{"id":5379,"date":"2026-07-19T10:32:41","date_gmt":"2026-07-19T08:32:41","guid":{"rendered":"https:\/\/magazine.addictus.it\/?p=5379"},"modified":"2026-07-19T10:32:43","modified_gmt":"2026-07-19T08:32:43","slug":"penelope-e-lodissea-itaca-e-milano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/magazine.addictus.it\/?p=5379","title":{"rendered":"Penelope e l\u2019odissea, Itaca e Milano"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi chiamo Penelope e non ho mai creduto, come invece sostengono tantissime persone che conosco, che ognuno di noi abbia il suo destino racchiuso nel significato del proprio nome. Il mio, ad esempio, deriva dal greco e significa \u201ctessitrice\u201d; ma io non so mettere un filo nella cruna di un ago, figuriamoci tessere una tela. Ecco, tutto questo era vero fino all\u2019inizio di questa storia, la cui fine \u00e8 il motivo che mi spinge a raccontare. Nel mio nome c\u2019\u00e8 racchiusa l\u2019odissea. In questa storia, per\u00f2, io non sono colei che aspetta il ritorno dell\u2019amato eroe, bens\u00ec il personaggio in fuga da mostri e incantesimi, la figura che deve fare i conti con le onde tormentate di quel mare in tempesta che \u00e8 la vita e con l\u2019ira di dei che non hanno avuto la grazia di donarmi un amore sincero.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dimenticatevi di Ulisse e delle sue gesta eroiche. O meglio, dimenticatevi di lui e basta, ma non di quello che ha vissuto: il canto delle sirene, l\u2019ira di Polifemo, gli oscuri tranelli di Circe. Ora, tutto questo \u00e8 reale: io ne sono la prova.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quello che credevo amore \u00e8 stato il cavallo di Troia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Io l\u2019amore credevo di averlo trovato, sapete? Ne ero talmente convinta che ho lasciato la mia citt\u00e0, Trani, per seguire quell\u2019uomo nella sua, Viterbo. Ci siete mai stati a Trani? E ci siete mai stati a Viterbo? Beh, se la risposta \u00e8 s\u00ec, comprenderete che bisogna essere proprio innamorati per lasciare il mare, il vento e il sole di Trani per andare a Viterbo. Neanche nel centro storico, che \u00e8 molto carino. Ma in una zona di recente costruzione che d\u00e0 sulla tangenziale. Appartamento vista traffico, ecco dove ero finita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma era il paradiso; almeno cos\u00ec pensavo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho lasciato la classe delle elementari in cui insegnavo. Ho lasciato i miei alunni, i loro volti, i loro sorrisi. Ho lasciato le colleghe e le risate che ci facevamo davanti a un bicchiere di vino bianco dopo i consigli di classe. Ho lasciato la bicicletta con cui andavo a scuola e il campanello a forma di coccinella. Ho lasciato tutto questo, ho lasciato un contratto a tempo indeterminato per trasferirmi da lui a Viterbo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E ho smesso di lavorare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi ripeteva: \u201cBasta il mio stipendio per tutti e due, non ti preoccupare\u201d. Gli ho creduto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019odissea \u00e8 cominciata qualche mese prima. Lo avevo conosciuto in vacanza in Calabria, si chiamava Santiago, ma tutti lo chiamavano Iago. Non era di quella bellezza da togliere il fiato, ma aveva un modo di fare e una dialettica che mi ha rapita completamente. Non avevo trovato alberi maestri cui farmi legare e cos\u00ec il suo canto da sirena mi ha rapita completamente: le sue braccia come le onde del mare d\u2019estate a mezzogiorno, avvolgenti e accoglienti al punto tale da non rendermi conto che stavo iniziando a sprofondare nell\u2019abisso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi ha conquistata. O meglio, mi sono fatta conquistare senza opporre resistenza. La dipendenza \u00e8 iniziata in questa maniera.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il rapporto a distanza non faceva per noi. Ed ecco perch\u00e9 dopo cinque mesi di telefonate infinite, di weekend nei bed and breakfast a divorarci di passione senza freni, di treni e autobus, di permessi dal lavoro, di cene al lume di candela e di gite come adolescenti innamorati, mi sono trovata a caricare sulla mia auto valige pesantissime, facendo i conti per buona parte del viaggio con qualche lacrima per ci\u00f2 che lasciavo, anestetizzandole con una gioia nel cuore per il futuro con Santiago verso cui stavo andando incontro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Che illusa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se oggi mi guardo indietro, mi rendo conto che l\u2019assuefazione verso un essere umano \u2013 che non \u00e8 amore, intendiamoci \u2013 avanza lenta, ma ogni millimetro che conquista non lo lascia pi\u00f9 andare. \u00c8 narcotizzante e, seppur sbagliata, inizia a capire che di quella sensazione non puoi pi\u00f9 farne a meno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cDevi chiamare a casa tutte le sere?