplici parole. Ho aspettato che la doppia spunta diventasse blu, che leggesse il mio: “È finita”. Poi l’ho bloccato.
Ero sul punto di crollare, svuotata del vuoto che mi aveva fagocitato rendendomi niente. Con l’ultimo grammo di forze, o forse con il primo briciolo di umanità di una Penelope che stava tornando, ho chiamato i miei genitori, erano le 4 di notte. Ho raccontato loro tutto, ma davvero tutto. Un’odissea di tre anni tossici, la mia discesa agli inferi e poi quella telefonata che mi ha ricordato che ero viva. E io che me ne ero dimenticata di esserlo.
Non ho mai sentito i miei genitori piangere come quella notte, l’ultima cosa che hanno detto è che avrebbero preso il primo treno per raggiungermi.
Milano di notte è silenziosa, il buio si nasconde tra i lampioni e cerca di non fare troppo rumore. Sono scesa dall’auto e mi sono accesa una sigaretta che ho trovato nel cruscotto, chissà da quanto tempo era lì? Iago odiava il fumo e mi ha obbligata a smettere.
Ho aspirato e buttato fuori.
Non mancava molto all’alba, l’alba in cui ho capito che ognuno ha il proprio destino racchiuso nel nome. E che, in fondo, Milano assomiglia a Itaca.
Scritto da Federico Bonati







