Storie intraviste dall’oblò nella nebbia dell’altomare
Navigando l’acqua scroscia sul vetro esterno e nell’intercapedine tra lo spessore dei vetri si forma una sorta di condensa, che impedisce di vedere chiaro da dentro a fuori. Il contrario, da fuori a dentro, è quasi impossibile e dall’oblò la vista è parziale, seppur affascinante come da un vecchio cannocchiale con le lenti graffiate. La visione è distorta, quasi allentata, ma si possono sbirciare tante storie stando lì, in cuccetta, mentre la barca in altomare cerca un approdo. Anche la riva, vista da quel piccolo finestrino tondo, è messa a fuoco sfocando il lembo di terra e dei suoi abitanti. Per intero non si può vedere nulla, solo particelle di particolari di storie che lasciano impressioni senza verità. Questo è un gioco che si può fare.
C’è quell’avviso inquietante per il giocatore d’azzardo che lo avverte del rischio della dipendenza patologica dal gioco. Inquietante perché è come il dilemma che si interrogherà per l’eternità se nasce prima l’uovo o la gallina. Ma come fa il giocatore a sapere di essere proprio lui il dipendente tra tanti indipendenti, prima di essersi smascherato giocando? La roulette si agita come la sfera di cristallo delle sale da gioco, tira alla sua sorte, spruzza l’adrenalina fino a mancare il fiato e stana il vizioso del gioco. Esclama: “Eccoti mio dipendente, finalmente tra le mie giocate!”. Il banco vince sempre, ma qualcuno non ci crede. Si perde, ma si vince. Il dubbio ossessivo sul colpo di fortuna si sgomitola ingarbugliandosi nel cervello e non esce più. Come fai a dire che non è possibile vincere? Vale la vittoria, non le volte che hai perso. Hai, perché anche tu, che mi stai ascoltando, potresti cadere in una trappola viziosa che non hai ancora esplorato. Che ne sai? Vizio, ma si parla di patologico, quindi è una malattia? La volontà, la volontà è lei che può fare tutto, altro che malattia. E poi lo sappiamo tutti che, per fortuna, i dipendenti sono solo gli altri e noi smettiamo quando vogliamo. Il vizio è l’abitudine radicata che provoca nell’individuo il bisogno morboso di quanto per lui può essere nocivo, è la pratica del male nell’abituale incapacità di praticare il bene. Ci sono persone con il vizio del gioco e l’età in cui si manifesta è sempre più confusa.
Si è sentito parlare di qualcuno che ha perso tutto al gioco, persino che si è tolto la vita dalla vergogna estrema e dai problemi intorno ai debiti, che lievitavano come batteri senza controllo. Si è rovinato. Si vergognava, eppure il vizio era più forte della sua coscienza. Debole. Senza volontà, pappamolle, poco di buono e dire che sembrava un così più bravo ragazzo. Ha provato ad impiccarsi, ma l’hanno preso giù in tempo. Magari potevano lasciarlo lì. C’era anche qualcuno in famiglia con lo stesso vizio, tipo quello zio che ha lapidato il patrimonio della famiglia. La zia ci ha provato a fermarlo, ma poi lo ha dovuto lasciarlo per forza per poter pensare ai figli. Lo zio è finito male, come un barbone. Beve. Ha un cancro al fegato e presto morirà. Da solo. Ci va ogni tanto la figlia, ma lui ha ancora il coraggio di chiederle dei soldi. Si sa cosa ci vuole fare. Nonostante tutto non ha mai smesso di giocare, è pieno di debiti, non lo vogliono neppure più le tabaccherie. Dimostra molti più anni di quelli che ha, ne ha sessanta e sembra ne abbia ottanta. Lo dovevate vedere un tempo! Ma tanto ha un cancro e ai suoi figli lascia solamente debiti da pagare. Dicono che il gioco sia una malattia. Li metterei tutti a vangare la terra, vedi come gli passa la malattia. Dalla cronaca della vox populi.