\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cLe tue amiche le hai sentite per messaggio, perch\u00e9 non spegni il telefono?\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cMa davvero vengono a trovarti i tuoi parenti? Dai, domenica avevo organizzato una giornatina solo io e te. Digli che non puoi, farete un\u2019altra volta\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche delle umiliazioni, anche delle domande a cui l\u2019unica risposta che puoi dare \u00e8 \u201cScusa\u201d non puoi pi\u00f9 fare a meno. Ecco com\u2019\u00e8 proseguita. Le sue parole come un veleno magico mi entravano nelle orecchie e si insinuavano nei meandri della mente, apparendomi sensate.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli appartenevo. Ero l\u2019ubriaco davanti all\u2019ennesimo bicchiere, il ludopatico che mette l\u2019ennesima moneta nelle slot machine, il tossico che infila l\u2019ago nel braccio, il fumatore che si accende la prima sigaretta appena sveglio. Ero tutto questo e molto altro, anche se non riuscivo a capire cosa. L\u2019unica cosa certa che non ero pi\u00f9 era Penelope.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Prima ho smesso di rispondere ai messaggi delle ex colleghe.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Poi a quelli di Anna, la mia migliore amica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Poi a quelli di Nicola, mio fratello.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Poi alle telefonate di mia madre e di mio padre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi chiamavano e non rispondevo. Mandavo un messaggio: \u201cOra sono impegnatissima, ti richiamo io\u201d. Non lo facevo mai.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Che senso aveva richiamare quegli affetti trasformati in maiali dal sortilegio di quell\u2019uomo, una maga Circe con gli occhi di ebano, gli zigomi alti e il pizzetto ben curato, che mi aveva fatto diventare \u201croba sua\u201d?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Stavo in casa sua tutto il giorno. Mi alzavo alle 6.30 per preparargli la colazione, Iago usciva di casa alle 7.30. Poi facevo colazione io, sistemavo, preparavo qualcosa per pranzo, pulivo, guardavo la tv, a volte leggevo, preparavo la cena, mi facevo scopare quando rientrava, cenavamo, guardavamo i film che piacevano a lui o il Milan quando giocava, poi andavamo a letto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Cos\u00ec a ripetersi per giorni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I giorni sono diventati settimane.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E le settimane sono diventati mesi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una volta mi ha dato un compito: andare a pagare le bollette. Una cosa da nulla, no? L\u2019abbiamo fatto tutti. Per\u00f2, avevo paura di deluderlo in qualche modo. Aveva paura di sbagliare, di far arrabbiare l\u2019uomo che mi aveva tolto il mio passato illudendomi che quello tra noi fosse amore. Avevo paura di tradire la fiducia di chi aveva messo in pausa la mia vita, rendendomi possibile solo esistere. E, purtroppo, \u00e8 successo. Avevo lasciato una bolletta a casa, era finita sotto le pubblicit\u00e0 del supermercato che avevo spostato per cercare le chiavi. La bolletta \u00e8 scaduta e a lui \u00e8 arrivato il sollecito. Me ne ha dette di ogni colore, poi ha aggiunto pure: \u201cColpa della tua famiglia di merda, che non ti ha insegnato un cazzo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi ha dato uno schiaffo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La guancia bruciava, \u00e8 diventata rapidamente rossa. Non potevo permettermi di piangere, non trovavo spazio per le lacrime mentre la mia mente era impegnata a ripetere: \u201cHa ragione lui, colpa loro e colpa tua, cretina. Ha ragione lui, colpa loro e colpa tua, cretina. Ha ragione lui, colpa loro e colpa tua, cretina\u2026\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La dipendenza era completa: esisteva solo lui, io ero il nulla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E se lo diceva lui, allora era vero: era tutta colpa della mia famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se Santiago ce l\u2019ha con me \u00e8 colpa loro. Se Santiago non \u00e8 felice \u00e8 colpa mia e se per colpa mia non riesco a farlo felice \u00e8 colpa delle persone con cui sono cresciuta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non era stata l\u2019unica volta in cui \u00e8 successa una cosa del genere. \u00c8 stata la prima.