{"id":5309,"date":"2026-03-16T11:04:19","date_gmt":"2026-03-16T10:04:19","guid":{"rendered":"https:\/\/magazine.addictus.it\/?p=5309"},"modified":"2026-03-16T11:04:21","modified_gmt":"2026-03-16T10:04:21","slug":"il-vero-volto-delle-carte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/magazine.addictus.it\/?p=5309","title":{"rendered":"Il vero volto delle carte"},"content":{"rendered":"\n<p>in terza elementare mamma doveva aiutare Luca coi compiti. Mi ripeteva che da solo non riusciva a farli, mentre io che ero gi\u00e0 grande potevo arrangiarmi. Nonostante mi ferisse che lei dedicasse pi\u00f9 cure a mio fratello piuttosto che a me, dall\u2019altra parte mi faceva sentire indipendente e pi\u00f9 maturo dell\u2019et\u00e0 che avevo. Cos\u00ec quando ad esempio chiedevo di poter tornare pi\u00f9 tardi alla sera per stare ancora in giro con gli amici, i miei non avevano problemi a lasciarmi maggiori libert\u00e0. Per questo non ho mai chiesto aiuto prima: ero convinto di potercela fare anche questa volta, ma non \u00e8 stato cos\u00ec. Ad oggi sono solo, non mangio da dieci giorni e non ho nemmeno la corrente per alimentare il forno, infilarci la testa e levarmi di torno. Ho bisogno di aiuto!\u201d dissi all\u2019operatore singhiozzando tra una parola e l\u2019altra. Nella mia testa ero convinto che dall\u2019altra parte avrei una voce femminile, calda e amorevole come quelle che si vedono nei film. In realt\u00e0 invece ad ascoltare la mia richiesta di aiuto c\u2019era Paolo, volontario quarantasettenne che probabilmente aveva pi\u00f9 bisogno lui di aiuto rispetto a me. Purtroppo se vivi in un paesino nella periferia a met\u00e0 tra Milano e Monza non ti puoi permettere nemmeno di farti aiutare dai Gamblers anonimi, perch\u00e8 solo quelli di citt\u00e0 hanno diritto a gruppi di auto-aiuto. Se ti va bene che hai una famiglia agiata alle spalle, ti viene offerto l\u2019aiuto privato di un professionista; quando invece si finisce in storie come la mia difficilmente se ne esce. O meglio, ne si esce pi\u00f9 velocemente con una lametta sui polsi se non si vuole ricorrere ai classici metodi come il buttarsi dal tetto o sotto un treno. Ci avevo provato, ma sembrava che l\u2019universo volesse ostacolare ogni mio tentativo. Forse potrei essere il Cristo moderno: non mi viene data la possibilit\u00e0 di morire come ogni uomo sulla Terra perch\u00e9 sono destinato all\u2019umiliazione ed al martirio. Cos\u00ec, in una sera di inverno del duemilaschifo e qualcosa, mi ritrovo attaccato alla cornetta di un telefono pubblico al quale ho speso gli ultimi spiccioli che mi rimanevano in tasca per chiedere aiuto. La mia mente vaga, immaginando a come sarebbe potuta essere diversa la mia vita, ma puntualmente ritorna a quando tutto \u00e8 iniziato.<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo vent\u2019anni quando le ho incontrate per la prima volta. Dalla provincia mi ero appena trasferito in citt\u00e0 per studiare all\u2019universit\u00e0 e l\u00ec avevo conosciuto Edo, Tia e Gio. Edo era il mio coinquilino ed entrambi andavamo al Politecnico, Tia era un mio compagno di facolt\u00e0 e Gio era suo cugino pi\u00f9 grande di noi di un anno. Con loro passavo intere giornate: dalle lezione in aula B56, alle panchine sulle quali pranzavamo coi panini dell\u2019ambulante fuori dal campus, fino al nostro appartamento adibito ad aula studio di giorno e a casa di giochi la sera. Non avevo mai giocato a carte prima: gli unici giochi ammessi a casa mia erano i quiz televisivi prima del telegiornale serale e la tombola coi parenti a Natale. Non capivo cosa c\u2019era di tanto speciale in quei 52 rettangoli di carta plastificata, per\u00f2 le risate fragorose degli altri quando non riuscivo a tenere in mano pi\u00f9 di due carte mi ci avevano fatto affezionare. Mi affascinava la maestria con cui Edo si esibiva nei suoi trick ed ero incaponito a imparare tutti i trucchi che Gio faceva a Tia per vincere sempre. Probabilmente il vero motivo per il