Quando la navigazione approda in un porto, dall’oblò si vedono le faccende della vita sulla terra ferma. Di notte con le luci accese nelle case si possono sbirciare le vite delle persone, cosa fanno ogni tanto e sempre. Vedo quella donna dalla finestra del balcone. La mia vicina di casa avrà meno di sessant’anni. La chiamerò Madame. Era una bella signora con i capelli neri e gli occhi verdi, ma negli ultimi anni è piuttosto ingrassata, si è lasciata andare. Ha ancora un bel viso nonostante tutto. Veste con camicioni larghi e lunghi, di tessuti dai colori sgargianti, disegnati ad arabeschi. Mi ricorda Moira Orfei. Arriva a casa dal lavoro tardi, a volte sono anche le nove di sera. Il marito e il figlio l’aspettano, senza aver fatto granché, se non guardare la televisione. Non tirano la tenda del finestrone e si vede tutto, forse pensano di essere nascosti dall’albero che ci divide, o non pensano affatto. Di solito cominciano a discutere appena Madame entra dalla porta, sembra per l’orario, perché il marito fa segno all’orologio al polso e poi lancia le mani per aria a rimbrotto. Lei appoggia la borsa e tutto quello che ha in mano e va in cucina a preparare da mangiare, spesso non hanno neppure apparecchiato. Madame fa avanti e indietro, svolazzando la stoffa dell’abito e, prima di finire di imbandire per la cena, va a mettersi la tuta più comoda. Quando torna con le sue forme più attillata il figlio, con la faccia schifata, le critica la pancia, battendole una mano sopra il ventre ed il marito, che aveva già detto la sua prima, rimane indifferente a guardare la televisione. Lei brontola con una mano mimando uno sberleffo, ma non ride. Mangiano parlando molto poco. Madame tenta di chiedere delle cose, forse sull’andamento della giornata dei suoi uomini, ma si nota una certa aggressività nelle pause dei silenzi. Madame ha lo sguardo rassegnato. Appena hanno finito l’ultimo boccone i maschi escono dalla sala da pranzo e spariscono. Madame rimane da sola. Prima di sparecchiare si butta sul divano, prende il cellulare e accende il gioco, uno di quelli interattivi per cui c’è da fare delle cose, tipo governare gli animali, andare a fare la spesa ecc. Si perde almeno mezz’ora, non cambia posizione, gli occhi sono ipnotizzati sullo schermo, con la mano sinistra regge il telefono e con l’indice e il medio destro muove le cose dentro il gioco. Madame, in un barlume di ritorno alla realtà, alza gli occhi e vede che è ancora tutto apparecchiato. Ma rimane sul divano immersa nel suo gioco. Ad un certo punto si alza e inizia le faccende di governo della cucina, ma di solito prima mangia qualche avanzo sulla tavola. Mangiucchia per tutto il tempo, che fa avanti e indietro tra la tavola, la cucina, il lavandino, il frigo e la lavastoviglie. Ogni tanto si perde a cavallo del divano con il cellulare per sistemare altre faccende dentro il gioco. Il suo viso si distende in una mimica robotizzata. Per sparecchiare impiega quasi un’ora. Arriva in fretta mezzanotte e nel frattempo ha già lavorato molto dentro il gioco. Le luci di casa si spengono, tranne quelle della sala da pranzo, che Madame abbassa smorzando il lampadario e accendendo la lampada più soffusa. Prima di rimettersi sul divano Madame prende una tazza di latte con i biscotti, si risiede al tavolo da pranzo e la mangia tutta lentamente e con gusto, mentre gioca al cellulare che è appoggiato al tavolo. Con una mano si imbocca i biscotti imbibiti di latte e con una gioca. I suoi occhi non lasciano mai lo schermo. Finita la tazzona di latte, sta seduta un altro poco, infine si alza con la scodella in una mano e il cellulare nell’altra, per portarla in cucina. Dal frigo ha preso due fette di prosciutto e si incammina verso il divano, giocando. Poi si corica sul divano bella comoda e continua giocare. Passano magari quaranta