{"id":4739,"date":"2024-11-19T13:03:18","date_gmt":"2024-11-19T12:03:18","guid":{"rendered":"https:\/\/magazine.addictus.it\/?p=4739"},"modified":"2024-11-19T13:20:13","modified_gmt":"2024-11-19T12:20:13","slug":"odi-et-amo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/magazine.addictus.it\/?p=4739","title":{"rendered":"ODI ET AMO"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Incapace, mi ripeteva mio padre quando alle elementari sbagliavo i calcoli. Quelle parole si erano<br>attecchite dentro e ogni tanto ritornavano in mente.<br>Cominciavo a pensare di non essere adatto agli urti scombinati della mia vita. I miei amici mi<br>convinsero a viaggiare con loro. Cambiare cielo: cambiar animo.<br>Cos\u00ec a bordo di una nave da crociera, la vidi per la prima volta e mi avvicinai a lei. Era Agosto.<br>Avevo optato senza troppo entusiasmo per il nord dell\u2019Europa. Avevo perso mia madre da circa<br>cinque mesi e mio padre da un anno. Avevo bisogno del meritato riposo, lontano da tutto e tutti.<br>Vedevo le famiglie immortalare con le foto i paesini che s\u2019insinuavano nei fiordi, i colori nitidi del<br>cielo e dei boschi. Osservavo le vite degli altri dal ponte vicino la piscina.<br>Maledizione, mi resi conto di non avere pi\u00f9 una famiglia, n\u00e9 di origine n\u00e9 tutta mia. Non ero stato<br>nemmeno in grado di tenermi stretta quella che avevo provato a crearmi sette anni prima. Avevo un<br>figlio di cinque anni, ma viveva con la mia ex moglie. Era lui il mio universo di pensieri e<br>attenzioni. Io ero il suo eroe nonostante i miei errori e fallimenti.<br>Dopo cena decisi cos\u00ec di assecondare gli amici ed entrai, quasi trascinato, in quella sala. Tra rumori<br>e musiche diverse, si muovevano uomini e donne elegantissime di ogni et\u00e0.<br>Poi quasi defilata, in un angolo pi\u00f9 buio la vidi. Si trovava insieme con altre, gi\u00e0 tutte occupate. Lei<br>era sola e libera. Sembrava ci stesse attendendo. Una postazione con lo sgabello nero e lucido, un<br>monitor gigante e dei pulsanti tondi e variopinti pronti a brillare, se solo sfiorati. La prima volta, che<br>vidi una slot, decisi comunque di amarla da lontano. Fu Marco, il mio amico di sbornie e avventure,<br>a tentare la sorte, a toccarla, a spingere i suoi tasti, a percuoterla, a implorarla alla fine. La vittoria,<br>seppur fugace, giunse solo dopo una ventina di minuti.<br>Il tintinnio delle monete mi scosse la schiena con un brivido. In quell\u2019istante non diedi peso alla<br>scena che avevo vissuto. Iniziai a ripensarci il mattino dopo, a colazione. Mi facevo grande con gli<br>altri, reputandomi pi\u00f9 abile di Marco. Se solo ci avessi provato anch\u2019io con quei tasti. Per tutto il<br>giorno il rimpianto mi perseguit\u00f2, fino al momento in cui potei rivederla e toccarla. Ritornai da lei,<br>ma questa volta da solo. Con una scusa mi sganciai dalla comitiva.<br>Volevo ad ogni costo un incontro intimo.<br>Vinsi al secondo tentativo e ci\u00f2 fu la mia fine. Mi convinsi che avevo ragione: io ci sapevo fare.