Francesco Guccini
«Cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria…»
Francesco Guccini è appena morto e dedicare a lui la parte musicale di questo Addictus Magazine potrebbe, per taluni, sembrare offensivo. Da suo sincero ammiratore e devoto fan la cosa la vedo in modo un po’ diversa: è innegabile che Guccini abbia cantato, non solo l’ebbrezza (“..al rosso saggio chiedi i tuoi perché”) innumerevoli volte, ma anche l’ubriachezza (“..cadon come foglie gli ubriachi…il caffè della stazione per neutralizzare il vino..”) e un’immagine di sé, almeno durante gli anni ’70, con il fiasco sul palco, anche se, più recentemente, dichiarò di aver fatto molto più fatica a smettere di fumare (con la sua maculopatia retinica) che non di bere. E da un altro punto di vista è una maniera di ricordare una colonna della musica italiana. E quindi, avanti con Francesco Guccini!
FG nacque quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Di lì a poco, suo padre fu chiamato alle armi costringendolo ad andare a vivere con la madre Ester presso i nonni paterni a Pavana, nel comune di Sambuca Pistoiese. Guccini ricorderà più volte nelle sue opere gli anni dell’infanzia trascorsi sulle montagne dell’Appennino tosco-emiliano, della quale andava molto fiero. La fine della guerra riportò Guccini con la famiglia a Modena.
«Piccola città, bastardo posto, / appena nato ti compresi / o fu il fato che in tre mesi / mi spinse via?»
Guccini mosse i primi passi nel mondo della musica come cantante e chitarrista in un’orchestra da balera, di cui facevano parte Pier Farri (che divenne in seguito suo produttore) alla batteria e Victor Sogliani (futuro componente dell’Equipe 84) al sassofono, più un altro chitarrista, Franco Fini Storchi. Con gli Snakers Guccini scrisse le prime canzoni sul modello dei brani di Peppino di Capri e degli Everly Brothers. Per due anni il gruppo ottenne molti ingaggi, facendo la stagione sulla riviera romagnola e suonando in tutto il nord Italia e anche all’estero: proprio durante alcuni spettacoli in Svizzera Guccini si trovò ad accompagnare, come chitarrista, Nunzio Gallo, vincitore del Festival di Sanremo 1957 con Corde delle mia chitarra (in coppia con Claudio Villa).
Nel 1961 la famiglia Guccini si trasferì a Bologna.
Per la sua maturazione musicale e artistica risultarono decisivi gli ascolti (le «diete musicali», come le definì) del gruppo torinese dei Cantacronache e Bob Dylan; in questo periodo compose canzoni come La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), È dall’amore che nasce l’uomo, portate al successo dall’Equipe 84 e Noi non ci saremo, registrata invece dai Nomadi.
Il primo lavoro della sua carriera di cantautore – Folk beat n. 1 – arrivò nel 1967 che ebbe un riscontro commerciale molto scarso (“praticamente nullo” affermò Guccini).
Furono tuttavia i Nomadi a portare al successo nello stesso anno quella che divenne una delle canzoni più note di Guccini: Dio è morto, un brano che ricevette gli elogi addirittura di papa Paolo VI (fu trasmessa da Radio Vaticana, benché a suo tempo censurata dalla Rai per blasfemia.
Nel biennio 1967-1968 si distinse anche per il lavoro di pubblicitario nell’ambito del Carosello insieme a Guido De Maria, collaborando agli slogan dell’Amarena Fabbri imperniate sui personaggi Salomone pirata pacioccone e il suo aiutante “Mano di fata”.
Nel 1970 fu la volta di Due anni dopo, album dai toni inquieti ed esistenziali. Con questo album ha inizio una collaborazione, che durerà circa un decennio, con la folksinger americana Deborah Kooperman.
A undici mesi da Due anni dopo fu pubblicato L’isola non trovata. Il titolo dell’album, che è anche quello di una canzone, è un riferimento a Guido Gozzano; altra citazione letteraria presente nel disco fu quella di J.D. Salinger in La collina. La notorietà di Guccini iniziò a diffondersi con partecipazioni televisive e dove divenne amico di Claudio Baglioni. Nel 1971 sposò la sua storica fidanzata, Roberta Baccilieri (raffigurata sul retro di copertina dell’album Radici e alla quale dedicò la canzone Eskimo.