minuti, si stacca dal divano e continua a camminare con la testa nel telefono. Apre la dispensa e prende un pacco di fette biscottate e la marmellata. Si siede al tavolo e mangia come una colazione molto abbondante. Gli occhi blu di Madame sono persi, annegati nel telefono. Con il dito medio e l’indice continua a spostare cose dentro il gioco e non batte ciglio. E’ un gioco dove si fanno delle cose utili alla sopravivenza del gioco stesso, dando la sensazione al giocatore di servire a qualcosa. Intanto ha mangiato già quattro colazioni. Torna in cucina con il telefono in una mano e dei rimasugli di fette biscottate nell’altra. Il vasetto di marmellata rimane sul tavolo, ma è praticamente finito. Guarda in frigo cosa c’è. Un pacchetto di formaggio morbido spalmabile, lo prende e lo mangia pian piano con il dito, mentre guarda il telefono seduta su una sedia. A quel punto beve un bel bicchiere di Coca-Cola. Poi dell’acqua e torna sul divano con il cellulare. Sono le due e il figlio è rientrato a casa, va in cucina accende la luce, rimprovera Madame, perché è stesa sul divano con un sacchetto di biscotti, beve dal frigo e va a letto. Madama poco dopo si alza e va in bagno con il cellulare nella mano. Continua a giocare mangiando fin verso le quattro di notte. A quel punto si ricorda che tra poco dovrà andare al lavoro. Spegne tutto, lascia il cellulare accanto a lei e cerca di addormentarsi sul divano. Verso le sei e mezza il marito si alza, Madame si tira su dal divano e va nel letto. Si rigira nel letto per un ultimo pisolo per trovare la forza di alzarsi per andare al lavoro. Ancora un minuto di sonno e minuto dopo minuto diventa molto tardi, dopo le otto. Madame chiama il lavoro per avvertire che arriverà tardi per un imprevisto, ma non sa più quale scusa inventare per giustificarsi dell’ennesimo ritardo. Al lavoro non le dicono nulla, perché tanto Madame allunga fino a tardi la sera. La clemenza del datore di lavoro forse non è un reale vantaggio per Madame, magari un atteggiamento più comandino e spinoso l’aiuterebbero a darsi delle regole diverse. In cuor suo pensa che lo stimolo ad interrompere questa catena abbandonica al vizio nella notte tra il cellulare e il cibo, con pesanti ricadute sul giorno, debba essere qualcosa di molto forte, come schiantarsi contro un muro. Dentro un sistema di vita sregolato affronta tutti i suoi compiti, ma il ritmo del sonno è completamente saltato. Non menzioniamo il disastroso rapporto con il cibo. All’azienda non interessa la puntualità, ma che venga svolto il lavoro. Sono già due anni che Madame ha ripreso a fare questa vita. Tempo prima era riuscita a smettere con i giochi al telefono, quando suo figlio aveva avuto seri problemi di salute e lei lo aveva assistito. In quel periodo non si abbuffava e non aveva la compulsione al gioco. Quando le dicono che è grassa si offende, lo sa da sola. Ma hanno ragione. Attualmente non c’è un ordine di forza superiore che imponga a Madame di interrompe questo rituale notturno e la sua forza di volontà è inesistente. La famiglia va avanti, il lavoro non sembra a rischio. Madame non è affatto soddisfatta. Si vergogna. Ma l’umiliazione dell’autocritica finisce immediatamente nell’aspettare di arrivare nella notte a quel momento dove tutti se ne vanno e lei rimane in sala da pranzo sul divano con il telefono per giocare. La sua testa se ne va via da dove si trova e il gioco funziona svuotandola dentro come un mantra. Madame si guarda allo specchio e pensa che deve richiamare lo psichiatra. Per un periodo era riuscita a smettere. Sono passati anni. Tutte le mattine da circa un anno si appunta di chiamare lo psichiatra. E’ di nuovo sera, gli uomini escono, la luce si abbassa, la tazza di latte e biscotti, gli occhi dentro i giochi sul cellulare e il divano. E domani pare già scritto.