<br>Dopo le tante batoste dalla sorte, ora la ruota stava iniziando a girare per il verso giusto. Mi sentivo<br>fortunato. Cos\u00ec per tutta la durata della crociera, andai l\u00e0 quasi ogni sera. Vincevo, perdevo,<br>m\u2019illudevo di essere bravo e capace. Finalmente sorridevo e non per finta. Scambiavo perfino<br>quattro chiacchiere con le ragazze che venivano a vedere le partite e che credevo mi portassero<br>fortuna. Non so se fosse felicit\u00e0, ma sicuramente sentivo di essere appagato. Riuscivo a ottenere<br>finalmente qualcosa. Non ero riuscito invece a trattenere mia moglie, quando decise di andare<br>dall\u2019avvocato per chiedere la separazione. Lei mi accusava di essere concentrato solo sul mio<br>successo personale e sulla carriera; diceva che non consideravo i suoi bisogni, quello di avere un<br>secondo figlio per esempio.<br>Quando giocavo alla slot, si cancellava ogni pensiero, anche questo. Ero solo io e Lei. Una lei che<br>non mi faceva domande, che non mi dava pensieri anzi me li allontanava per un po\u2019. Dopo qualche<br>mese trascorso insieme, pensai addirittura di sospendere le gocce che mi aveva dato il medico per<br>dormire e stare sereno. Quei disegni, quei colori e quelle cifre catalizzavano la mia attenzione<br>anestetizzando tutto il resto. I primi tempi non mi rendevo conto neanche di quanto perdevo, anzi<br>non mi rendevo conto nemmeno che perdevo. Nessuno sapeva dove andavo, quando uscivo<br>dall\u2019azienda. E il tempo trascorso insieme non riuscivo pi\u00f9 a quantificarlo, sembrava sempre troppo<br>poco.<br>In ufficio poi cominciai ad accumulare stress continuo: colleghi maldicenti e assenteisti, dirigenti<br>che si approfittavano del ruolo, tempi da rispettare e giornate che terminavano troppo in fretta.<br>Forse stavo invecchiando, non riuscivo pi\u00f9 a seguire troppe cose. Non potevo rispondere, come<br>quando avevo venti anni. Restavo zitto, mangiavo le unghie in ascensore sperando di ritrovarmi<br>altrove, una volta aperte le porte. Un brutto periodo. Non potevo rischiare un richiamo scritto dal<br>dirigente di turno.<br>\u201cC\u2019\u00e8 chi va a correre al parco, chi beve un po\u2019 di pi\u00f9, chi fuma o sniffa con gli amici il sabato e la<br>domenica va a donne\u201d questo mi ripetevo quando pensavo alla mia slot&#8230; \u201dio non ho vizi&#8230; allento<br>solo un pochino lo stress!\u201d. Un perfetto mantra da recitare allo specchio e che poi divent\u00f2 un<br>ritornello ripetuto a chi magari mi avrebbe recriminato qualcosa.<br>Nessuno per\u00f2 all\u2019inizio sapeva. Al Liceo ricordo che Andrea Cappellano aveva detto che l\u2019amore<br>pi\u00f9 bello era quello segreto. Cos\u00ec iniziai ad andare in bar lontani, in altri quartieri rispetto all\u2019ufficio<br>o a casa. Li sceglievo con sala appartata o paraventi che riservassero la giusta privacy a quello che<br>per me era diventato un vero e proprio rito. Ed ero stato iniziato a esso senza quasi accorgermene.<br>Stavo a poco a poco sacrificando me stesso, il tempo da dedicare a mio figlio e anche lo stipendio e<br>annesso conto in banca.<br>Ci vollero anni per guardare in faccia la verit\u00e0.<br>In principio andavo da lei soprattutto il fine settimana. Capitava anche di trascurarla a volte. In<br>fondo io mi ero comportato spesso cos\u00ec anche con mia moglie, prima della separazione. Poi con i<br>mesi il rapporto con la slot divenne sempre pi\u00f9 intimo ed esclusivo. Mi capitava di desiderarla<br>anche quando ero a lavoro, mi ritrovavo a contare le ore che ci separavano. Iniziai a preferirla<br>perfino alla partita di calcetto del gioved\u00ec sera. Nei week end in cui mio figlio veniva a stare da me,<br>non potevo di certo presentargliela. Avrei evitato situazioni in cui uno dei due avrebbe potuto<br>soffrire di gelosia. Per un po\u2019 il problema allora cominci\u00f2 a essere mio figlio. Ero nervoso. Iniziavo<br>ad avvertirlo come un peso. Sembrava dovessi scegliere tra Lei e lui. Mi divoravano i sensi di colpa.