quale mi ero appassionato era l\u2019essere finalmente parte integrante di un club segreto solo nostro, uno di quelli dai quali quando ero bambino venivo sempre escluso. E cos\u00ec ogni volta che qualcuno di noi tirava fuori il mazzo tra una pausa e l\u2019altra dallo studio non mi tiravo mai indietro per paura che, la volta in cui avrei declinato il loro invito, sarei stato definitivamente depennato dall\u2019unico gruppo che mi aveva accolto, ritornando ad essere l\u2019emarginato di turno. Quelle partite per\u00f2 non rappresentavano solo il mio biglietto d\u2019oro per integrarmi, ma erano una vera e propria valvola di sfogo quando sotto sessione l\u2019ansia ci divorava. Avevo finalmente trovato il modo per staccare la spina senza instupidirmi di fronte alla televisione, accendendo un sentimento di competitivit\u00e0 che mai avevo provato prima di allora. Nessuno sport mi aveva mai conquistato: tutto si riduceva a pochi gesti meccanici che, una volta imparati, venivano ripetuti all\u2019infinito in quantit\u00e0 limitate di combinazioni. Il poker invece era pi\u00f9 complesso: non si trattava solo di bluff o abbinamenti di numeri e figure; era strategia, fortuna e pathos. Avevo un talento naturale nel vincere torri di fiches imponenti quanto quelle che progettavo, somministrando a Gio la stessa punizione che riservava a Tia da anni, con la differenza che a vincere non era pi\u00f9 lui.<\/p>\n\n\n\n<p>Conclusa la triennale continuavamo a frequentarci, nonostante fosse difficile conciliare gli impegni di ciascuno. Edo era stato assunto come ingegnere presso lo studio del padre, Tia era diventato professore di architettura e Gio continuava a lavorare nel bar all\u2019angolo. Cos\u00ec avevamo sancito che il gioved\u00ec fosse il giorno a tutti pi\u00f9 congeniale. Non era cambiato molto da quando non studiavamo pi\u00f9, se non che la posta in gioco era pi\u00f9 alta rispetto ai venti euro con cui avevamo iniziato. Tuttavia avevamo concordato che se uno di noi rimaneva in mutande, gli venivano restituiti i soldi ed ognuno tornava a casa con la stessa cifra con cui si era seduto al tavolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Un giorno poi in ufficio ho conosciuto Francy, una barbie di Pagano alta un metro e sessantotto. Non era cattiva, ma le risultavo pi\u00f9 piacevole quando andavo a trovarla con qualche pensierino griffato tanto costoso da aver chiesto alcune volte a Gio di prestarmi qualche mancia per potermeli permettere. Gio, nonostante il suo lavoro modesto, non era mai stato attaccato ai soldi. Anzi, se per caso aveva guadagnato degli extra, gli spendeva per dei sigari cubani con cui animavamo le nostre serate, atteggiandoci a gangster. Per lui non era un problema allungarmi cinquanta o cento euro ogni tanto, fino a quando questo meccanismo inizi\u00f2 a farsi pi\u00f9 frequente.<\/p>\n\n\n\n<p>Un giorno dopo il lavoro lo trovai appostato sotto al mio palazzo, luogo consueto per adempiere al favore. \u201cCiao Gio, grazie ancora del prestito. Sei davvero un amico e giuro che te li ridar\u00f2 presto, appena mi sale lo stipendio sul conto!\u201d dissi e apr\u00ec la mano per farmi dare la solita busta, ma stavolta non usc\u00ec alcun astuccio color senape dalla sua tasca. \u201cMi dispiace Simo, ma sto ancora aspettando i soldi che ti ho prestato due settimane fa e devi ancora finire di restituirmi quelli del mese scorso che mi hai promesso. Non prenderla male, ma finch\u00e9 non vedr\u00f2 quei soldi, non intendo prestartene altri col rischio di non averne pi\u00f9 per pagarmi le bollette e la spesa. Non vederla come una cattiveria nei tuoi confronti: ti voglio aiutare, ma capisci che i soldi servono anche a me.\u201d mi rispose guardandomi fisso con quei suoi piccoli occhi color nocciola. \u201cLo capisco e ti ringrazio per la sincerit\u00e0. Provveder\u00f2 al pi\u00f9 presto a saldare il mio debito con te!