Provo con lo straccio e il prodotto chimico, ma il vetro non viene bene, rimane sempre quel velo opaco che annebbia la scena. Ha circa cinquant’anni e da ragazzo era molto bello e piaceva alle donne. Ad un certo punto ha messo su famiglia, ha trovato un lavoro e sembrava diventato un uomo. A guardarlo oggi non sembra neppure lui, è invecchiato proprio male. Assomiglia disgraziatamente ad un saggio cosciente, ma senza possibilità di rimedio pratico reale. La consapevolezza sembra non avergli portato alcun frutto. A modo suo è un poeta. Sta seduto come uno sobrio e racconta che gli viene l’acquolina in bocca a sentire il metallo delle monete che battono tra di loro, cadendo dal portafoglio di quella signora, che nel prendere il giornale ha rovesciato accidentalmente il portamonete. Le sta raccogliendo come i fagioli caduti male nella semina. E’ un’acquolina potente, non una banale voglia di un bel piatto di spaghetti alle vongole veraci. Sono buonissimi se fatti bene, ma niente a che fare con il ticchettio metallico dei soldi che battono contro i loro simili. E’ una libidine irresistibile da soddisfare, perché la testa ad un certo punto ascolta solamente quell’immagine di piacere e comanda verso una direzione unica. Le macchinette. Gli piace. Quel suono gli piace più di qualsiasi cosa al mondo. “Perché lo fai?”, “Perché mi piace.” Neppure l’orgasmo con le donne gli faceva quell’effetto. Insegue perpetuo il ritorno di quel suono, come un rito afrodisiaco che lo libererà da tutti i mali. La scoperta di questo mondo autocratico delle monete, che scrosciano metalliche quando vengono buttate fuori, era avvenuta per caso in tabaccheria, infilando nella slot prima una moneta e poi ancora una. Vinto. “Wow!”. All’inizio non giocava più di dieci euro di monete per volta. Certamente in principio non aveva la più lontana consapevolezza che per inseguire quel piacere si sarebbe incamminato verso l’isolamento dal mondo delle persone perbene, compresa la sua famiglia e gli amici. Da tutti gli affetti significativi. Ogni persona cara era contemporaneamente un possibile prestatore di soldi, da fruttate per andare a caccia di monete. Quando aveva finito i soldi una bugia per farsi prestare dieci, venti euro la trovava sempre. Sono cifre che hanno tutti e non viene a mancare il pane in bocca. Via via le cifre aumentavano e le persone care non gli credevano più. Dieci euro al giorno, per rilassarsi dopo il lavoro, per una persona che si mantiene non sono poi così tanti. Una moneta, batti un tasto, avvia la ruota e le figure girano fino a fermarsi, sotto lo sguardo catalizzato dall’abbinamento che uscirà. Magia, magia, un anelito, una preghiera fulminea sull’ultima moneta che gira. Un pugno e una bestemmia sul niente di fatto. Scaramanzia, se tocca l’amuleto vince. Delle volte succede e delle volte no. Quando la terza figura esce uguale alle altre, il ticchettio scrosciante delle monete, che cadono a cascata, è quel godimento assoluto per cui smette di pensare e vale solo quello. Una botta potente di catecolamine, vita piena, vincere, non è solo vincere. E’ il suono delle monete, la catarsi della lirica del metallo che batte e dentro da qualche parte per raggiunge il paradiso. E’ il distacco da tutto. Quando le monete cascano, lui è in estasi. Lo sguardo fisso, immobile non si sposta dall’oggetto della compulsione neanche con il terremoto. Infatti quando venne quella scossa, gli altri dentro il locale erano fuggiti, ma lui era rimasto alla macchinetta a finir di giocare. Non aveva sentito la forza della scossa. Roba da matti. E’ lo stesso piacere estasiante che provavano i pirati quando aprivano un forziere pieno di monete d’oro. Lì per lì non importa di essere diventato ricco, ma vale solo l’orchestra metallica delle monete cadenti. Diventare ricco. Non è che sia stato il pensiero trainante a portarlo a vivere per la macchinetta. Tutte le monete vinte sono solo nuove possibilità di risentire quel cinguettare torrenziale di soldi che sbattono tra loro. Non servono a pagare i debiti, ma sono un nuovo investimento di gioco. Succede. Le infila prima un poco e poi tutte, per vincere ancora e chissà quante ne rivincerà ancora e poi ancora. Ad un certo punto non era più in grado di dire in un giorno quanti soldi investiva nella ricerca di quel piacere. Lì seduto sulla panchina pensa a quante partite potrebbe fare se si tuffasse a raccogliere le monete di quella signora