<br>Quando lo vedevo colorare con i pastelli steso a pancia in gi\u00f9 sul tappeto del soggiorno, invidiavo la<br>sua pace. E pi\u00f9 invidiavo gli altri, pi\u00f9 desideravo andare da Lei. Solo davanti a Lei mi sentivo<br>completo.<br>Cos\u00ec ricordo ancora quel novembre, c\u2019era la nebbia e il freddo giungeva nelle ossa. Era piovuto<br>tutta la notte. Fu la prima volta che feci una cosa del genere. Appena sveglio, alle sette, uscii per<br>prendere i cornetti per la colazione. Il piccolo dormiva nella sua cameretta, sentivo il suo respiro<br>pesante mentre giravo la chiave nella toppa. Al suo risveglio avrebbe trovato brioches calde al<br>cioccolato. Ci avrei impiegato al massimo quindici minuti e sicuramente era troppo presto per aprire<br>gli occhietti. La sera prima avevamo guardato insieme i cartoni animati fino a mezzanotte. Lo avevo<br>reso felice e desideravo rivedere sul suo volto la gioia. Adorava la Nutella e i cornetti appena<br>sfornati.<br>Di minuti ne passarono invece quasi sessanta, perch\u00e9 al bar dietro l\u2019angolo della via adiacente casa<br>mia, dietro delle piante e vicino la toilette degli uomini, trovai una slot. Me ne accorsi perch\u00e9,<br>mentre ero alla cassa a pagare, sentii un omone bestemmiare forte e andarsene rabbioso senza<br>salutare nessuno. Invece di uscire e tornare dal mio bambino solo a casa, andai a vedere cosa ci<br>fosse dietro quei tronchetti della felicit\u00e0 troppo cresciuti.<br>Era l\u00ec: luccicante e sola. Era stata appena abbandonata in malo modo. Mi sentii attratto pi\u00f9 del<br>solito. Un brivido di sorpresa e gioia mi attravers\u00f2. Dovevo consolarla. Giocai. Persi quella volta,<br>ma ero felice lo stesso. Ora sapevo dove avrei potuto trovarla, se solo avessi avuto la smania di<br>possederla ancora. Non avrei dovuto percorrere chilometri. Ero come totalmente ipnotizzato. E quel<br>giorno il piacere fu interrotto da un altro cliente, che mi chiese se ne avessi ancora per molto. Avrei<br>dovuto stringergli la mano e ringraziarlo a vita. Fu in quell\u2019istante che vidi la busta di carta con i<br>cornetti adagiata sul tavolino e mi ricordai che un bambino attendeva a casa da solo. Pregai che non<br>si fosse svegliato, affacciato al balcone e magari caduto gi\u00f9. La mente si affollava di tragedie<br>probabili. Immaginavo gi\u00e0 i lampeggianti blu sotto il palazzo, le donne affacciate con le mani sul<br>viso e i bambini spinti dentro per non vedere. Sarebbe potuto accadere di tutto, il peggio. Per<br>fortuna tornai ed era ancora nel lettino che sognava. Il respiro era ancora pesante, come quando ero<br>uscito da casa. Pensai per un istante a sua madre, alle lettere dell\u2019avvocato. Quel giorno mi<br>spaventai davvero. Cos\u00ec mi ubriacai della sua presenza esclusiva. Spensi addirittura il cellulare. Non<br>dovevamo essere disturbati da niente e nessuno. Mangi\u00f2 a gran morsi la brioche farcita per lui e<br>s\u2019imbratt\u00f2 di Nutella la bocca e le manine. Poi lo portai al parco in bici e ancora a fare una<br>scampagnata al lago per pranzo. Avevo bisogno di nuovo di cambiare aria. Desideravo spazi aperti.