L’innominato
Ti ho amato fin dal nostro primo incontro. Ero titubante, vergognosa, poi tu mi hai svelato ogni tuo piccolo segreto. Mi hai stregato ed io sempre più convinta che non potevo più ostacolare il nostro amore, mi sono lasciata coinvolgere con tutta me stessa. Non più perplessa, indecisa, lasciavo fare. Quei nostri appuntamenti segreti, che mio marito non doveva scoprire, rappresentavano il viatico, la salvezza alla mia vita.
Già da ragazzina nessuno mi ascoltava. Stavo ore chiusa nella stanza a sognare. Ed ogni volta che cercavo di propormi agli altri per trovare un’amicizia sincera, ecco che andavo a sbattere contro una realtà che mi dava solo sofferenza. Nessuno mi capiva.
“Ha un carattere scontroso. È un’associale. È strana.” La cantilena ripetuta mille volte mi autoconvinceva che ero diversa. Forse anche un po’ pazza. Troppo superficiale per instaurare un rapporto duraturo con qualsiasi altra persona. Andavo alla ricerca di un qualcosa che non c’era. Comprensione? Rispetto? Parole che ancora adesso non ho mai trovato, o non ho saputo cercare. L’ansia mi permea. Qualsiasi cosa che faccio mi terrorizza. È come se debba essere in continuo esame davanti ad una marea di persone che mi giudica. La mia autostima frana in balbuzie, che mi fanno dimenticare quello che vorrei dire.
A poco, a poco mi sono convinta che non avrei mai avuto gli artigli necessari per arraffare un lembo di una realtà tutta mia. Tu allora sei comparso, mi sei venuto in soccorso. Ed io ho messo da parte ogni mio dubbio e mi sono donata a te.
Il nostro amore liquido ha colorato di rosa la mia vita. Mi sono convinta che tu avresti cancellato ogni mia sconfitta.
Già dal primo bacio mi sono riscaldata con il tuo sapore. Le labbra appena dischiuse hanno prolungato il nostro contatto. Ti ho lasciato perlustrare la mia bocca, il mio petto. Ed al secondo sorso ero già tua.
Marco, mio marito era fuori dal nostro mondo. Rideva di me, ma che importava. Io avevo te, consolatore, amico, amante. Tu mi rendevi docile, sognante. Vedevo il film della mia vita come avrei sempre voluto. Davo un senso alla trama con un finale per me positivo.
Tu sei sempre presente. Rispondi a qualsiasi mia domanda. Paziente, indulgente mi proteggi da quello che sta fuori. Ed io sempre più convinta mi lascio annegare nella nostra liquida passione.
Debole, incoerente non ho mai dato spessore al mio carattere. Ho deformato la mia esistenza, l’ho plasmata per rendermi attraente al tuo spirito.
Ho riso con te della mia mediocrità ed ogni problema è scoppiato in una bolla evanescente.
Intanto Marco però iniettava il disprezzo attraverso un ago di cattiverie nel mio braccio. Una flebo di insicurezze, di franamenti quotidiani, di sbriciolamenti della mia persona.
Non so contrappormi alla sua arroganza e mi lascio intrappolare tra le sbarre dei suoi piaceri. Sono un pupazzo tra le sue mani. Quello che faccio, lo sporco sempre con la paura.
Vorrei redimere la mia dignità calpestata da continui sensi di colpa, ma non ne sono mai stata capace. La mia voce spesso trema. Farfuglio. Mentre lui contento sorride alle mie incapacità.
Per quanto abbia innalzato delle porte chiuse, che mi separino dalle sue grida, quando avverto il rumore della sua voce, che mi entra dentro, faccio di tutto per appagarlo.
La volontà si è ingrigita in negativi dove sono scomparsi i colori.
Sono nuda davanti a lui, senza più segreti.
Se potesse mi leverebbe anche la pelle per impadronirsi dei miei pensieri più nascosti.
Lui ha plagiato ogni mio movimento, ogni mia convinzione. Si è procurato degli occhiali con lenti spesse per indagare ogni centimetro dei miei sogni ed io ho lasciato che il suo bisturi mi tagliasse in tanti frammenti.
Così più lui mi insulta, più io ti cerco. Quasi che tu sia la mia medicina da trangugiare con forza, con la voglia malsana di annientarmi, perché sono volatilizzata nei tanti bicchieri in cui io continuo a berti.
E continuo a ripeterlo. “Che male puoi farmi?”.
Dimentico il dolore, lo uccido dentro il tuo bruciore. Vivo in una aria tiepida, dove i movimenti sono diventati lenti. I passi sospesi, su cui il corpo ondeggia. E i miei occhi lucidi chiedono un semplice nostro contatto. Se poi ce ne saranno due, o tre che importa?