sbadata. Tante, che sembrano poter ricucire ogni ferita d’angoscia ed eludere ogni pensiero. Fa il gesto di alzarsi in piedi, ma poi ha il buonsenso di rimettersi buono sulla panchina e mandar giù la saliva. Gioca perché gli piace. Non si ferma, perché non è possibile poter combattere tutte le volte che gli viene la voglia. Qualche volta si ferma, ma poi arriva la volta irresistibile e si ricomincia da capo. Quando è sobrio dalla birra ha ancora il coraggio di affermare che i debiti si ripagano con le vincite. Alla prossima vincita si ferma di giocare. Per sempre, che punto di vista inquietante. D’ora in poi giocherà solo per vincere e sanare i debiti. La prossima, la prossima, la prossima, sì, la prossima. Aveva cominciato per gioco, per provare e aveva continuato per quei dici minuti riposanti il cervello dopo il lavoro. La macchinetta era diventata un antistress formidabile, per sentire il suono delle monete. Quando sente il ticchettio dei soldi il suo pensiero corre alla macchinetta, all’ora in cui arriverà là, al solito posto. Ma se nel frattempo ne incontra una in una tabaccheria diversa, perché non provare un giro o due? Ha la sua slot preferita, anzi gli muove la rabbia trovarla occupata, perché qualcuno potrebbe rubargli la vincita o portargli iella. Il bracciale portafortuna, una sfregata come la lampada di Aladino e i suoi occhi possono vedere fiumi di soldi, come una profezia. Fin dall’inizio era ipnotizzato dal quel piacere del gioco semplice ed innocuo. Aveva letto da qualche parte che il gioco poteva diventare patologico, non credeva affatto fosse il suo caso. Non è del tutto convito neppure ora che ha perso tutto. I debiti per le macchinette erano solo vincite mancate. Gli servivano momenti liberi e si liberava dalla famiglia per le macchinette. C’era sempre una scusa, un motivo per uscire, una balla che lo convincesse a spendere una sola moneta. Una sola di qua, una di là, stava per vincere accidenti, quindi ancora una dai! Fino ad un certo punto il cellulare suonava, era sua moglie: “Sì, sto arrivando, tra poco arrivo” e rincasava dopo quattro ore. Dopo due birre, perché i debiti li avrebbe colmati con la prossima vincita. Quando qualcuno, cui voleva bene, perdeva la pazienza gli prometteva di non giocare mai più. Ma non è che ci credesse nel profondo, ci provava. Spendeva tonnellate di promesse e nel frattempo il lavoro non bastava più a mantenere neppure il gioco. Se non arriva la vincita non ce n’è abbastanza e bisogna tentare ancora per l’ultima volta. Sua moglie, i figli la rabbia le bugie. Lo scroscio delle monete. Se ne sono andati tutti e per tentare di non giocare passa il tempo su una panchina. Sono rimaste le monete. Si è rivolto anche a qualche servizio territoriale di specialisti e ai servizi sociali. Gli operatori sono i suoi nuovi amici, anche se dicono sempre le stesse cose. Neppure loro, con tutta la loro scienza, sono riusciti a convincerlo che c’è qualcosa di meglio del suono delle monete che cadono a cascata. L’hanno aiutato ad ottenere il reddito di cittadinanza, così per qualche giorno al mese riesce a sostenersi. Potrebbe sempre fare una bella vincita e un domani non averne più bisogno. Ride di gusto sulla panchina, mentre la signora andando per la sua strada ha lasciato a terra due euro. Meglio di niente.
Mare mosso in altomare, sull’oblò s’infrangono onde altissime e fanno paura. Il benessere ha ridotto la capacità generale di tollerare la frustrazione, pertanto anche solo sentirsi in difetto, manchevoli o in difficoltà può diventare un’onta della vita difficile da tollerare. Da frustrati del quotidiano, invece di rispondere con un atteggiamento umile di chi si mette in ascolto degli altri e di se stesso, per mediare e colmare la propria mancanza, con la pazienza e l’atteggiamento dell’apprendista, abbiamo appreso di cercare soluzioni emotive immediate di gratificazione o ci si trincera, con troppa facilità, dietro il vittimismo alla ricerca della colpa esterna a se stessi per una sorte ingrata. Sono disponibili immediati palliativi compensatori che allontanano i pensieri senza lasciare spazio ad altro. Ci sono spazi di vuoto da comprare, che arrivano immediatamente al piacere. Non costano neppure tanto, non sono beni di lusso. In altomare è meglio essere dotati di qualche strumento interiore di sopravivenza, altrimenti la visione dall’oblò diventa un’istigazione al suicidio se dura per troppe notti. Così, in