<br>Io e lui soltanto. La sera arriv\u00f2 sua madre a riprenderlo. Lo strinsi a me pi\u00f9 forte del solito e dopo<br>che vidi l\u2019auto svoltare e allontanarsi, m\u2019incamminai verso il bar della mattina. Quasi come un<br>automa mi ritrovai davanti alle saracinesche. Una signora anziana stava gi\u00e0 mettendo a posto e<br>terminando le pulizie al bancone. Chiesi lo stesso il permesso di entrare e lei acconsent\u00ec per pochi<br>minuti. Una sola ultima partita della buonanotte. Tornai altre sere, ma prima della chiusura. Le volte<br>che vincevo erano meglio di un orgasmo. Mi giravo fiero mentre raccoglievo le monetine. Volevo<br>essere ammirato mentre in realt\u00e0 perdevo me stesso. Mi piaceva che la gente mi reputasse capace.<br>Da quel giorno di novembre smisi di percorrere chilometri e isolati per raggiungere Lei, ora mi<br>bastavano cinque minuti di camminata. Cominci\u00f2 a non importarmi neanche del giudizio degli altri.<br>Ognuno fa della sua vita ci\u00f2 che vuole. \u201cNon sto mica rubando qualcosa a qualcuno?\u201d Continuavo<br>a ripetere mentre andavo da lei. Ci vedemmo sempre pi\u00f9 spesso. Fu il mio amaro dopo cena per<br>parecchi mesi. Stavo con lei anche solo cinque minuti. Anche solo un incontro fugace ma<br>quotidiano. I sensi di colpa dormivano sonni tranquilli.<br>Feci amicizia con la proprietaria e con altri spasimanti come me. Il trovarla gi\u00e0 impegnata, quando<br>arrivavo io, mi spazientiva. Mi accorsi di essere diventato un tantino intollerante. Forse sar\u00e0 l\u2019et\u00e0<br>che avanza. Eppure nella mia vita non avevo mai provato gelosia, neanche per mia moglie<br>bellissima. Fu in quel periodo che ripresi anche a fumare. Mentre aspettavo il mio turno rispondevo<br>alla signora Maria, la proprietaria, e fumavo qualche sigaretta. Lei, mentre puliva la macchina del<br>caff\u00e8, s\u2019impicciava di tutti. Amava regalare le sue perle di saggezza. Io, a differenza degli altri, ero<br>sempre vago. A nessuno davo il diritto di mettere bocca nelle mie faccende. Odiavo essere<br>compatito. Orfano da poco e separato con un bambino che vedo in modo altalenante. Sarebbe stato<br>un\u2019ottima occasione per una seduta di psicoterapia casareccia. Appoggiato al tavolino, vedevo il<br>fumo disperdersi e fantasticavo invece su quanto avrei vinto. Ultimamente invece perdevo sempre e<br>non volevo quantificare le mie sconfitte. Cominciai a fare comunque una certa economia. Capit\u00f2 di<br>cenare l\u00ec al bar con una brioche e un cappuccino. Ormai Maria a chiusura mi regalava pizzette<br>invendute. Io le dicevo che le avrei portate ai gatti randagi che gironzolavano sotto il mio palazzo. E<br>cos\u00ec \u201cscroccavo\u201d anche qualche sigaretta da lei o da qualche avventore, che come me era ormai di<br>casa. Un tempo me ne sarei vergognato. Ero ora diventato anche incapace di provare qualsiasi altro<br>sentimento. Stava diventando un amore totalizzante.<br>Vederla solo la sera non mi bast\u00f2 pi\u00f9. E con la scusa dell\u2019insonnia, mi ritrovai da lei anche prima di<br>andare al lavoro. Cinque minuti soli, mi ripromettevo ogni volta. Non mi rendevo conto invece di<br>trascorrere pi\u00f9 di mezzora e cos\u00ec, dopo anni integerrimi in azienda, fui ripreso per i continui ritardi.