\u201d promisi a testa china per l\u2019imbarazzo che la mia pessima gestione delle finanze aveva generato. Mi salut\u00f2 con una pacca sulla spalla ed entrambi rincasammo ai nostri alloggi. Mi vergognavo talmente tanto del mio comportamento che passai tutta la sera a rimuginare su quella scena penosa che si era consumata un paio di ore prima, ripromettendomi che mai mi sarei approfittato di nuovo della generosit\u00e0 e pazienza di Gio. Fu allora che decisi di saltare l\u2019appuntamento settimanale per poter fare degli straordinari cosicch\u00e9 a fine mese avrei potuto chiudere ogni conto aperto.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019indomani a lavoro decisi di recarmi nell\u2019ufficio del capo per poter chiedere di lavorare pi\u00f9 ore, ma lo trovai occupato. Feci per andarmene alla mia postazione quando dalla porta origliai la conversazione che si stava svolgendo tra lui ed altri suoi superiori. Carp\u00ec che l\u2019azienda stava avendo dei problemi; la soluzione che avevano trovato era di far slittare il pagamento degli stipendi ai dipendenti e negare momentaneamente qualsiasi bonus o aiuto finanziario. Ebbi un tuffo al cuore: Come avrei potuto sistemare le cose con Gio? Cosa avrebbe pensato Francy? L\u2019avrei sicuramente persa. Decisi allora di mentire a tutti e due. Avevo gi\u00e0 avuto un confronto umiliante con Gio e non mi andava di ripetere tale esperienza, cos\u00ec chiamai Francy. \u201cCiao amore, purtroppo stasera non posso passare a trovarti. Lo so che questa doveva essere la nostra serata, ma qui in ufficio c\u2019\u00e8 bisogno di me. Ti prometto che mi far\u00f2 perdonare: ho in serbo per te con un pensierino cos\u00ec esclusivo che l\u2019ho dovuto far importare dagli Stati Uniti. Non fare i capricci: per avere qualcosa di unico, devi essere paziente, ma ti assicuro che ne varr\u00e0 la pena!\u201d dissi e chiusi la chiamata. Inutile dire che credette alla mia storia senza porre grosse obiezioni e cos\u00ec tirai un sospiro di sollievo. Ero invece andato a trovare Gio durante la pausa pranzo. Il bar si trovava a qualche minuto a piedi da dove lavoravo e spesso ci andavo a bere il caff\u00e8 coi miei colleghi. Lo trovai indaffarato come al solito a pulire la macchinetta del caff\u00e8. Sebbene fosse un lavoro ingrato, era l\u2019unico momento di tranquillit\u00e0 che aveva nella sua giornata e cos\u00ec ne approfittai. Gli assicurai che gli avrei portato tutto al prossimo incontro, ma senza bisogno che lo vedessi in faccia, cap\u00ec non era molto convinto: mi poneva domande e strizzava gli occhi per capirci meglio; fiutava la bugia. Eppure non disse nulla dopo essersi sorbito venti minuti di me che mi arrampicavo sugli specchi e ci salutammo come di consueto, dandoci appuntamento al gioved\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>Venne il fine settimana e, sebbene l\u2019idea di svagarmi per qualche ora coi miei amici era allettante, mi pervadeva un senso di ansia ed angoscia al pensiero di che cosa avrei potuto raccontare a Gio per giustificare la mancanza dei soldi. Non riuscivo a tranquillizzarmi e quindi andai in bagno, apr\u00ec l\u2019armadietto sopra il lavello, presi una vecchia scatola di Prozac che tenevo in caso di bisogno ed ingurgitai una pillola. Aspettai che mi desse qualche beneficio, dopodich\u00e9 misi scarpe e cappotto ed usc\u00ec. La serata si sarebbe dovuta svolgere da Edo, ma cinque minuti dopo aver imboccato la via dove si trovava la fermata dell\u2019autobus per raggiungere gli altri, mi arriv\u00f2 un messaggio da parte sua dicendo che i piani erano saltati. Tirato un sospiro di sollievo, mi cullai all\u2019idea di aver scampato la resa dei conti, ma cos\u00ec non fu. Tia mi chiam\u00f2 per avvisarmi di trovarci da lui e che gi\u00e0 mi stava aspettando con Gio, rendendo quindi impossibile declinare l\u2019invito. Mi sentivo come Giulio Cesare quel quindici marzo quando, recandosi in Senato, aveva avvertito uno strano presagio: questa sarebbe stata la prima volta che si svolgeva una serata sebbene uno di noi mancasse. Scacciai questa nuvola nera che mi offuscava i pensieri e presi il tram nella direzione opposta.