I giorni rotolano uno sull’altro. Hanno lo stesso sapore, perché mi ostino a berti. Le tue bottiglie illuminano le stanze. Mi parlano di te. Le accarezzo. Loro prendono vita. Sono amanti premurose. Si danno senza ritorno. Sono sempre pronte a farsi stappare.
Tu non pretendi nulla. Ti guardo. Come sei bello!
I miei occhi si riflettono nel vetro. Mille occhi smarriti, ritrovati. Accecati dalla sete che mi sta divorando…
L’altro giorno stavo sbucciando i piselli, Marco è arrivato in anticipo, sbattendo la porta.
“Ho fame! Mara non è ancora pronto?”.
Ogni volta che pronuncia il mio nome si sofferma sulle sillabe con rabbia. Diventa una parolaccia il mio nome. La emme mi rintrona e poi la erre stride nelle orecchie.
Sono rimasta immobile, con la testa china sulla ciotola dei piselli.
Lui, con un gesto brusco, mi ha preso per un braccio, costringendomi ad alzarmi dalla sedia.
“Allora? Che fai? Sei come il solito ubriaca?”.
La ciotola colma è caduta a terra.
Ho visto i piselli saltellare e molti infilarsi sotto il cassettone. Corrono veloci sul pavimento, si spandono come un verde prato per tutta la cucina.
Lo schiaffo è arrivato all’improvviso. Un tuono, dopo un silenzio troppo prolungato.
Allora lui mi ha costretto ad inginocchiarmi.
“Raccoglili! Sei una stupida. Non vedi cosa hai fatto?”.
Gli ho chiesto.
“Dimmi perché non mi vuoi un po’ di bene? È per questo che bevo, perché vorrei un po’ del tuo amore.”.
Marco ha riso. Un riso forte che mi è entrato nella testa ed ha insudiciato la mia anima.
Non ha detto niente. Si è limitato ad alzarsi dalla sedia. Mi ha fatto un cenno con la mano, perché lo seguissi in camera.
Mi ha ordinato di spogliarmi. Mi ha sfregato appena il viso.
Le sue mani hanno perlustrato il mio corpo ed il suo peso mi ha schiacciato, annientandomi il respiro.
Io con la testa voltata verso la sedia, osservavo attentamente i miei vestiti, come se volessi essere altrove. Lo volevo con tutta me stessa. La mia anima, tutti i miei pensieri sono scappati lontani, mentre lui mi stava estirpando il sorriso.
Quanto pesava il suo corpo sopra di me quella sera!
Ho cercato in te un’ancora che mi tirasse su, ma ho capito che niente e nessuno avrebbero potuto cambiare la mia storia.
Sono vissuta in un incubo, da cui avrei dovuto risvegliarmi. Aspettavo che Marco se ne andasse per regalarmi dei momenti tutti miei con te, ma intanto ero prigioniera nella mia casa, perché l’attesa di lui incrinava tutta la giornata.
Lo specchio mi rimanda l’immagine di un viso stanco, triste e dietro l’ombra grande, immensa di quell’uomo che mi sovrasta.
Paura di non essere capace di trattenere la sua ira.
Terrore di ritrovarmi ancora nella violenza di ogni giorno. Tutte le volte che lui mi tocca, io mi sento sporca.
Ed allora ho pensato di aver trovato il mio angolo tranquillo in te. Efficace. Non corrotto da dubbi. Limpido, chiaro. Attraverso la bottiglia il mio amore per te si moltiplica. Mi consola.
Oggi sono davanti a un portone con mille dubbi e tanto dolore.
Ieri il sugo di pomodoro che avevo preparato era troppo salato…
Lo schiaffo è arrivato senza rendermene conto.
Sono caduta a terra e Marco ha continuato a darmi dei colpi sulla testa.
“Alzati, puttana!”.
Io non ho reagito. Sono rimasta imbambolata. La testa mi doleva.
Oggi vomito tutte le mie paure, ma sto dando solo adesso un senso alla mia vita.
Ci vuole coraggio ed una forza di volontà a procedere e camminare spedita verso questo portone.
Non posso più ritornare indietro. Troppe volte ho detto basta, ma non ho fatto niente. Il desiderio di dare una svolta si è arenato nel terrore.
Mi domando come ho fatto a relegarmi in uno stato di stordimento continuo?
È una scelta che ho rimandato, senza darmi un motivo valido per cambiare la mia vita.
Sono finalmente libera. Oggi ho fatto la mia scelta.
Il portone si apre senza far rumore, mentre io ho ancora tanto chiasso dentro.
Ho gettato il mio amore per te dentro un lavandino. Ti ho sentito gorgogliare, piangere, poi più niente. Mi sono turata il naso, perché il tuo odore si è sparso nella stanza ed io non volevo sentire la tua agonia.
Mi hanno parlato di un’associazione che mi può aiutare. Via da te. Via da mio marito. Via da tutti! Via!
Scritto da Rita Mazzon