<br>La scusa del traffico non poteva pi\u00f9 reggere. E un bambino da accompagnare a scuola o dal dottore<br>io, a casa con me durante la settimana, non lo avevo pi\u00f9. Fioccarono lettere di richiamo e non solo<br>per i ritardi. Distrazioni, errori imputabili a cattiva gestione di quanto affidatomi. Cominciai a<br>rischiare grosso. Stavo anche dimagrendo. Forse fumavo troppo e mangiavo peggio. Divenni<br>oggetto di chiacchiericcio. Me ne accorgevo da quegli sguardi inquisitori, quando aspettavo<br>l\u2019ascensore o camminavo nel corridoio. Lo specchio mi restituiva un\u2019immagine che non mi piaceva.<br>Incuria. Forse questa era la definizione giusta per come stavo trattando me stesso. Qualche collega<br>avr\u00e0 anche pensato che covassi un qualche male. Pensai di avere davvero un infarto, la volta che mi<br>decisi ad aprire l\u2019estratto conto inviatomi dalla banca. Non potevo pi\u00f9 negare l\u2019evidenza. Scoprii<br>per la prima volta quanto mi costava in termini di denaro la mia passione insostituibile. Stavo per<br>andare in rosso, ma non avevo comprato una moto o un\u2019auto nuova.<br>Per un solo istante mi manc\u00f2 l\u2019aria e non riuscii nemmeno a deglutire. Quello stesso giorno<br>l\u2019avvocato mi ricord\u00f2 che avevo qualche arretrato da dare alla mia ex moglie. Il bambino avrebbe<br>dovuto iscriversi a nuoto. Racimolai quel che avevo, appena mi fu accreditato lo stipendio del mese.<br>Dopo una settimana per\u00f2 cominciai a sentirmi sempre pi\u00f9 gi\u00f9. Sar\u00e0 che non facevo pi\u00f9 la spesa<br>come un tempo. Sar\u00e0 che il mio carrello si riempiva di prodotti in offerta e cibi in scadenza gi\u00e0<br>pronti. Sar\u00e0 che la mia vita sembrava avere senso solo davanti a quello schermo colorato. Anche<br>mio figlio non veniva pi\u00f9 con piacere da me. Si annoiava, diceva alla madre. A volte aveva trovato<br>il frigo solo con acqua, latte e due uova e si era disperato. Un\u2019altra volta aveva mangiato un<br>formaggino scaduto e aveva avuto per giorni la dissenteria. Lo avr\u00e0 riferito di certo a sua madre e<br>lei al suo avvocato. Avr\u00e0 raccontato alla madre anche che molte volte gli rispondevo male e che,<br>quando si svegliava, a volte non mi aveva trovato in casa con lui. La mia ex moglie m\u2019ispezionava,<br>quando lo riportavo da lei. Non si fidava pi\u00f9 di me. Io avevo intuito i suoi sospetti e le sue ansie di<br>madre. Mi fissava negli occhi, forse credeva che fossi finito in brutti giri. L\u2019ultimo mese l\u2019avevo<br>molto insospettita. Le avevo chiesto un piccolo prestito. Non avevo pagato in tempo la luce. Avevo<br>paura la staccassero, visto che non era la prima insolvenza mia. Sar\u00e0 solo questione di tempo e mi<br>trover\u00f2 nella buca la lettera del suo avvocato. Non mi opporr\u00f2. Ultimamente mi sento senza forza<br>n\u00e9 entusiasmo.<br>Anche con la slot \u00e8 come se la fase dell\u2019innamoramento fosse terminata. Ho cominciato a notare<br>qualche suo difetto. Forse devo relazionarmi con tutti in maniera differente. Temo di essermi<br>aggrappato a chi non sa nuotare e non sono certo che mi riuscir\u00e0 a portare a riva. Sono stato di<br>nuovo il solito incapace.<br>Il dirigente mi ha detto chiaro e tondo di prendermi un periodo di aspettativa o di tornare quello di<br>prima. L\u2019azienda non pu\u00f2 tollerare altre disattenzioni. Il prossimo errore imputabile alla mia<br>inefficienza segner\u00e0 il mio licenziamento. Sarebbe la fine di tutto.