un sistema che è costretto a pervertire le proprie emozioni, perché non ha la capacità di tollerare uno stato depressivo passeggero e di resistere con il proprio tormento interiore mettendosi in gioco e di riconoscere e di sfruttare le informazioni che quel malessere gli fornisce per evolvere, certi sistemi di scollamento e allontanamento veloce dalle frustrazioni funzionano molto bene. Sono convincenti. Il gioco delle macchinette o del videogioco accedono nella persona attraverso gli occhi, diretti alla sfera del rituale ossessivo, che tra i nostri sistemi nevrotici è quello più difeso e sterile di sentimenti, quello che si scolla dal pensare e dal sentire e permette anche di ritrovare la concentrazione, nella sua evoluzione positiva. La frustrazione non si sente in quel momento. E’ quello stato che riproduce la tecnica della coltivazione del giardino Zen per esempio, oppure lo si ottiene recitando un mantra di una preghiera buddista o di un rosario. È un avvicinarsi all’Apeiron, un momento simile alla pace dei sensi. Un uso consapevole ha una sua utilità importante. Ripetere la stessa cosa all’infinito allontana dai pensieri e dalle emozioni. Ma un uso inconsapevole delle difese ossessive stacca la mente dalle frustrazioni del quotidiano, difendendoci in modo poco funzionale e patologico. Eravamo approdati in un porto del sud del Portogallo. Era mattina verso le dieci e trenta e il casinò era già aperto. Forse non aveva mai chiuso. All’entrata illuminata dal giorno dalla vetrata scorrevole si incontrava una donna delle pulizie, che aspirava la moquette per farla tornare bella verde e spugnosa come un prato di primavera. Il soffitto era un cielo azzurro brillantato dalle lucine accese che simulavano le stelle, anche se era giorno. Da quell’entrata rilassante si accedeva alla grande stanza del casinò, che aveva la forma di un anfiteatro. Era buia e illuminata poco dalla luce superficiale del tavolo da gioco, dai colori delle slot, il verde, il fuxia, qualche colpo di giallo e di blu fluorescenti. Immediatamente si perdeva il senso del giorno e della notte, perché in quella mancanza di luce naturale improvvisamente sembravano arrivate le ventitré perenni. C’era una lunga fila di grandi slot, ognuna con il proprio sgabello. Molte erano già occupate dai giocatori. Davanti ad una macchina c’era una donna in soprappeso, con i capelli lunghi tra il bianco e il grigio. Era trasandata e lì per lì non avevo neppure capito se fosse un uomo o una donna. Era vestita di grigio con un camicione mezzo fuori e mezzo dentro i pantaloni di taglio maschile. Mi ero fermata a guardarla in un modo che normalmente non si fa, perché l’atro, incrociando il tuo sguardo, immediatamente ti dice di farti i fatti tuoi. Non se ne era neanche accorta. Non vedeva nulla intorno a sé. Lo sguardo era fisso sulla slot. Non batteva ciglio. La sua coscienza era transitata in un mondo parallelo. La compulsione della giocatrice infilava i gettoni con una mano e con l’altra pigiava per la composizione delle figure, che scorrevano veloci mangiando i gettoni. La signora era completamente assente ai rumori e alle presenze scomode che l’osservavano per capire. Dalla mimica del suo viso non trapelava nessuna emozione, era di cera. Ad un certo punto la slot aveva iniziato a scoppiettare gettoni, perché a furia di digitare aveva vinto. Neppure la vincita l’aveva sciolta o scossa in un qualche modo. La differenza tra vincere e perdere era impercettibile. Aveva un contenitore trasparente e con lo stesso sguardo nel vuoto aveva raccolto il pieno di gettoni. E senza nessuna pausa tra il perdere e il vincere, per gustarsi almeno il momento della vittoria e pensare cosa farne, aveva ripreso ad infilare i gettoni uno ad uno. Non si era accorta della mia presenza, dai suoi occhi non trapelava nessun cambiamento emotivo. Era ipnotizzata, in trans, immersa in un vuoto che, visto da fuori, colpiva allo stomaco come un attentato potente alla vita. Dentro di lei sembrava svolgersi una guerra fredda. Era come immersa in un’immagine sulla pellicola in negativo. Completamente altrove. La giocatrice in quell’anfiteatro del gioco d’azzardo non calcolava il tempo e i suoi bisogni primari erano elusi da un tempo imprecisato. La scena si svolgeva nella notte perpetua simulata dalle luci artificiali da bisca del casinò. Accanto a sè aveva una bottiglia di birra a metà. Ci sono sguardi che non si dimenticano.