«Bolognesi! Ricordatevi: Sting è molto bravo, però tenetevi il vostro Guccini. Uno che è riuscito a scrivere 13 strofe su una locomotiva, può scrivere davvero di tutto.» (Giorgio Gaber)
Il vero salto artistico e qualitativo si ebbe nel 1972 con Radici, che contiene alcune delle sue canzoni più conosciute; innanzitutto La locomotiva, Incontro, Piccola città, Il vecchio e il bambino, La canzone della bambina portoghese e Canzone dei dodici mesi, brani ritenuti tra i suoi capolavori artistici. Nello stesso anno Guccini portò alla EMI Italiana un giovane cantautore suo concittadino (a cui abbiamo dedicato un numero di Addictus Magazine, N.d.R), di cui aveva ascoltato alcune canzoni che l’avevano colpito: si tratta di Claudio Lolli, con cui in futuro collaborerà nella stesura di due canzoni (Keaton e Ballando con una sconosciuta), che deve proprio a Guccini l’inizio della sua attività artistica.
Nel 1973 fu la volta di Opera buffa, disco registrato all’Osteria delle Dame di Bologna e al Folkstudio di Roma, goliardico e spensierato, che mette in luce le sue qualità di cabarettista, ironico e teatrale, colto e canzonatorio. Seguì l’anno successivo Stanze di vita quotidiana, un album controverso e di difficile ascolto, che riscontrò pareri contrastanti di pubblico e critica. Il disco, composto da sei lunghi brani malinconici e struggenti, rispecchiava il periodo di crisi profonda che Guccini stava vivendo, aggravata dai continui dissidi con il produttore Pier Farri, e che ricevette delle critiche impietose: si ricorda soprattutto quella di Riccardo Bertoncelli, che senza mezzi termini bollò il cantautore come «un artista finito, a cui non resta più nulla da dire». Guccini rispose a questa accusa qualche anno dopo, con L’avvelenata e “ ci sarà sempre un Bertoncelli e un prete a sparare cazzate” verrà ricordata in eterno, anche a vantaggio di Bertoncelli stesso. Solo a distanza di molti anni fu riconosciuto il valore artistico di questo disco. Guccini denunciò anche parecchi problemi con la produzione e la qualità della registrazione. Personalmente, ritengo Stanze, un ottimo disco.
Il successo commerciale di Guccini arrivò nel 1976, l’anno di Via Paolo Fabbri 43, album che sarebbe poi risultato tra i più venduti dell’anno. L’album successivo, pubblicato due anni dopo, fu Amerigo (1978), la cui canzone più famosa è certamente Eskimo.
Nel frattempo, nello stesso anno, si separò dalla moglie Roberta (scrivendo sulla vicenda la canzone Eskimo) e iniziò una convivenza con Angela Signorini, dalla quale, nel 1978, ebbe la sua unica figlia, Teresa (a cui anni dopo avrebbe dedicato le canzoni Culodritto ed E un giorno…).
Guccini aprì gli anni ottanta con Metropolis, album al quale, al pari di Stanze di vita quotidiana, ha affermato di essere meno legato.Il filo conduttore della raccolta è la descrizione di alcune città dal preciso valore simbolico: Bisanzio, Venezia, Bologna e Milano.
Anche il successivo album Guccini, trattò le stesse tematiche del precedente, tra cui spicca il tema del viaggio e del disagio metropolitano rappresentati in Gulliver e in Argentina. Un brano «classico» di Guccini divenne Autogrill, canzone che narra di un amore sfiorato.
Il 1987 fu l’anno di Signora Bovary, un album la cui particolarità risiede nelle varie canzoni come ritratti di personaggi della vita di Guccini. Van Loon è suo padre, Culodritto è la giovane figlia Teresa, Signora Bovary è lui stesso. La canzone Keaton fu scritta dall’amico cantautore Claudio Lolli, con delle modifiche di Guccini, che la firmò come coautore. Il disco segnò un importante cambio di rotta, soprattutto per quel che riguarda la composizione musicale. Si tratta di un lavoro raffinato, con melodie e arrangiamenti più complessi. Colpisce su tutte Scirocco, che racconta un episodio della vita di Adriano Spatola, detto Baudelaire e della sua separazione da Giulia Niccolai.