<br>Mentre rientravo a casa a piedi, dopo aver venduto l\u2019auto per saldare qualche debito, intravidi per la<br>prima volta un anziano sudicio e calvo che elemosinava spiccioli. Era su un cartone annerito dallo<br>smog. Le sue mani tremavano. I suoi sorrisi sdentati incutevano pi\u00f9 paura che piet\u00e0 a chi usciva dal<br>supermercato. Non aveva fame. Doveva comprare un altro cartone del vino rosso che l\u2019aveva reso<br>cos\u00ec. Inebetito e incapace di dare senso alla sua vita. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel relitto<br>umano. Mi scese una lacrima. Una sola.<br>Quella sera filai a casa, svoltando dal lato opposto rispetto al bar di Maria.<br>Ripresi le gocce che avevo sospeso da tanto. Dose doppia per dormire come un ghiro.<br>Cominciarono gli incubi. Gridavo senza voce. Nessuno poteva sentirmi. Alcune persone giravano le<br>spalle. Io restavo solo. Mi svegliavo madido di sudore, gridando sempre un nome differente.<br>Il mattino dopo per\u00f2 fui certo di aver sognato Lara, la mia ex moglie.<br>Quando entrammo in crisi Lara mi propose di seguire una psicoterapia di coppia. Aveva gettato<br>un\u2019ancora al nostro matrimonio. Io rifiutai. Nessuno dei due aveva tradito la fiducia dell\u2019altro,<br>nessuno era andato a letto con nessuno. Io non riuscivo a comunicare con lei, figuriamoci con uno<br>strizzacervelli. Cosa avrebbe potuto fare un estraneo per noi? La amavo a modo mio. A lei non<br>bastava. Era spesso da sola con il bambino piccolo. Avevo dimenticato di cosa aveva bisogno la<br>coppia. Non le rivolgevo mai complimenti. Non ricordavo pi\u00f9 neanche l\u2019ultima volta in cui l\u2019avevo<br>stupita ricordandomi una cosa che piaceva pi\u00f9 a lei che a me. A volte le rinfacciavo perfino il tempo<br>trascorso tutti insieme. Ero pi\u00f9 padre che marito, quando lei decise di rivolgersi all\u2019avvocato.<br>Il pretesto fu il mio rifiuto di avere un secondo figlio. Lei si sarebbe sentita pi\u00f9 in compagnia, io<br>molto pi\u00f9 responsabile. Poi era morta anche mia madre. Ero incapace di reagire a ogni notizia dopo<br>quell\u2019evento. Ero annientato. In poco tempo avevo perso le due donne della mia vita. Una in modo<br>irreparabile, l\u2019altra avrei potuto trattenerla. Forse. Maledizione continuavo a dare la responsabilit\u00e0<br>agli altri. Pi\u00f9 rimuginavo, pi\u00f9 avevo voglia di essere davanti a una slot.<br>Non riuscivo a starle lontano. Incapace anche in questo. Giocai di nuovo, persi e poi vinsi. Promisi<br>a me stesso. Giurai guardando la foto di mio figlio sul telefonino. Ci ricascai sempre peggio. Andai<br>in rosso in banca. Telefonai a Lara. Le chiesi un appuntamento al parco sotto casa, dove un tempo<br>andavo a correre per smaltire chili e stress. Con voce tremante per la prima volta le chiesi aiuto.<br>Fu mentre andavo da lei che vidi lampeggianti e auto vicino l\u2019angolo del supermercato. Per un<br>attimo avevo avuto il terrore che si trattasse di Lara. Qualche auto magari aveva investito un<br>pedone. Mi avvicinai. La calca rumoreggiava. Ripetevano in coro l\u2019et\u00e0: quaranta anni. La mia stessa<br>et\u00e0. Mi feci spazio per vedere dove tutti guardavano. Il clochard, quello che, qualche giorno prima,<br>mi era sembrato molto pi\u00f9 anziano, era disteso, raggomitolato sotto il plaid rosso. Non si muoveva,<br>non rispondeva, non respirava pi\u00f9. Aveva chiuso gli occhi per sempre, stretto al suo cartone di vino<br>rosso da quattro soldi.