Contemplando dall’oblò in altomare la nebbia oscura le certezze. Forse ognuno di noi decide più o meno consapevolmente come naufragare verso la propria meta. Oppure si cerca ostinatamente di evitare questo pensiero e la vita è solo quello che capita nel presente, con accumuli di passato, che più che altro pesano come ricordi indelebili che influenzano male il presente e invalidano le speranze future. Pensavo al disegno di controllo globale delle masse, che ipotizzavi ieri ragionando sul gioco patologico, le droghe e i videogiochi ecc. Non riesco a dire se dietro questa invasione di strumenti di dipendenza ci sia un piano studiato nei minimi particolari dai potenti. Molti lo pensano, deresponsabilizzando il popolo, che diventa solo un burattino senza possibilità di scegliere. Mi sembra una paranoia esagerata. Oppure il piano iniziale era nato con un intento, non necessariamente malvagio, ma successivamente è capitato che sia evoluto per conto suo, sulle intenzioni di tanti altri nel bene e nel male. E in questo suo sviluppo esponenziale, per l’elevato indice di gradimento riscosso dai mezzi di dipendenza, ha preso dimensioni e direzioni che nessuno controlla più, rafforza la perversione collettiva e cambia la società. Assomiglia a quello che è successo alla Sanità Pubblica, che durante il Covid ha mostrato tutta la sua fragilità, a causa dei tagli e della mancanza di un reale progetto di contenimento dei costi, che consentisse il mantenimento del rifornimento delle risorse indispensabili, tra cui i professionisti in tutte le branche e gerarchie. In tanti amministratori si sono adoperati per la Sanità agendo su delle parti, o tagliando e nessuno è stato un grado di pensare in modo coordinato ad un reale progetto sostenibile per il futuro, fino ad esaurire persino le risorse di personale formato. C’è tanto da lavorare ma non ci sono lavoratori. La Sanità e la sua cultura subiranno per forza un grande tracollo, entrando in un loro medioevo. L’Università è costretta a formare in fretta chiunque ed è diventato troppo carente il passaggio di consegne dell’esperienza pratica della medicina, che è diversa dalla semplice teoria, perché una buona fetta di professionisti è andata in pensione e una buona fetta che dovrà sostituire non ha fatto in tempo a prendere le consegne della maestranza di chi li ha preceduti. I servizi delle specialità sanitarie oberati e senza personale adeguato non riescono a rispondere ai cittadini. I giovani delle professioni sanitarie davanti a compiti più grandi di loro si difendono dietro una struttura narcisistica, che permette alle giovani leve di credere di sapere quasi tutto, senza mettersi nella posizione umile della gavetta dietro ai professionisti di una certa età, che permettono di imparare i segreti della materia. La cultura sanitaria per un periodo sarà destinata ad irrigidirsi dentro le certezze chimiche e scientifiche degli studi appena fatti. La complessità della cura del paziente si apprende strada facendo. Anche l’umanità nell’esercizio delle professioni sanitarie viene con il tempo, imparando ad ascoltare e osservare. Il primo a dover essere paziente è il sanitario di qualunque professionalità. Le risposte immediate e pronte da poter dare con certezza sono rare. Ma questa società prestazionale si è abituata al tutto e subito. Come se il tempo per pensare fosse opzionale o un indice di incapacità del professionista. In aggiunta, l’iperspecializzazione sanitaria, in assenza dell’abitudine alla comunicazione e allo scambio di informazioni tra professionisti diversi sullo stesso caso, rischia di rendere la medicina una serie di branche spezzettate, che scinde il corpo e la mente, che in realtà fanno parte sempre di una persona nella sua totalità. La sofferenza mentale e le dipendenze sono esplose più che mai, e la mancanza di risorse trascura i problemi intimi di una società fortemente in crisi. La patologia del gioco probabilmente avrà sempre più strumenti di contenimento sociale su cui radicarsi. Basta guardare come cambia lo sguardo di un bambino di tre anni che si appiccica ad un video del cellulare, con gli occhi a palla fissi, che non battono ciglio, e la reazione di rabbia che si scatena quando lo distogli dal gioco. Si incanta e si assenta dagli stimoli intorno. C’è da litigare, da strapparglielo via dalle mani a forza e rimane nervoso e arrabbiato, finché finalmente non si distrae con qualche gioco manuale vecchio stampo. Per quanto sia consigliato evitare l’utilizzo del cellulare ai bambini, sono strumenti talmente diffusi in qualsiasi azione della nostra giornata che per un genitore diventa un percorso ad ostacoli ambivalente, contraddittorio, alla fine improponibile. La velocità intuitiva con cui il bambino usa lo strumento del cellulare, senza che nessuno gli abbia insegnato ad usarlo, è sensazionale e allarmante allo stesso tempo. Lo Stato è coinvolto nella gravissima perversione d’incentivare il gioco con la pubblicità e nel contempo informare che il gioco può creare dipendenza patologica, come se questo avviso avesse un senso preventivo per chi avrà la dipendenza. E siccome sono numerosi i dipendenti dal gioco, vengono creati centri di cura specializzati per le dipendenze di questo tipo. Come questa, ci sono tante altre perversioni che iniziano e nessuno ferma più, perché intanto il sistema è partito e nessuno è responsabile. Nessuno più. Monitor, video, videogiochi, condizionamento visivo, insonnia, crisi epilettiche e panico in altomare.