<\/p>\n\n\n\n<p>Giunto a destinazione Tia e Gio mi accolsero come di consueto con una birra in mano. Quel banale gesto di benvenuto mi fece sentire uno stupido per aver pensato male dei miei amici e cos\u00ec mi sedetti subito al tavolo. La serata era cominciata: Tia era andato a prendere le fiches, Gio mischiava le carte ed io stavo sistemando il giaccone sulla sedia. Vennero distribuiti i dischetti colorati ed io avevo gi\u00e0 preso a creare colonne altissime che avrebbero edificato la mia vittoria. Vennero distribuite le carte, le guardai e pensai \u201cChe sfortuna\u2026 Nemmeno una coppia! Ma posso sempre bluffare!\u201d. Puntammo i nostri soldi e giocammo la prima mano. Dopo svariati rilanci, calammo le mani: persi a mani basse. Ritentai allora con una seconda ed una terza manche, entrambe col medesimo esito. Iniziai a dubitare che il gioco fosse truccato ed ebbi una mezza conferma quando Tia inizi\u00f2 a lanciarmi frecciatine \u201cAnimo Simo, che tanto quando si parla dei soldi degli altri, si dice che non danno la felicit\u00e0. Insomma, il denaro non fa ricco se non si sa spenderlo\u2026\u201d, lasciandomi intendere che Gio si fosse confidato con lui. \u201cHo gi\u00e0 capito che aria tira e sinceramente non mi piace per niente. Me ne torno a casa!\u201d risposi ormai scocciato. \u201cMamma mia come sei irascibile stasera! \u00c8 successo qualcosa con Francy? Ora non ci pensare: concentrati che sul piatto che c\u2019\u00e8 un bel bottino da vincere.\u201d mi incit\u00f2 Gio. Ci riflettei qualche minuto ed effettivamente quella vincita mi avrebbe fatto comodo visto la situazione al lavoro. Mi risiedetti e dissi \u201cDammi le carte che \u00e8 meglio se non ci penso!\u201d, non capendo in che trappola mi fossi cacciato. Passarono cos\u00ec le ore tra una manche e l\u2019altra e, mentre la mia sete di riscatto cresceva, aumentava il gruzzolo di Gio. Verso le tre di mattina Tia annunci\u00f2 sbadigliando la fine della serata. Ero rimasto a secco mentre Gio si stava intascando il malloppo \u201cGrazie della serata ragazzi, ora \u00e8 meglio rincasare. Gio puoi darmi la mia parte cos\u00ec posso tornare?\u201d chiesi. Gio si ferm\u00f2 per un attimo e, guardandomi dritto in viso, mi rispose con aria furibonda \u201cLa tua parte? Questi sono parte dei soldi che mi dovevi e che ancora hai da restituirmi. Ho avuto fin troppa pazienza con te, ma adesso basta prese in giro: terr\u00f2 questi come anticipo e mi aspetto di ricevere il resto entro luned\u00ec. Tu da me non avrai pi\u00f9 alcun aiuto, sia chiaro!\u201d. \u201cAspetta un attimo, questi non sono i patti: noi non abbiamo mai fatto cos\u00ec. Ti ho detto che ti avrei ripagato al pi\u00f9 presto e tu prima mi inganni e poi mi derubi? Che razza di comportamento \u00e8 questo!\u201d controbattei indispettito. \u201cLe cose sono cambiate: hai quattro giorni per rimediare al casino che hai combinato o per me sei morto!\u201d concluse Gio ormai fuori di s\u00e9. \u201cSimo, meglio finirla qua. Non \u00e8 necessario rovinare un\u2019amicizia per degli spiccioli. Onora il tuo pegno e tutto torner\u00e0 come prima. Abbiamo cercato di avvisarti, ma non ci hai voluto ascoltare. La situazione ti \u00e8 sfuggita di mano ed abbiamo dovuto prendere noi le redini. Mi dispiace, ma non ci hai lasciato altra scelta.\u201d cerc\u00f2 di mitigare Tia. \u201cE l\u2019unico modo che avevate per risolvere la situazione \u00e8 stato raggirarmi biecamente? Tienili pure, ma state pur certi che non mi vedrete pi\u00f9!\u201d dichiarai furioso ed imboccai l\u2019uscio, sbattendo la porta.