Quello che non… (1990) fu un album all’insegna della continuità poetica con il precedente, tre anni dopo (1993) fu la volta di Parnassius Guccinii (dal nome dell’omonima farfalla dedicata al cantante emiliano).
Tre anni dopo (1996) fu il turno di D’amore di morte e di altre sciocchezze, altro successo di vendite. Tra le canzoni di maggior successo del disco spicca Cirano; Quattro stracci, che narra dell’amore finito per Angela, in maniera molto più dura rispetto a Farewell, del disco precedente. L’album Stagioni è l’album con cui Francesco Guccini chiude il secolo e come tematiche si concentra sui diversi cicli temporali che attraversano lo scorrere degli anni.
Il disco successivo, Ritratti (2004), contiene alcuni brani caratterizzati da dialoghi immaginari con personaggi storici, come Ulisse, Cristoforo Colombo, Che Guevara; Odysseus, che apre il disco, ha un testo ritenuto da alcuni tra i migliori della sua carriera.
Il 21 aprile 2011 il cantautore sposò a Mondolfo in seconde nozze Raffaella Zuccari, sua compagna di vita dal 1996. Nel novembre dello stesso anno, dopo una lunga gestazione, venne pubblicato l’album L’ultima Thule, che a fine 2013 conseguì il secondo Disco di platino per aver superato le 120 000, di cui oltre 100 000 nel primo mese di pubblicazione. Nonostante questo successo, Guccini dichiarò di non volere più né incidere nuovi lavori né fare concerti, ritirandosi dalla carriera musicale e dedicandosi interamente a quella di scrittore.
Il 18 novembre 2022 venne pubblicato il diciassettesimo album in studio Canzoni da intorto, disco di cover che segna il ritorno di Guccini dall’ultimo album L’ultima Thule. Il 14 dicembre dello stesso anno Guccini diventò nonno, con la nascita di Pietro, figlio di Teresa.
Francesco Guccini muore il 6 agosto 2026 nella sua casa di Pavana, all’età di 86 anni. La famiglia comunicò che i funerali si sarebbero svolti, in forma privata per volontà dell’artista, dopo due giorni nella stessa abitazione; una preghiera e una benedizione dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, amico di Guccini, conclusero la cerimonia funebre laica. Le ceneri del cantautore sono tumulate presso il cimitero comunale di Pavana.
I brani scelti per questa Addictus compilation.
La locomotiva (Radici, 1972). È probabilmente la canzone più conosciuta di Guccini, il quale, da quando è stata composta, l’ha proposta abitualmente come ultimo brano di ogni suo concerto.
La canzone è direttamente ispirata a un fatto realmente accaduto, che ebbe come protagonista il macchinista (fuochista) anarchico Pietro Rigosi. Poco prima delle ore 17 del 20 luglio 1893 Rigosi, che all’epoca aveva 28 anni ed era sposato e padre di due bambine, si impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico, dove lavorava, e la diresse alla velocità di 50 km/h, che per quei tempi era notevole, verso la stazione di Bologna. Il personale tecnico delle ferrovie deviò la corsa della locomotiva su un binario morto, dove la locomotiva si schiantò contro alcune carrozze in sosta. L’impatto fu estremamente violento e l’uomo venne sbalzato fuori; gli venne amputata una gamba e rimase sfigurato in viso, ma sopravvisse. Dopo due mesi venne dimesso dall’ospedale ed esonerato dal servizio in ferrovia per motivi di salute e non licenziato in tronco. I motivi che spinsero l’uomo a questo gesto non sono mai stati del tutto chiariti, ma le sue idee profondamente anarchiche convinsero l’opinione pubblica che si trattasse di un gesto di protesta contro le dure condizioni di vita e di lavoro di quegli anni e contro l’ingiustizia sociale, che si manifestava in ogni situazione, ad esempio nel mondo del trasporto ferroviario, in cui le carrozze di prima classe erano comode e confortevoli, mentre quelle delle classi inferiori erano fatiscenti e scomode. Gran parte dei giornali dell’epoca liquidò la vicenda definendola un puro atto di pazzia.
Autogrill (Guccini, 1983). Un vero capolavoro. Difficile rimanere indifferenti alla magia malinconica di questa canzone.