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il piatto rotto che gli aveva regalato la zia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il maglione infeltrito perch\u00e9 avevo sbagliato lavaggio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La camicia che non avevo fatto in tempo a stirare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il copione era sempre lo stesso. Cambiava invece la guancia in cui arrivava lo schiaffo. Iago era gentile, le alternava. Anche i pensieri erano gli stessi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A volte, per\u00f2, succedeva qualcosa e pensavo che no, non era colpa della mia famiglia e nemmeno mia. Non so da dove venissero quei pensieri che, a differenza mia, erano liberi. Ma quando giungevano avevano la potenza di un uragano in una stanza. Pensavo che fosse colpa sua, che fosse lui quello sbagliato, non io. E allora ripensavo a Trani e mi veniva voglia di andarmene e ricominciare tutto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019errore pi\u00f9 grande era stato dirglielo durante una sera, a cena. Non ce n\u2019era motivo, non avevamo discusso. A dire il vero, lui nemmeno mi ha parlato quella sera quando \u00e8 rientrato dopo il calcetto con gli amici: si \u00e8 seduto, ha acceso la televisione e ha iniziato a mangiare. A mezza bocca ho detto che volevo tornarmene a casa, che non ero pi\u00f9 felice \u2013 non ce lo fossi mai stata \u2013 l\u00ec con lui.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si era bloccato, facendo cadere le posate sul piatto. Con il bolo fermo tra la lingua e la gola, mi ha guardato. Ho abbassato lo sguardo, chiedendomi con che coraggio avessi osato dire una cosa del genere. Iago si \u00e8 alzato, \u00e8 andato in cucina, ha aperto un cassetto ed \u00e8 tornato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cSe te ne vai io mi ammazzo\u201d. Aveva preso un coltello tagliente, di quelli in ceramica, avvicinandoselo alle vene dei polsi. D\u2019un tratto, le urla, come un gigante accecato, tradito da qualcuno che aveva detto di chiamarsi Nessuno. Allora io gli sono corsa incontro e gli ho chiesto scusa. Mi sono inginocchiata avvicinando il capo ai suoi piedi, rannicchiata come un verme, il tappeto di quello che, ho letto da qualche parte, gli esperti chiamano narcisista. Se si fosse ucciso sarebbe stata colpa mia. Tutto questo \u00e8 durato per tre anni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando la mia famiglia saliva a trovarmi o quando le mie amiche mi chiedevano di vederci, Iago era sempre presente. E quando loro volevano che scendessi, lui metteva il muso, a volte riprendeva il coltello dicendo che magari, se fossi scesa, al mio ritorno lo avrei trovato in una pozza di sangue. \u201cMi vuoi abbandonare. Con tutto l\u2019amore che ti do, tu mi vuoi abbandonare. Cagna\u201d, diceva. Oppure stringeva i pugni e non diceva nulla. Allora mi passavo una mano sulla guancia e prendevo l\u2019unica decisione che mi sembrava sensata: non scendevo. Mai. Nemmeno quando \u00e8 nato il figlio di mio fratello sono scesa; a Iago i bambini non sono mai piaciuti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un giorno mi \u00e8 arrivata una chiamata. Era una scuola di Milano, una scuola privata; mi aveva proposto un contratto per insegnare da loro. Mi ero pure dimenticata dei curricula che avevo inviato in passato per posti come quello. Chi aveva tempo di ricordarsi di aver avuto una vita quando c\u2019era una dipendenza che, ogni giorno, chiedeva dazio?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cAllora, dottoressa, \u00e8 interessata?