<\/p>\n\n\n\n<p>Camminavo velocemente, offeso e sbalordito da quanto era appena successo: come avevano potuto tradirmi in quel modo? Non mi ero mai comportato male nei loro confronti, non avevo posto alcuna obiezione a tutte le loro proposte e nemmeno avrei anche solo pensato di tramare alle loro spalle. Ero cos\u00ec arrabbiato che non mi accorsi di aver girato nella via successiva alla mia, ritrovandomi davanti ad una sala di gioco. Fuori si gelava, mentre dentro l\u2019atmosfera sembrava cos\u00ec calda e rassicurante. Quegli uomini ai tavoli che sorridevano e le luci violette mi avevano distolto da quel groviglio rabbioso che mi si era creato sullo stomaco. Sapevo che era meglio tornare a casa: avevo gi\u00e0 perso fin troppi soldi che non avevo, ma il mio corpo ag\u00ec senza che io coscientemente realizzi cosa volessi. Erano stati giorni orribili e in fin dei conti mi meritavo anche io una rivincita. Ogni mio singolo muscolo era attratto come un magnete da quei tavoli come se inconsciamente sapessi che il gioco era l\u2019unica cosa che davvero poteva lenire ogni mio dolore. In men che non si dica mi ritrovai seduto con gi\u00e0 sette carte in mano. Sul piatto non c\u2019erano i soliti cento euro, ma puntate pi\u00f9 sostanziose tanto che le fiches avrebbero potuto sostituire i mattoni che compongono l\u2019Empire State Building. Quelle cifre da capogiro avrebbero potuto sistemare ogni mio guai: la soluzione ad ogni mio problema era a qualche manche da me. Un uomo brizzolato sulla cinquantina era il mazziere e si rivolse a me domandando \u201cPrima volta qui?\u201d ed io annu\u00ec. \u201cBeh, sar\u00e0 il caso di darti il benvenuto!\u201d e detto queste parole scoppi\u00f2 in una fragorosa risata che venne accompagnata da tutti gli altri seduti con noi. Non cap\u00ec cosa ci fosse di cos\u00ec divertente e cos\u00ec risposi con un mezzo sorriso: la mia mente era gi\u00e0 sulle carte e non avevo tempo da perdere coi convenevoli. Vennero distribuite le carte ed iniziammo a giocare: persi subito alla prima partita, ma non mi scoraggiai; pensai che ci\u00f2 fosse dovuto al fatto che ancora non conoscevo le loro tattiche. Ritentai con cifre man mano sempre pi\u00f9 alte; non mi resi conto che il vero gioco era ripulirmi finch\u00e9 le prime luci del giorno mi destarono da quella specie tranche. Ero stato cos\u00ec accecato dall\u2019idea di quei soldi facili in tasca da non accorgermi di aver perso tutto. Venni scosso dalla sveglia del mio telefono che mi ricordava che una quarantina di minuti pi\u00f9 tardi mi sarei dovuto presentare in ufficio. Con la coda tra le gambe e senza neanche una moneta in tasca per il caff\u00e8 mi rivest\u00ec ed usc\u00ec per dirigermi come di consueto a lavoro. Avevo la nausea e le mani mi tremavano, ero spaventato da quanto era successo quella notte e dagli sviluppi a cui le mie azioni mi avrebbero portato. Giurai che da quella sera sciagurata avrei smesso con le carte, un po\u2019 come Zeno si prometteva che quella sarebbe stata l\u2019ultima sigaretta.<\/p>\n\n\n\n<p>Raggiunsi a malapena l\u2019ascensore dell\u2019edificio prima di avere un cedimento. Pronto a soccorrermi c\u2019era Massimo, il collega dell\u2019ufficio accanto soprannominato \u201cMr. Fantastic\u201d per via della sua vita fenomenale: talento eccezionale nel proprio lavoro, fisico scultoreo, famiglia da spot pubblicitario, macchina da sogno e casa mozzafiato. \u201cTi senti bene? Sei bianco come un lenzuolo\u2026Aspetta che ti aiuto\u201d e mi sollev\u00f2 con un gesto atletico degno di superman. \u201cTutto bene, \u00e8 stato solo un leggero mancamento. Grazie ancora.\u201d balbettai umiliato mentre mi avviavo alla mia scrivania. Il corridoio per raggiungerla sembrava infinito ed io non vedevo l\u2019ora di sedermi e riordinare le idee. Sfortunatamente per\u00f2, dovendo necessariamente passare davanti all\u2019ufficio del mio capo, trovai la porta perennemente socchiusa e lo sent\u00ec parlare al telefono. Parlava a bassa voce con una mano sopra il microfono, chiedendo con una certa apprensione di portare al sicuro il prima possibile una valigetta in pelle nera posta sulla sua scrivania. Non so chi ci fosse dall\u2019altro lato della cornetta, ma cap\u00ec immediatamente cosa vi fosse contenuto all\u2019interno. Il capo era un uomo rispettabile, se non per un piccolo difetto: sovrastimava il suo impatto sull\u2019azienda. Il prezioso tesoro non era altro che la percentuale che negli anni si era autonomamente attribuito come premio per il buon lavoro svolto e che ora avrebbe voluto rubare alla compagnia. Era ingiusto che uno dei responsabili di quella situazione difficile si salvasse alle spalle di chi il misfatto se lo sarebbe dovuto subire in silenzio. Mi venne in mente la storia di Robin Hood: quanto avrei voluto che un uomo cos\u00ec retto fosse intervenuto. Fu allora che ebbi quello che solo un pazzo definirebbe \u201cUn lampo di genio\u201d: Robin Hood era un uomo comune che compiva gesta eroiche, quindi anche io avrei potuto esserlo! Alla sola idea il battito aveva iniziato ad accelerare. Architettai tutto nei minimi dettagli (o per lo meno quello che si pu\u00f2 progettare in una manciata di minuti): avrei atteso la pausa caff\u00e8 del capo, mi sarei introdotto nel suo ufficio e mi sarei appropriato della valigetta. Non avevo molto tempo, cos\u00ec attuai il piano: mi allontanai dalla mia postazione, raggiunsi a passi felpati il suo ufficio, continuando a guardarmi intorno come fanno nei film e raggiunsi la valigetta di fronte a me, chiusa alla bell&#8217;e meglio per quante banconote conteneva. Non era necessario fare piazza pulita; due o tre mazzetti rosa erano pi\u00f9 che sufficienti per me e cos\u00ec me le infilai in tasca. Tutto era stato pianificato tranne l\u2019incombente pericolo che rappresentava Betta, la sciatta e servizievole segretaria personale del capo. Aveva visto che mi ero intrufolato nel suo ufficio e, come un bravo cane da guardia, si era precipitata ad avvisarlo. Non ebbi il tempo di abbandonare il luogo del delitto che venni colto sul fatto. Quell\u2019idea cos\u00ec apparentemente geniale aveva firmato la mia condanna definitiva. Il capo paonazzo bracc\u00f2 l\u2019uscio, gonfi\u00f2 i polmoni ed url\u00f2 fino a farsi esplodere la vena sul collo. A ripensarci ora la scena ricordava parecchio la cacciata di Adamo dall\u2019Eden. Eppure non mi sentivo disperato o ero risentito dell\u2019accaduto: l\u2019imbarazzo per la figuraccia si era trasformato in adrenalina per aver compiuto il gesto pi\u00f9 estremo a cui tutto il piano avesse mai assistito. Erano mesi, anni che non mi sentivo pi\u00f9 cos\u00ec: n\u00e9 i gioved\u00ec sera con i miei amici e nemmeno Francy riuscivano a suscitarmi quelle sensazioni. Mentre venivo scortato fuori dall\u2019edificio a suon di urla, il mio unico pensiero era che avrei avuto tutto il tempo che volevo a mia disposizione per giocare. Ero finalmente libero e sapevo gi\u00e0 cosa avrei dovuto fare: non ci pensai due volte e corsi in banca, luogo che nella mia testa era diventato ormai quanto pi\u00f9 simile ad una fabbrica dei soldi, prelevai ci\u00f2 che mi era rimasto e mi diressi al locale della sera precedente, sicuro che sarebbe stata la mia giornata fortunata.<\/p>\n\n\n\n<p>Entrai quasi di corsa in direzione del tavolo da poker. Non mi ero ancora seduto che gi\u00e0 avevo puntato i primi cinquanta euro. \u201c\u00c8 arrivato zio Paperone!\u201d mi imbecc\u00f2 spudoratamente il mazziere dai folti ricci grigi. Irritato dalla steccata che mi aveva appena lanciato, lo zitt\u00ec con una banconota da duecento euro. \u201cOra iniziamo a ragionare!\u201d mi disse ed io sent\u00ec di essermi guadagnato il suo rispetto. Quelle parole sancirono l\u2019inizio della mia fine: pi\u00f9 partite perdevo, maggiore era la mia voglia di riscatto, cos\u00ec aumentavo sempre di pi\u00f9 le cifre delle puntate nella speranza di vincere quanto avevo perso. Non avevo idea di quante manche avevo giocato, finch\u00e9 con voce ferma il mazziere disse rivolgendosi a me \u201cPer oggi basta, capo!