Scirocco (Madame Bovary, 1987). Scirocco racconta un amore impossibile e incompiuto, bloccato dalle convenzioni sociali e dal senso del dovere. Musicalmente, secondo me, il miglior pezzo di Guccini, mentre il precedente Autogrill è il miglior testo. Da sempre le mie due figlie parteggiano per l’uno o per l’altro.
Cirano (D’amore e di altre sciocchezze, 1996). Inno alla libertà, alla ribellione contro il conformismo e una dura critica all’ipocrisia della società. Il pezzo è il preferito da mia moglie (DJ Kanga), così si conclude la vetrina di famiglia.
Incontro (Radici, 1972). In Incontro Guccini narra del suo rendez-vous a dieci anni di distanza, con un’amica dei tempi andati. È una malinconica occasione per rievocazioni nostalgiche e per constatare i cambiamenti avvenuti. «Incontro parla di un’amica mia che, bontà sua, era innamorata di me. Era anche molto carina, ma aveva poche tette e io ero molto sensibile all’argomento. Oggi guardo altre cose, anche perché sono cambiati i tempi. In quegli anni avere la ragazza senza tette era un handicap mica da ridere. Con questa ragazza rimanemmo comunque amici. Diventò professoressa di ginnastica e si sposò con un americano che viveva a Bologna. Per un po’ vissero in America, poi si trasferirono a Berlino e fu lì che si innamorò di un altro, un tipo piuttosto instabile, purtroppo. Così, quando a Natale lei raggiunse suo figlio in America, lui si impiccò. Al suo ritorno in Italia la mia amica venne subito a cercarmi per raccontarmi cos’era successo. Andai a trovarla, e dopo quel pomeriggio trascorso insieme scrissi Incontro, forse il mio primo tentativo di scrivere per immagini veloci, molto cinematografiche».
Un consiglio, se suonate la chiatarra e volete far colpo sulle ragazze che vi ascoltano, questo è il brano giusto. Non so se funziona con l’inversione di genere (nota di DJ Kanga).
La Canzone delle osterie di fuori porta (Stanze di vita quotidiana, 1974). Canzone tra le più belle di Guccini. Bastava questo brano per far tacere le “cazzate” di Bertoncelli.
Canzone quasi d’amore (Via Paolo Fabbri 43, 1976). Altro capolavoro assoluto del nostro. “…Fingo d’aver capito che vivere è incontrarsi, aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare, Bere, leggere, amare, …grattarsi”.
Bisanzio (Metropolis, 1981). Una storia che si svolge ai tempi di Giustiniano (“imperatore sposo di puttana…”). Chi poteva mai fare una cosa del genere?
Canzone della bambina portoghese (Radici, 1972). L’oceano e il confine: La figura della bambina che guarda il mare (ispirata idealmente a Cabo da Roca, l’estremo lembo d’Europa) rappresenta la condizione dell’essere umano di fronte all’ignoto. Il mare infinito è la metafora dell’infinito e del mistero. Più di recente, Corrado Guzzanti, fa dire a un suo personaggio: la risposta che cerchi è dentro la Canzone della bambina portoghese.
Canzone dei 12 mesi (Radici, 1972). “Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età
Dopo l’estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità. Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità. Come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità”. Pura poesia.
Il vecchio e il bambino (Radici, 1972). Il vecchio e il bambino è un brano per voce, chitarra, flauto dolce e sintetizzatore (usato per riprodurre i suoni degli archi) nel quale un anziano descrive il mondo e le sue bellezze prima che vi si abbattesse una guerra nucleare al suo presunto nipote («La polvere rossa si alzava lontano, e il sole brillava di luce non vera e tutto d’intorno non c’era nessuno, solo il tetro contorno di torri di fumo… Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori». Potrebbe rappresentare il mondo della catastrofe climatica, come descritto dal film Interstellar.
Il frate (L’isola non trovata, 1971). Brano un po’ trascurato e poco eseguito da Guccini nei concerti. Per testo e musica è, invece, uno dei miei preferiti.
La canzone della vita quotidiana (Stanze di vita quotidiana, 1974). Se c’è una canzone che batte tutte per disincantata malinconia esistenziale è questa.
Come avrete notato, questa volta abbiamo sforato le canoniche 10 canzoni. Ma è Guccini…