\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Stavo in silenzio, ma dentro di me c\u2019era l\u2019Apocalisse. Mentre mi parlavano dall\u2019altro capo del telefono, io mi guardavo allo specchio. Sciatta, in tuta, con le occhiaie, senza un filo di trucco, le doppie punte e la pelle pallida. Magra, forse avevo perso anche una taglia di seno, i capillari rotti sulla guancia dopo l\u2019ultimo schiaffo che mi fissavano e che non avevo diritto di nascondere; non mi potevo truccare, Iago non voleva. Ho visto una donna che si stava buttando via. Ho visto come stavo morendo, ho visto il passato a cui ho voltato le spalle solo per compiacere colui che credevo avesse le sembianze dell\u2019amore invece era fatto di tenebra. E in quella telefonata ho sentito per la prima volta il profumo di una luce che voleva tornare ad illuminarmi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201cS\u00ec, accetto\u201d. Avevo fatto la follia.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi aspettavano il giorno dopo a Milano per firmare il contratto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho preso le mie cose, quelle poche che mi restavano, ho preso le chiavi della mia macchina, sono uscita. Prima di accendere, ho avuto un attacco di panico: la corda invisibile che mi teneva legata a lui si era fatta indistruttibile. Immobile, bloccata, una lastra di ghiaccio che tremava. I battiti accelerati. Poi un clacson: \u201cVuoi partire o vuoi stare qui tutta la vita?\u201d mi ha urlato uno sconosciuto. Ero tra Scilla e Cariddi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non so come, non so con quale forza, non so da quale angolo oscuro di me sia uscito quell\u2019impeto ma ho premuto l\u2019acceleratore e, per la prima volta, dall\u2019abisso in cui mi aveva portato Santiago sono emersa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019aria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi ero dimenticata di come fosse fatta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho guidato senza mai fermarmi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono arrivata a Milano a notte fonda, senza un posto dove andare, eppure leggera.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per tutto il tragitto ho viaggiato con il cellulare spento. Il silenzio era pi\u00f9 rumoroso delle voci che mi dicevano di tornare indietro, di chiedere perdono e di accettare l\u2019ennesima punizione. Il silenzio era la risposta e, avrei scoperto tempo dopo, l\u2019arma. Quando ho riacceso il cellulare avevo pi\u00f9 di centoventi chiamate di Iago. Messaggi minacciosi e suppliche. La foto del coltello appoggiata sui polsi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non so che cosa si sia impossessato di me al punto tale da digitare un messaggio con due semplici parole. Ho aspettato che la doppia spunta diventasse blu, che leggesse il mio: \u201c\u00c8 finita\u201d. Poi l\u2019ho bloccato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ero sul punto di crollare, svuotata del vuoto che mi aveva fagocitato rendendomi niente. Con l\u2019ultimo grammo di forze, o forse con il primo briciolo di umanit\u00e0 di una Penelope che stava tornando, ho chiamato i miei genitori, erano le 4 di notte. Ho raccontato loro tutto, ma davvero tutto. Un\u2019odissea di tre anni tossici, la mia discesa agli inferi e poi quella telefonata che mi ha ricordato che ero viva. E io che me ne ero dimenticata di esserlo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non ho mai sentito i miei genitori piangere come quella notte, l\u2019ultima cosa che hanno detto \u00e8 che avrebbero preso il primo treno per raggiungermi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Milano di notte \u00e8 silenziosa, il buio si nasconde tra i lampioni e cerca di non fare troppo rumore. Sono scesa dall\u2019auto e mi sono accesa una sigaretta che ho trovato nel cruscotto, chiss\u00e0 da quanto tempo era l\u00ec? Iago odiava il fumo e mi ha obbligata a smettere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ho aspirato e buttato fuori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non mancava molto all\u2019alba, l\u2019alba in cui ho capito che ognuno ha il proprio destino racchiuso nel nome. E che, in fondo, Milano assomiglia a Itaca.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Scritto da <strong>Federico Bonati<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi chiamo Penelope e non ho mai creduto, come invece sostengono tantissime persone che conosco, che ognuno di noi abbia il suo destino racchiuso nel significato del proprio nome. 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