\u201d. Con uno schiocco di dita due buttafuori mi sollevarono e scortarono di peso fuori dal locale. I gradini freddi sui quali caddi mi fecero realizzare che non mi era rimasto pi\u00f9 nulla oltre agli abiti che avevo addosso e ad un insaziabile desiderio di rivalsa. Provai allora a chiamare Edo nella speranza che acconsentisse a prestarmi dei soldi. Ero determinato a ritentare l\u2019indomani: l\u2019unico ostacolo che si frapponeva tra me ed il mio obiettivo era che lui rispondesse alla mia chiamata. Il suo telefono squill\u00f2 un paio di volte finch\u00e9 non part\u00ec la segreteria. Anche Edo mi aveva abbandonato e cos\u00ec pensai digrignando i denti \u201cQuei bastardi di Gio e Tia avranno gi\u00e0 provveduto a fargli il lavaggio del cervello, facendomi passare per il peggiore dei disgraziati\u201d. Girai i tacchi e mi diressi a casa, riflettendo su come avrei potuto trovare il denaro necessario a ritentare la sorte.<\/p>\n\n\n\n<p>Sul cancello di casa intravidi una figura minuta che sbuffava fumo da una minuscola sigaretta stretta tra le labbra rosse. \u201cSi pu\u00f2 sapere che fine hai fatto? Sono giorni che non ho tue notizie. Ho chiamato persino quei tuoi amici e mi sono sentita dire che una come me merita solo un buono a nulla come te. Che cosa vorrebbe dire?\u201d disse Francy. Sebbene la scansai, non degnandola nemmeno di uno sguardo, continu\u00f2 imperterrita a bombardarmi con chiacchere inutili che mi entravano da un orecchio e mi uscivano dall\u2019altro. Cercai di divincolarmi e raggiungere il portone, ma lei mi si piant\u00f2 davanti continuando a punzecchiarmi fino a quando mi girai, la afferrai per il rever del suo cappotto color cammello, la sbattei al muro e le dissi fissandola con occhi iniettati di sangue \u201cSparisci dalla mia vista, lurida succhiasoldi senz\u2019anima: io non ho bisogno di te. Trovati un\u2019altra gallinella dalle uova d\u2019oro da spennare perch\u00e9 tu con me hai chiuso!\u201d. Sgran\u00f2 i suoi enormi occhi da cerbiatta, si ammutol\u00ec e scapp\u00f2 via terrorizzata. Al diavolo lei, quei tre traditori e quel coglione del mio capo, non avevo tempo da perdere con loro. Salito in casa non riuscivo a calmarmi. Camminavo nervosamente per l\u2019appartamento, rovistando in ogni angolo ed ossessionandomi per capire dove avrei potuto trovare anche solo qualche euro e tornare a giocare. Non mi erano rimasti pi\u00f9 pozzi a cui attingere e cos\u00ec mi rintanai in casa: non ricordavo pi\u00f9 da quanto avessi smesso di dormire, mangiavo raramente e non mi facevo pi\u00f9 la doccia perch\u00e9 coi soldi risparmiati dalla bolletta dell\u2019acqua potevo permettermi di giocare qualche partita in pi\u00f9. Riflettei meglio e mi ricordai che l\u2019unica risorsa a cui non mi ero ancora rivolto erano i miei genitori. Sarebbe bastata una chiamata. Poi mi ricordai di mio fratello che ormai controllava ogni loro movimento, rendendo di conseguenza impossibile chieder loro dei soldi.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi era rimasto solo l\u2019appartamento nel quale vivevo. Erano dieci giorni che non giocavo e l\u2019unica scelta che avevo di fronte era ipotecarlo per procurarmi un prestito e calmare la mia astinenza da gioco. Cos\u00ec oggi mi sono svegliato di buon ora, sono andato in banca a firmare tutti i documenti e col maloppo in tasca mi sono diretto alla sala da gioco.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono entrato sicuro di me, confidando ciecamente nelle mie capacit\u00e0: ero pronto a fargliela pagare a quel mazziere insolente. Non c\u2019era; ho pensato che probabilmente era meglio cos\u00ec e che avrei avuto pi\u00f9 possibilit\u00e0 di vincere contro chiunque mi sarebbe capitato. Mi sono seduto al tavolo ed ho puntato non pi\u00f9 dei miseri cinquanta euro, bens\u00ec sono partito da una base di cinquecento: ero pieno di quattrini e di voglia di riscatto. Vinte le prime partite, iniziava a insorgere in me un senso di onnipotenza. Mi torn\u00f2 in mente la frase di Winston Churchill \u201cPunta pi\u00f9 di quanto tu possa permetterti di perdere ed imparerai il gioco\u201d, interpretandola come se il trucco consistesse nel puntare cifre sempre maggiori. Ad ogni manche ero sempre pi\u00f9 carico, mi eccitavano quelle