Un occhio attendo oltre il vetro della nebbia l’incontrava circa due volte al giorno, soprattutto al mattino. Arrivava mesta, con i pantaloni di una tuta semplice grigia o nera e una maglia di cotone sul rosa. A colpo d’occhio sembrava ancora in pigiama. Sorrideva appena per chiedere al barista di cambiarle la moneta per la slot che stava nel bar, sulla parete in fondo appiccicata al muro nero nella penombra del locale. La postazione della macchinetta era ricavata in una nicchia intima e la sua posizione in fondo in fondo non istigava al gioco il passante occasionale, che si fermava a prendere un caffè. Il gestore del bar diceva di non aver piacere di aver quel tipo di gioco nel suo locale, ma gli era stato imposto. Il giocatore che veniva a cercare proprio lei, la macchinetta da gioco, poteva isolarsi in fondo nell’intimità del buio. La donna aveva forse appena trent’anni. La mimica di tutto il corpo era poco espressiva, come i suoi capelli neri diritti e trascurati, che portava sciolti. Il rituale prevedeva che bevesse un caffè e pian piano si accostasse alla macchinetta, facendo finta prima di andare in bagno. La porta del bagno era di fronte allo slot. La sua postura rigida a paletto faceva trapelare la vergogna che l’accompagnava. Incontrandola fuori da quella scena si sarebbe potuto pensare che facesse la bibliotecaria. Passetto dopo passetto, senza guardarsi troppo intorno, come se avesse il paraocchi di un cavallo, si avvicinava alla macchinetta. Si attaccava al gioco e la sua posizione di spalle le permetteva di escludersi dal resto della vita dal bar. Ci stava anche un’ora più volte al giorno. Non di rado, con la sua statica flemma statuaria, si recava di nuovo alla cassa a cambiare dei soldi. Trascorrevano i mesi e lei continuava con la sua presenza quotidiana al bar, tranne la domenica che era chiuso, per fare sempre la stessa cosa. Il suo aspetto fisico pian piano cambiava e la sua gravidanza diventava sempre più evidente. La convivenza con il bambino nella pancia, non aveva cambiato l’espressione del suo viso né le sue abitudini del gioco. Credo che la vergogna di non riuscire a resistere alla compulsione nonostante la maternità la travolgesse, almeno nell’inconscio, perché camminava sempre più lenta, sempre più rigida con il collo e il viso diritti senza visione laterale alcuna. Partorì. Ben presto era tornata al bar per la sua consueta abitudine. Portava il bambino avvolto e stretto a sé, con la fascia tipica delle africane. Tutti i giorni di nuovo con il bambino addosso, appeso al suo ventre, senza fargli una carezza, si attaccava alla macchinetta come aveva sempre fatto. L’unica differenza era il bambino che era venuto fuori di lei.
Avvertenze dal Ministero della Salute per i giocatori: “Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che varie persone che giocano d’azzardo, sono particolarmente vulnerabili a sviluppare dipendenza patologica. Tutti i giochi con vincite in denaro possono essere molto attrattivi fino a far sviluppare una dipendenza patologica, che è una vera e propria malattia. Essa si manifesta principalmente con comportamenti di gioco ripetuti, non controllabili con la propria volontà. Questo comportamento può provocare rischi per la salute della persona, la sua socialità, la sua famiglia, e perdita di ingenti somme di denaro”.
Dall’oblò in altomare la ludopatia cavalca le onde di molte forme d’azzardo. C’è molto da fare nella nostra realtà fortemente ambivalente e tentatrice per sostenere i giocatori dipendenti a trovare una zattera sufficientemente buona per stare a galla, senza lasciarli annegare nel gioco che alimenta il vuoto esistenziale, fino al baratro della voragine senza ritorno per qualcuno. Forse è già tardi quando un salvagente fluorescente cerca di penetrare nei loro sguardi per essere visto dai loro occhi. Ma l’altomare non è ancora un luogo completamente senza speranza.
Scritto da Barbara Bertoncelli