<br>Ingoiai con forza saliva e qualche lacrima repressa. Cercai Lara in quella folla e la vidi svoltare<br>l\u2019angolo della strada in lontananza. Bellissima e di nuovo in carriera. Non aveva bloccato la sua<br>vita, come avevo fatto io. Aveva ripreso dal punto in cui la gravidanza e un marito incapace di<br>comprenderla davvero avevano interrotto il suo talento di architetto. Lei non lo guard\u00f2 nemmeno il<br>mendicante morto. Camminava dritta e veloce verso di me.<br>Poi le raccontai tutto. Per la prima volta smisi di mentire o minimizzare. Piansi tutte le lacrime che<br>avevo. Piansi per mio padre, mia madre e per me. Un amore rovinato quello con Lara, un amore<br>malato quello di ora con la slot . Pur volendo, non riuscivo a liberarmene da solo. Fu quel giorno<br>che chiesi a Lara di disporre lei per me dei miei soldi. Le diedi password del conto in banca e<br>bancomat. Allontanavo ogni possibile tentazione. Avevo bisogno di qualcuno che tenesse il timone<br>per non far affondare ci\u00f2 che potevo ancora salvare. Mi sentivo come un relitto. Ero allo sbando da<br>troppo tempo. Ero diventato inaffidabile e bugiardo come non lo ero mai stato. La mia superficialit\u00e0<br>era come una zavorra. Non riuscivo a risalire. Avevo incubi e attacchi di panico quotidiani. Non<br>potevo lavorare cos\u00ec. Non potevo essere pi\u00f9 il padre amorevole. Avevo bisogno di mio figlio e della<br>donna che non avevo mai smesso di amare.<br>Quel giorno non le dissi nulla di noi, ma dopo che mi chiam\u00f2 \u201cmalato\u201d la abbracciai forte e le<br>sussurrai: \u201cOra lo so. Sono malato, ma voglio guarire. Voglio essere di nuovo padrone io della mia<br>vita\u201d. Continuavo a tirare su con il naso e le lacrime non si arrestavano. Dentro lottavano sensi di<br>colpa, insicurezze, sentimenti repressi.<br>Lara allora cacci\u00f2 dalla borsa un biglietto da visita. Bisognava pur iniziare da qualche parte. Era il<br>numero del suo psicoterapeuta. Uno di poche parole ma buone, mi disse subito. Mi fidai dei suoi<br>occhi buoni che avrebbero potuto disprezzarmi. Lara mi aiut\u00f2. Mi raccolse da terra quel giorno e mi<br>sostenne in un lungo percorso, che forse non si concluder\u00e0 mai. Fu Lara ad accompagnarmi alle<br>riunioni con altri ludo patici come me. \u201cNessuno si salva da solo, se non lo vuole\u201d Queste furono le<br>parole che nel sogno mi disse Lara. Poi le ricordai. Me le ripeteva ogni volta che poteva.<br>Lei mi aspettava, dopo le riunioni, con mio figlio che scorrazzava in bicicletta o mangiava in auto<br>le patatine. Loro cos\u00ec mi sostenevano, ma la vera forza l\u2019ho trovata quando pian piano ho<br>rimarginato ferite profonde, che non sapevo neanche di avere.<br>Con il tempo ho imparato a perdonare me stesso e gli altri. Sono stato capace di smettere e sono<br>tornato al paesello. Ho varcato quel cancello nero. Sono andato sulla tomba di mio padre a lasciare<br>un fiore e a presentargli la bambina che \u00e8 in grembo a Lara. Abbiamo deciso. Si chiamer\u00e0 proprio<br>come lui: Vittoria<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Scritto da <strong>Silvana Severino<\/strong><br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Incapace, mi ripeteva mio padre quando alle elementari sbagliavo i calcoli. Quelle parole si eranoattecchite dentro e ogni tanto ritornavano in mente.Cominciavo a pensare di non essere adatto agli urti scombinati della mia vita. 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