montagne di denaro: pi\u00f9 era alta la torre di fiches e pi\u00f9 mi sentivo inattaccabile, invincibile. Gli uomini al tavolo con me abbandonavano il gioco dopo poche puntate, finch\u00e9 sono rimasto solo con un unico avversario seduto dirimpetto. Lo stavo squadrando da capo a piedi cos\u00ec da scorgere tratti familiari che mi facessero ricordare di lui. Non avevo alcun ricordo di lui e cos\u00ec ho deciso che fosse arrivato il momento del suo battesimo di fuoco come era stato fatto con me. Ho puntato tutto ci\u00f2 che avevo, andando all-in. Lo guardavo con aria di superiorit\u00e0 perch\u00e9 nulla avrebbe potuto contro me con solo quel suo misero gruzzolo. Lui \u00e8 rimasto in silenzio e, senza fare alcuna smorfia o commento, era iniziata la partita. Il mazziere ha dato a ciascuno le proprie carte, dando loro uno sguardo fiducioso: avevo in mano una scala colore. Incredulo, ho cercato di contenere la mia felicit\u00e0 e, senza pensarci due volte, ho calato la mano con la sicurezza di accaparrarmi l\u2019intero piatto. Aveva un\u2019unica misera possibilit\u00e0 di battermi e quella era la mia giornata fortunata. Non ha proferito alcuna parola, ma si era limitato solo a mostrarmi le sue carte: scala reale. Se il mio incubo avesse avuto un nome sarebbero state quelle due parole, fredde come una stilettata in petto. Si \u00e8 gettato sul tappeto verde, aprendo le braccia come in un grande abbraccio e velocemente ha ripulito il tavolo. Mi ha con un sorriso beffardo e si \u00e8 allontanato. Sono rimasto seduto per alcuni minuti su quella minuscola sedia scomoda, attonito mentre fissavo il vuoto. Ero riuscito a recuperare tutto ed anche di pi\u00f9 per rimettermi in piedi, ma la mia stupidit\u00e0 ancora una volta aveva preso il sopravvento. Ho raccolto le briciole della mia dignit\u00e0 e mi Mi sono dileguato. Ho raggiunto il primo telefono pubblico, inserito le ultime monete trovate in tasca ed ho composto il numero. Non mi sono mai sentito cos\u00ec solo e vuoto. Ad oggi non ho pi\u00f9 una casa, un lavoro e delle persone che mi vogliono sinceramente bene. Un tempo mi chiamavo Simone ed ero un architetto; ora sono solo un rifiuto qualsiasi della societ\u00e0 di trentacinque anni. Mi siedo sulla panchina a fianco della cabina telefonica. \u00c8 pieno dicembre, aria di Natale e feste, ma l\u2019unica cosa desidero \u00e8 che la neve attecchisca cosicch\u00e9, poco a poco, mi faccia assopire mettendo fine alle mie sofferenze. Tremo e mi battono i denti, le palpebre si fanno pi\u00f9 pesanti. Avverto una sensazione di calore e sento il sonno che sale, cos\u00ec mi sdraio sul fianco sinistro come facevo da bambino e chiudo gli occhi. Faccio un respiro profondo ed anche l\u2019ultima luce si spegne. Silenzio: ora \u00e8 tutto finito.<\/p>\n\n\n\n<p>Scritto da <strong>Eleonora Rotta<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>in terza elementare mamma doveva aiutare Luca coi compiti. Mi ripeteva che da solo non riusciva a farli, mentre io che ero gi\u00e0 grande potevo arrangiarmi. Nonostante mi ferisse che lei dedicasse pi\u00f9 cure a mio fratello piuttosto che a [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":5312,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"class_list":["post-5309","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-racconti"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5309","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=5309"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5309\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5313,"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5309\/revisions\/5313"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/5312"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=5309"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=5309"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/magazine.addictus.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=5309"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}